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Omer Massem, Je réside dans les mots enneigés / Dimoro nelle parole innevate

A cura di Matteo Veronesi

Omer Massoumou, Poesie scelte

Pensieri per un poeta africano

Omer_masommouPer noi, il tempo dell’esotismo è definitivamente tramontato. Noi non possiamo più accostarci ad un poeta africano per mero desiderio d’evasione, di regressione ad una sfera ancestrale e selvaggia, con l’attesa di trovarvi un’espressione di forze prerazionali, vergini, originarie, da contrapporre alla nostra sofisticata stanchezza di cittadini del vecchio mondo; e nemmeno, come il Sartre della prefazione ad Orphée noir, o come certo Pasolini («E ora… ah, il deserto assordato / dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo. // Africa! Unica mia / alternativa»), vedere nella civiltà africana una malleabile ed orientabile forza rivoluzionaria, un dinamitardo potenziale di rinnovamento.
Un poeta come Massoumou (non diversamente, del resto, dai poeti della négritude, dai Césaire e dai Senghor) rivive l’eredità africana attraverso la mediazione di un’approfondita e pienamente consapevole conoscenza della civiltà letteraria europea.
Per lui, come per noi, il patrimonio ancestrale della cultura africana – patrimonio di oralità, di rituali, di percorsi iniziatici, di simbologie sacrificali e catartiche, di temporalità cicliche legate alla fertilità della terra, di narrazioni epiche come rito e come tessitura che mantenevano coesa e trasmettevano attraverso le generazioni una memoria, una Mnemosyne, millenaria – giunge attraverso un velo di lontananza e di perdita, schermato e filtrato dalle penombre di un tramonto imminente.
Il laboratorio della sua poesia è forse nel suo lavoro di critico, affidato fra l’altro alla densa monografia sulle Formes hermétiques dans la poésie française contemporaine (L’Harmattan, Paris 2013). La quale reca come epigrafe, emblematicamente, uno di quegli splendidi proverbi africani che hanno la densità e l’oscurità quasi orfica di arcaiche ghnómai: «Il dicitore di proverbi morì per il proverbio che non poté interpretare».
Vi è dunque una densità oracolare, una enigmaticità profetica che accomuna la millenaria sapienza africana, affidata per larga parte al vivido ma precario tramite dell’oralità, alle forme più audaci, dense ed ellittiche della poesia novecentesca.
E il lettore potrà ritrovare anche nella produzione creativa di Massoumou molti di quegli stessi tratti che egli ravvisa nella poesia del secondo Novecento, fra Char e Bonnefoy (ma con vari antecedenti, da Scève a Mallarmé): la densissima essenzialità espressiva, la ricerca di una parola pura, la sfida all’ineffabile, all’indicibile, fino alla condizione di una parola che si immerge e naufraga nell’enigmatico bianco della pagina (un bianco-silenzio che sarà lo sguardo del lettore a potere e dovere popolare di un brulichio e di uno scintillio di sensi possibili); la destabilizzazione delle strutture consolidate, dei nessi coerenti e delle continuità logiche, fino all’«orchestrazione dell’impertinenza», all’armonizzazione dell’incoerente e del franto, teorizzata, per il discorso poetico, dal Gruppo μ; lo smarrimento, e la conseguente ricerca, diremmo con Valéry, delle «sources du poème», della sorgente originaria e del movente primo del dire poetico, taciuti e avvolti nelle spire di un dire oracolare; la «speranza metafisica» che si protende «al di là dei segni», verso un ulteriore orizzonte di significazione (tutti elementi, questi, per inciso, che il lettore italiano potrebbe utilmente riscontrare anche nell’Ermetismo propriamente detto e storicamentee definito e determinato, quello della nostra lirica novecentesca).
