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Paola Turroni, “Il mondo è vedovo”, Carta Bianca, 2011

ilmondovedovoAprendo questo libro si intraprende un cammino, difficile e inesorabile, in cui si odono voci, si incontrano persone che vivono, che sopravvivono, che muoiono. Si avvertono gli odori del cibo, della fame, dello sporco che marcisce addosso, del pulito che portano le donne quando sono sane, e salve; l’odore di latte che avvolge i neonati. Così la marcia si carica di storie che non devono essere sotterrate, come i corpi senza vita e senza nome; storie che la poesia sa dire e donare tanto bene, soprattutto se nasce dalla penna vibrante e calibrata di Paola Turroni. Il mondo è vedovo– con un richiamo esplicito alle Variazioni belliche di Amelia Rosselli – è un titolo che non permette interpretazioni, allusioni, motivi… che turba da principio col suo tono cupo e violaceo, col suo senso di amputazione.

Sono gli uomini, i bambini, ma soprattutto le donne a percorrere le pagine: sono le madri, le figlie, le femmine sacrificate, abusate, abbandonate a loro stesse, ad un destino impietoso e senza rabbia. Sussurrano senza vergogna le loro storie, tenute dentro come un bene prezioso, come semi per fecondare la terra, verso cui portano un estremo riguardo (“Queste donne che difendono la terra quando non possono più/ difendere gli uomini”).

Si cammina, si lascia, si torna, si cade, si chiede, si prega… e ancora si cammina; con le persone si sta dalla parte della terra e dell’acqua, elementi che generano, ma che pure distruggono. Qui ogni cosa è movimento, un atto nella guerra: ogni verso racconta i gesti minimi densi di dolore, accesi da una luce fioca, che si compiono tra un valico e il successivo. A marcare le sequenze del libro ci sono i cori, schiere di voci piegate e unite in una lunga violenta preghiera, contro: la fame, la sete, l’oblio, la guerra (“Io prego rinnego – divoro acqua scura, i morti.// Scava scava, uomo/ non c’è pane, non c’è vino/ amen”). Poi le voci grandissime del Novecento, che stanno a illuminare le tante direzioni del cammino, del libro: Ungaretti, Anedda, Pasolini, Sereni, Rosselli, Szimborska, Brecht, Cvetaeva. E le date, puntuali, come a scalfire su fogli di pietra i momenti che per alcuni uomini hanno rappresentato la svolta, la vita nuova o la morte; per altri l’oblio, dei giorni uguali ai giorni, la crisi per la scelta delle vacanze rovinate a causa degli attentati. Per l’umanità momenti di Storia, che rischia di annegare tra le onde, pura cronaca dei tempi andati. Ma la poesia riconosce l’urgenza, di ciò che resta nelle tasche, “perché non basta mai la memoria”, mentre la bestia divora le gambe dei figli, vuole impedirne il cammino; così “la guerra è per sempre”.

Un segno atroce incide le pagine di questo libro, così pesante da maneggiare, da sostenere: un segno che s’impone come dovere -civile, sociale, umano prima di tutto-  della parola, della scrittura. Lo dobbiamo a coloro che camminano, accanto a loro dobbiamo camminare; sono i loro volti che dobbiamo guardare: “In questo nostro viaggio il peso/ è l’assenza di chi guarda”. Guardare e camminare, guardare e dire, ripetere, ricordare: “Guardaci camminare, freddo e caldo che sia, sulla terra/ avanti e indietro, con le mani sui fianchi, con le mani sul sesso/ con le mani in alto/ mai con le mani davanti agli occhi…”.

loro che camminano

Camminano, un cucchiaio d’oro questo grano

uno specchio di sole per allontanare il volo

impara il destino dei semi quanto denaro manca

a compierli tutti.

Le curve dei campi assomigliano a una donna

i contadini gettano i semi, i grani sono figli

sconosciuti che danno vita al mondo – a volte

c’è il terzo campo, per il pasto del bestiame.

Questa carne della terra è calda e lenta

il solco dell’aratro prepara l’attesa al parto.

*

loro che camminano

Camminano tra mura di pietre

tengono l’ombra sui piedi

mura che arrivano al petto e lasciano

pochi spiragli agli insetti – incastri

di sputi e sudore – dividono i campi

circondano, proteggono.

Si perdona alla terra gli errori

come un figlio che cresce.

Il muro di una casa abbandonata

un silenzio di reliquia – vuoto a perdere

che spegne la cenere.

La casa è un buco

è una gola che tace

quel luogo dove qualcuno

ha provato la pace.

Gradini levigati dai passi

ginocchia di uomini che sono passati

che non sono tornati

un fiato si apre dagli alberi

tra il cielo e la terra.

La terra ritorna eterna.

*

Nevica su questa strada di cenere

e fango, nevica sulle baracche

e sull’albero bruciato.

Dentro siamo intorno al fuoco, a guardare la brace

a fare presenza, alcuni sobri, alcuni ubriachi.

Oggi non ho mangiato, siamo rimasti dentro ad aspettare

i soldati ci danno pane, qualche sigaretta

quando ci vedono passare con le braccia graffiate

e i figli nel carro.

E’ rosso sulla neve – il sangue rimane rosso sulla neve

cola dentro la radice della terra.

Non abbiamo voce nella guerra, solo un corpo messo alla prova

perché qualcuno lo sappia.

Perdonate la retorica del bene

semplice e assoluta come una pianta

ma ci sono parole che bisogna dire e ripetere

come bisogna sempre

dare acqua.

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