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O’BRIEN, Peggy

O_Brien_coverPeggy O’Brien, Spiando i ranocchi

“Casuale come atomi di polvere, mi posavo /su questo e quello, / un dipinto in una cornice / rassicurante, seta troppo fine da toccare”… È così che si muove Peggy O’ Brien tra le cose, sulle cose: lieve, discreta, si posa e spia, per conoscere e scoprire, facendosi parte del reale, assimilandosi al proprio sguardo che abbraccia e scopre il mistero di un quotidiano, giorno dopo giorno sempre nuovo. E  nel quotidiano la poetessa si specchia e infrange, si riconosce,  o più  spesso si scopre un altro volto,  segnato, fittamente scritto di ricordi e dolori, eppure fiero, forte. Come fiera è la poetessa nell’affrontare a viso scoperto i propri drammi esistenziali, bevendo fino in fondo anche il vuoto e il vino amaro dell’errore, commesso per amore, gioventù, o purezza sempre intatta che non cesserà di errare, ma neppure di apprendere – dal riflesso mutevole del proprio sguardo – i propri più autentici tratti/confini. Confini che talvolta occorre valicare, con un salto nell’oscuro, nell’ignoto, in direzione di una realtà interiore trasfigurata che si fa mondo estraneo all’esterno e apre le braccia per accogliere, o strozzare. C’è nella poesia della O’ Brien il desiderio struggente – misto alla paura mai invalidante – di ricomporre i frammenti del Sé in un Tutto mai armonico, mai statico, bensì sempre mobile nel segno di una rapida metamorfosi di presente ed esperienza, vissuti, rivissuti e proiettati in qualche altrove mai idilliaco né ideale, e però sempre territorio d’inesausta esplorazione.

Chiara De Luca

In Peggy O’Brien, Spiando i ranocchi, Kolibris 2009

 

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