Eppure, proprio perché anche europeo, questo è del pari un libro profondamente africano. La Parola, benché oscurata o contaminata dalle finzioni, dalle illusioni o dagli inganni della modernità, è ancora (come nelle cosmogonie Dogon studiate dal Griaule in un libro celebre o, con mirabile consonanza, in quelle egizie) principio cosmogonico, seme generatore, voce arcana che torna a vibrare nelle nervature e nelle membrane del Ngoma, letteralmente il tamburo rituale (e qui il nostraticista più audace, il visionario innamorato della monogenesi delle lingue può pensare, insieme, al Nomos greco, che è Legge, Norma, ma anche Modo musicale – al Nommo, divinità primordiale, «dio d’acqua», dei Dogon, come alla linea ondulata che nei geroglifici egizi denota le onde dell’acqua e segna il suono N – alla Ananke che è ankos, nodo e destino – ma anche all’egizio menit, il sonaglio di Hathor, espressione sonora e mistica dell’essenza della divinità –); e l’esistenza dell’uomo pare sospesa sul Mpemba, sulla via d’acqua che conduce al regno dei morti, come il Nilo celeste corrisponde al Nilo terrestre, e l’Acheronte diventa Lete, il castigo feroce dolce dimenticanza.
Se nei poeti della négritude la fusione dell’écriture automatique e della poésie ininterrompue dei surrealisti con i ritmi e gli incantesimi della millenaria tradizione epica e sciamanica dell’Africa si traduceva in una torrenziale, inarrestabile, a tratti quasi oppressiva cascata di immagini, echi, suggestioni, analogie, evocazioni, solcata, scriveva Aimé Césaire, dalla «gerce lucide des déraisons» – in Massoumou questa vena di matrice arcaica, archetipica è invece passata attraverso i «bianchi», i silenzi meditativi o interrogativi, le sospensioni e le pause della poesia europea di matrice in senso lato ermetica, e si è dunque cristallizzata in parole dense e scolpite.
La «lentezza», parola e concetto chiave, attraversa tutta la raccolta.
Essa è, da un lato, il tempo arcaico e ciclico del mito e del rito, dissolti dalla modernità frenetica e divorante – e qui si potrrebbe citare ancora Césaire, la sua négritude come condizione assoluta, astorica, quasi metafisica, iperurania: «nègre depuis le fond du ciel immémorial» –, immagine mobile dell’eterrnità, fluire temporale che trapassa nell’oltretempo; lentezza, questa, che forse imprime anche al discorso della poesia il suo ritmo tagliente eppure composto, geometrico eppure mistico, ancestrale e a suo modo classico, quasi ieratico, come le forme di una maschera africana (era del resto Senghor a parlare di un ritmo poetico che è, «sous sa variété, monotonie, qui traduit le mouvement substantiel des Forces cosmiques de l’Eternel»); dall’altro lato, tale lentezza può essere la modernità stessa, il progresso stesso, tentatori, illusori, con il loro moto, la loro inesauribile e nevrotica spinta in avanti che in realtà cancella l’antico proiettando verso il vuoto, e azzera il tempo per dischiudere non l’eterno ma il niente, non la trascendenza ma la nullificazione, il conflitto, l’oppressione, la Tecnica alienante.
La tragedia della colonizzazione, e poi della sanguinosa guerra civile congolese che per larga parte è conseguenza delle arbitrarie suddivisioni territoriali da essa imposte, è evocata indirettamente, remotamente, quasi con una sorta di doloroso pudore, eppure, proprio per questo, in modo ancor più acuto e potente (i carnai innominati ed innumeri sepolti alle soglie del villaggio abbadonato, simbolo fulmineo, quasi come i camini, i forni, le ceneri di Celan e di Nelly Sachs, dell’apocalisse).
Come molti scrittori post-coloniali (esempio emblematico Walcott), il poeta è diviso fra l’eredità africana e la lingua in cui scrive, datagli dai dominatori («How choose / Between this Africa and the English tongue I love?», si chiede Walcott).
Ma proprio questa sua condizione, questa sua duplicità alimentano la sua scrittura per frammenti. «Mes fragments acquièrent la nationalité / du lecteur et passent les frontières des pays, / comme s’ils traversaient le temps dans tous ses états».
È rivissuta, qui, se vogliamo, dall’angolatura post-coloniale, la condizione del poeta moderno, o postmoderno, i cui versi, dice Valéry, «hanno il senso che loro si dà». O, forse, la condizione perpetua della poesia senza luogo e senza tempo (una poesia che crea, con il fluire e il disporsi delle parole, una propria temporalità e una propria spazialità, le quali trascendono quelle ordinarie), che ci si fa incontro per essere riattraversata e interpretata.

Matteo Veronesi

 

Omer Massoumou, congolese, docente di letteratura all’Università di Brazzaville, ha dato alle stampe, fra le altre cose, le monografie L’image de l’autre dans la littérature française (L’Harmattan, Paris 2004) e Les formes hermétiques dans la poésie française contemporaine (ivi 2013).

Couloir de vie

 

Entre les failles des mots,

j’établis des liens pour déménager

quand le feu de brousse

brûlera les mots secs

à la saison sèche avec

la syntaxe enfumée au centre de la forêt

des mots qui ne conduisent pas à destination.

 

Je réside dans les mots empruntés

aux territoires faibles de la France

ex-colonies de la patrie poétique

je réside dans les mots étroits,

des mots chevilles qui me situent

en langue intermédiaire

entre deux pays m’appartenant

deux pieds d’un homme à une tête.

 

Je réside dans les mots enneigés

quand ne gronde pas le tonnerre

pendant l’hiver et que

les kits scolaires disparaissent et entrent

dans le couloir de vie avec tant de hargne.

 

Je réside dans les mots qui

se cramponnent à la vie des racines

des arbres qui ne pleurent plus

des arbres qui avaient laissé couler leur sève

pour avoir droit à une lente errance.

 

Je réside dans ces mots, sans origine congolaise,

qui soufflent des senteurs lointaines de sens multiples

et qui permettent de passer les frontières

sans sauf-conduit, libre comme un fragment.

 

 

 

 

 

 

 

L’âme de ce pays est d’accès difficile

on la rencontre chez les bonnes personnes

en avançant lentement dans ces hauteurs sans fin,

ma main est orientée par une voix qui n’hésite pas

on se retrouve dans les bras de l’autre

dans le périmètre allumé

où nous regardons la matière de lenteur

et là, impossible de se dépêcher.

 

Il faut écouter sereinement le silence de la lenteur,

qui, dans l’effarement de la rencontre, révèle

l’histoire des hommes d’ici.

On accède ainsi à l’âme des villages anciens,

massangui, mais aussi moualou, kitomissa,

où des clans se sont éparpillés pour les unions futures.

Ceux qui aiment finissent par arriver

dans ces terres de dénuement

où la modernité n’a pas pris racine

 

 

 

 

 

 

 

L’histoire des hommes d’ici,

c’est en partie le bandeau de tata Ngoma,

ce pays a échappé, ou presque

aux vendeurs d’esclaves,

aux constructeurs du chemin de fer,

grâce aux montagnes et à tata Ngoma.

 

Les jeunes prenaient demeure

au sommet d’un mont

et renouvelaient la danse de la vie.

 

Mais charmés par les feuilles de modernité,

ils sont partis laissant les vieux seuls.

 

Et là, tata Ngoma n’y put rien.

il ne posa pas son voile sur l’errance des enfants,

il se refugia dans la forêt galerie du dispensaire

laissant sa gloire et son échec à l’oubli.

 

 

 

 

 

 

 

Oui l’âme de ce pays est difficile d’accès,

tata Ngoma la voile encore,

quand on l’approche,

tout vacille et disparaît.

 

Mouanda Mboungou a construit

son temple

sur la chaine des rocs

qui se perd aux lointains

et ses saints viennent d’ailleurs

les mots sont d’ici.

 

 

 

 

 

 

 

Sur le mont                             Mindou

serpente                                 un sentier entretenu

par des paysans                aux pieds-nus endoloris

et sans futur, sans abri.

 

On ouvre                                          des voies

pour des véhicules absents

quand les pieds                                        empruntent des sentiers

 

Des voies                                   où des herbes hautes

repoussent                          dès les premières pluies            et

embrassent les rares passants

d’un temps                               qui ne dure plus.

 

Des sentiers                       bouchés par endroit

par des rigoles énormes qui se creusent

là où s’accrochent             des pieds inattentifs

des paroles escarpées                     qui sentent l’odeur de l’abîme et

du divorce

quand elles disent             la fin                    des êtres                        d’ici.

 

 

 

 

 

 

 

 

La vie commence et finit avec la lenteur

une effrayante vie que nous menons

sur la terre congolaise,

terre héritée d’une syntaxe meurtrière

Un bruit du lointain

qui ne laisse personne vivre en paix

dans la savane herbacée

qu’éclaire un soleil de mai

non loin de la forêt indéchiffrable

à la tombée du plaisir des amants.

 

La vie commence et finit avec la lenteur

sans écho sur la rive droite du fleuve

avec les pleurs de l’enfant qui vient au monde,

le hurlement de la mère et

le plaisir vital du père.

 

 

 

 

 

 

 

Des fois tu trouves ces pages illisibles

parce qu’il n’est pas question de ton village,

tu ne connais pas les êtres d’ici;

dans ce livre, enlève les taches de suie

avec un coton imbibé d’eau de vie

ou d’alcool fabriqué avec des cannes à sucre.

Passe une lampe sur les recoins sombres

de la case à fétiches, près de la forêt tout en

crachant ta salive dans les paumes de tes mains.

Des feuilles caduques qui ne verront pas

la fin des saisons nouvelles

sont des palimpsestes nouveaux

Les enfants parlent français

Mais mes fragments si hachés

sont sans nationalité. Sinon celui du village congolais.

 

Mes fragments acquièrent la nationalité

du lecteur et passent les frontières des pays,

comme s’ils traversaient le temps dans tous ses états.

Dans les lieux de batailles,

là où les âmes se blessent et

se souviennent des vies interrompues

trop tôt et où l’homme recherche

les coteaux et les creux des villages

les fontaines de la vie.

 

 

 

 

 

 

 

De cette terre de lenteur,

je perçois le monde qui s’offre à nous,

la liste de nos morts,

les traces de présence de nos ancêtres,

les mots de haine,

les outils de nos violences.

 

De cette terre de lenteur,

la fin des êtres d’ici,

se précise sous les décombres,

tout se dévoile sous le secret des mots

 

et nous ne savons pas attendre

car de cette terre, notre source s’écoule

et fixe notre vie.

 

 

 

 

 

 

 

Nous, il nous faut toujours attendre.

l’énergie du désespoir n’y peut rien,

même celle de l’amour.

et les dieux n’attendent pas.

 

L’attente, serait-ce

une fiole qui nous endort et

qui nous rapproche des dieux?

 

Quand tout est passé,

nous nous recouvrons

de notre peau

et tout seul au-dedans de notre corps,

nous interrogeons

les parts divines en nous,

celles qui ne seront pas achevées

par l’inexorable temps

que des mots nobles véhiculent.

 

Nous nous asseyons

au creux de leurs sens multiples

les trafiquant de temps en temps,

nous les prions de nous mener au pays incréé

de nos fragments

afin que tout soit éclaté,

même le temps de l’attente.

 

 

 

 

 

 

 

Ces poèmes pour toi

 

ces fragments qui ne peuvent plus germer

sur nos terres nouvelles,

je les plante dans les terres fertiles de France

pour que je me souvienne de tout

à la date future, une date perdue dans mon futur.

 

ce ne sont pas des rêves ou des lueurs d’espoir

les nommer est difficile, ces fleurs mutantes

qui perdent leur éclat à chaque lecture

des fleurs sans sève, brisées par l’effroi du lointain

 

des fleurs qu’on ne porte plus à l’amante d’un soir,

à l’aimée de l’amour-fou,

une beauté offrande de l’amour initial,

des fragments sauvegardés au temps présent.

Tu prendras les lignes de la lenteur

sur le tableau à l’entrée de la cuisine.

représenter les poissons, les viandes congelés

qui remplissent nos assiettes le jour de fête

quand tout le monde semble content

il faudra les mettre

aux frontières de notre pays

et du grand lac pour que

Dieu les récupère le moment venu.

 

 

 

 

 

 

 

Je viens, je m’installe

dans l’instant qui rompt le temps

et en moi s’effacent les désirs.

 

Je viens, je m’installe

dans l’instant qui fait de moi

un être ouvert

je creuse la lenteur du temps

de l’inachevable, temps infini

qui me prête son souffle le temps d’une vie

 

Je viens, je m’installe,

je vais entrer ni dans le passé ni dans le futur

mais dans l’instant, un royaume où luit l’éternité

et ma lenteur n’est pas assez forte

pour s’arrimer à celle de Dieu

là où je place mon existence

un lieu de délivrance.

 

Maintenant, je connais les éclairs de l’instant

ceux qui accompagnent le mouvement de la vie,

ceux qui laissent échapper le premier souffle

de l’acte d’aimer,

 

je viens, je m’installe

dans l’espace monde où la vie recrée la vie

quand l’instant dure une éternité

et que s’étirent au-delà des frontières

les traces de mon être.

 

J’espère, je vis

là où le souffle est encore possible.

 

 

 

 

 

 

 

J’ai pris possession                     des paysages verts

de ces landes,

J’ai pris                    les montagnes                   des épreuves,

les versants sans culture et sans jachère

et les ruisseaux                 silencieux dans                  les creux

des pensées et des monts

pour les enfuir dans les pages blanches de mes souvenirs.

 

 

 

 

 

 

 

Sur ces paysages abandonnés au temps

émergent des troncs d’arbre,

la savane dans sa verdure

voile les chemins qui relient les villages.

 

Dans les rues sombres,

extirpant des avantages nombreux du trésor,

des hommes sans science veulent durer une éternité

 

La lumière, la lente lumière

est si faible et

semble fatiguée

pour éclairer l’espace des tricheurs

Corridoio di vita

 

Tra le ferite delle parole,

getto legami per andarmene

quando il rogo arderà

le parole inaridite

nella stagione secca con

la sintassi fumante al centro della foresta

delle parole che non portano a destinazione.

 

Dimoro nelle parole prese a prestito

dai territori deboli della Francia

ex colonie della patria poetica

dimoro nelle parole strette,

parole-caviglia che mi collocano

in lingua intermedia

fra due paesi che mi appartengono

piedi di un uomo con una sola testa.

 

Dimoro nelle parole innevate

quando non freme il tuono

d’inverno e mentre

le cartelle di scuola scompaiono ed entrano

con tanto astio nel corridoio della vita.

 

Dimoro nelle parole che

si aggrappano alla vita delle radici

degli alberi che più non piangono

degli alberi che avevano lasciato grondare la linfa

per avere diritto ad una lenta erranza.

 

Dimoro in queste parole che non nacquero in Congo,

che spirano lontani sentori di molteplici sensi

e che fanno passare le frontiere

senza salvacondotto, libero come un frammento.

 

 

 

 

 

 

 

Difficile da penetrare è l’anima di questo paese

la si incontra negli uomini buoni

che avanzano lentamente in quelle altezze senza fine,

la mia mano è guidata da una voce che non esita

ci si ritrova fra le braccia dell’altro

nel perimetro acceso

dove guardiamo la materia di lentezza

e non è più possibile affrettarsi.

 

Si deve ascoltare serenamente il silenzio della lentezza,

che, nello sgomento dell’incontro, rivela

la storia degli uomini di qui.

Così si entra nell’anima degli antichi villaggi,

massangui, moualou, kitomissa,

dove i clan si sono dispersi per le unioni future.

Coloro che amano finiscono per arrivare

in queste terre di rivelazione

dove la modernità non ha messo radici.

 

 

 

 

 

 

 

La storia degli uomini di qui

è in parte la fascia di padre Ngoma,

questo paese è scampato, o quasi

ai mercanti di schiavi,

ai costruttori di ferrovie,

grazie alle montagne e al padre Ngoma.

 

I giovani prendevano dimora

sulla cima di un monte

e rinnovavano la danza della vita.

 

Ma affascinati dai manifesti della modernità,

sono partiti lasciando i vecchi alla loro solitudine.

 

E là, padre Ngoma non può nulla.

Non posò il proprio velo sull’erranza degli infanti,

si rifugiò nella foresta galleria dei medicamenti

lasciando all’oblio la sua gloria e il suo scacco.

 

 

 

 

 

 

 

Sì, difficile da penetrare è l’anima di questo paese,

padre Ngoma ancora la vela,

quando ad essa ci si avvicina

tutto vacilla e dispare.

 

Mouanda Mbongou ha costruito

il suo tempio

sulla catena delle rocce

che si perde nelle lontananze

e da altri luoghi vengono i suoi santi

di qui sono le parole.

 

 

 

 

 

 

 

Sul monte                                         Mindou

serpeggia                                         un sentiero mantenuto

da paesani                                         dai piedi nudi dolenti

e senza futuro, senza difesa.

 

Si aprono                                            vie

per veicoli assenti

quando i piedi                                     imboccano

sentieri

 

Vie                                                       dove alte erbe

respingono                                       fin dalle prime piogge         e

avvinghiano i rari passanti

di un tempo                                         che più non dura.

 

Sentieri                                     occlusi

da enormi solchi che crescono

là dove s’impigliano                   piedi avventati

parole ripide                                     che sentono l’odore dell’abisso e

del divorzio

quando dicono             la fine                       degli esseri           di qui.

 

 

 

 

 

 

 

La vita inizia e finisce con lentezza

una spaventosa vita che conduciamo

sulla terra del Congo,

terra ereditata da una sintassi assassina

Un rumore da lontano

che non lascia nessuno vivere in pace

nell’erbosa savana

che un sole di maggio rischiara

non lontano dalla foresta indecifrabile

quando cade il piacere degli amanti.

 

La vita inizia e finisce con lentezza

senza eco sulla riva destra del fiume

con il pianto del bambino che vede la luce,

le grida della madre e

la gioia viva del padre.

 

 

 

 

 

 

 

A volte trovi queste pagine illeggibili

perché non è del tuo villaggio che si parla,

tu non conosci gli esseri di qui;

in questo libro, leva le chiazze di nerofumo

con un cotone imbevuto d’acqua viva

o d’alcol fatto con la canna da zucchero.

Passa una lucerna sugli oscuri anfratti

della capanna dei feticci, vicino alla foresta

sputando la saliva sui palmi delle mani.

Foglie caduche che non vedranno

la fine delle nuove stagioni

sono novelli palinsesti

I bambini parlano francese

Ma i miei frammenti così fatti di briciole

non hanno patria. Se non quella del villaggio congolese.

 

I miei frammenti prendono la patria

del lettore e passano le frontiere dei paesi,

come se traversassero il tempo in tutti i suoi stati.

Sui campi di battaglia,

là dove si feriscono le anime e

ricordano le vite interrotte

troppo presto e dove l’uomo ricerca

i coltelli e le caverne dei villaggi

le fonti della vita.

 

 

 

 

 

 

 

Da questa terra di lentezza,

percepisco il mondo che ci si offre,

la lista dei nostri morti,

le tracce di presenza dei nostri antenati,

le parole d’odio,

gli strumenti delle nostre violenze.

 

Da questa terra di lentezza,

la fine degli esseri di qui,

si precisa sotto le macerie,

tutto si svela sotto il segreto delle parole

 

e non sappiano aspettare

poiché da questa terra gronda la nostra sorgente

e fissa la nostra vita.

 

 

 

 

 

 

 

Noi dobbiamo attendere per sempre.

la forza della disperazione non può nulla,

neppure quella dell’amore.

e gli dei non aspettano.

 

L’attesa, sarebbe forse

una fiala che ci stordisce e

che ci avvicina agli dei?

 

Quando tutto è passato,

ci ricopriamo

della nostra pelle

e solo al di fuori del nostro corpo,

interroghiamo

il divino che è in noi,

ciò che non sarà terminato

dal tempo inesorabile

ciò che parole nobili trasmettono.

 

Ci sediamo

nella cavità dei suoi sensi molteplici

trasmettendolo di tempo in tempo,

lo preghiamo di condurci al paese increato

dei nostri frammenti

perché tutto sia rischiarato,

anche il tempo dell’attesa.

 

 

 

 

 

 

 

Queste poesie per te

 

questi frammenti che non possono più germinare

sulle nostre nuove terre,

li pianto nelle terre fertili di Francia

per ricordarmi di tutto

alla data futura, una data persa nel mio futuro.

 

non sono sogni o bagliori di speranza

nominarli è difficile, questi cangianti fiori

che ad ogni lettura perdono il loro splendore

fiori senza linfa, feriti dalla paura del lontano

 

fiori che non si portano più all’amante di una sera,

all’amata di folle amore,

una bellezza offerta dell’amore primigenio,

frammenti salvaguardati nel presente.

Prenderai le linee della lentezza

sul tavolo all’entrata della cucina.

Rappresentare i pesci, i cibi congelati

che riempiono i nostri piatti nel giorno della festa

quando tutti sembrano contenti

bisognerà metterli

alle froniere del nostro paese

e del grande lago perché

Dio li recuperi quando verrà il momento

 

 

 

 

 

 

 

Vengo, mi installo

nell’istante che rompe il tempo

e i desideri in me svaniscono.

 

Vengo, mi installo

nell’istante che fa di me

un essere aperto

scavo la lentezza del tempo

dell’interminabile, tempo infinito

che mi presta il suo soffio per il tempo di una vita

 

Vengo, mi installo

non entrerò né nel passato né nel futuro

ma nell’istante, un regno dove l’eternità riluce

e la mia lentezza non è abbastanza forte

per attraccare a quella di Dio

là dove colloco la mia esistenza

un luogo di rilascio.

 

Ora, conosco i bagliori dell’istante

quelli che accompagnano il moto della vita,

quelli che lasciano sfuggire il primo soffio

dell’atto d’amare,

 

vengo, mi installo

nello spazio puro dove la vita ricrea la vita

quando dura un’eternità l’istante

e si dilatano oltre le frontiere

le tracce del mio essere.

 

Spero, vivo

dove è ancora possibile il soffio.

 

 

 

 

 

 

 

Ho preso possesso                       dei paesaggi verdi

di queste lande,

Ho preso                         le montagne                               delle prove,

i versanti                         senza cultura e senza maggese

e i ruscelli                                           silenziosi nelle                 grotte

dei pensieri e dei mondi

per celarli nelle pagine bianche dei ricordi.

 

 

 

 

 

 

 

Su questi paesaggi abbandonati al tempo

emergono tronchi d’albero,

la savana nella sua verdezza

vela i sentieri che uniscono i villaggi.

 

Nelle vie oscure,

estirpando innumerevoli vantaggi del tesoro,

uomini senza scienza vogliono durare un’eternità

 

La luce, la lenta luce

è così debole e

sembra affaticata

per rischiarare lo spazio dei bari

da Matière de lenteur / Materia di lentezza, in preparazione per Edizioni Kolibris

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