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Pat Boran, La cassaforte

La cassaforte

Sul retro dell’ufficio bilocale di mio padre c’era un’enorme cassaforte, di quelle che si vedono nei vecchi film western, spesso a bordo di un treno, oggetto di grande interesse per fuorilegge messicani con ampi sombreri e mustacchi comicamente cadenti, eppure sinistri. Non ricordo se sulle sue porte di metallo incredibilmente spesso ci fosse stampato Welles Fargo, ma avrebbe potuto benissimo essere, e senz’altro un qualunque fuorilegge o sceriffo di medie dimensioni avrebbe potuto entrarci con appena un minimo disagio.

Dove e come mio padre ne fosse entrato in possesso non so dirlo. Forse era già in casa prima che lui arrivasse, come tantissime altre cose. O forse l’aveva comprata, per chissà quale motivo, in uno dei molti posti dedicati alla vendita di rottami e mobili di seconda mano, come Mullingar and Moate, Carlow and Tullow, dove non poteva fare a meno di entrare ogni volta che ci passava davanti.

La sua reazione davanti alla cassaforte in qualche fienile battuto dalla pioggia non deve essere stata troppo diversa da quella che aveva di fronte alla maggior parte di oggetti di dubbio valore che trovava o in cui si imbatteva: “Ecco un bello scherzetto! Sono sicuro che tua madre saprà cosa farne!”

Lo scherzo consisteva, ovviamente, nel fatto che mia madre, essendo cresciuta in mezzo a oggetti indesiderati, non aspettava altro che quel sentimento da pulizie di primavera che provi gettando via la roba vecchia. E mentre lei rideva con tutti noi dell’attività di raccolta e accumulo del marito, il cuore di mio padre si spezzava a ogni nuovo ‘tesoro’ che portava a casa, neanche fosse stato ripescato con una rete in fondo al mare o – come di fatto avvenne in almeno un’occasione –  fosse letteralmente caduto dal cielo. Come il giorno che mio padre tornò con un gigante telone dagli orli stracciati, che si rivelò essere un paracadute tedesco rotto risalente alla Seconda Guerra Mondiale (eravamo certi che il grappolo di forellini al centro fossero stati lasciati dai proiettili che avevano fatto precipitare il suo proprietario).

Ma pur non essendo del tutto obiettivo quando si trattava di fare acquisti dai suoi rigattieri e magazzini di eccedenze preferiti, non lo si poteva certo accusare di sconsideratezza quando si trattava di prendersi cura delle cose che aveva scelto di amare. Elaborata pulizia, rituali di piegatura e stoccaggio erano parte della sua responsabilità nei confronti di un’ampia varietà di articoli: dagli amati coltelli smussati a occhiali da lettura rotti, da penne stilografiche secche a torce arrugginite. Tra i quotidiani rituali, una menzione speciale merita il modo in cui riponeva regolarmente le solette di cartone taglia 42 fatte in casa negli immacolati comodini che aveva comprato da qualche parte per quattro soldi.

A lungo andare, quella cassaforte – una mostruosità vittoriana in ghisa, a prova d’incendio, a prova di proiettile e molto probabilmente resistente al tritolo – essendo ormai priva di segreti succosi, oscuri misteri e fogli preziosi, finì i suoi giorni relegata, ignomignosamente, al ruolo di “reparto freddo”, finché non potemmo permetterci il nostro primo frigorifero. Forse 200 chili di metallo inespugnabile dedicati alla protezione di un etto di burro, un casco di lattuga e una mezza dozzina di fette di pancetta di Roscrea.

E, come se quello spreco lo avesse in qualche modo ferito, a un certo punto, nei primi anni Settanta, dopo che il nostro cucinotto era stato infine ampliato, ora che potevamo farci stare (e permetterci, forse) quel primo frigorifero vero e proprio, a dispetto della sua porta magnetica a chiusura morbida e della luce automatica (che controllavamo e controllavamo e controllavamo alla follia) mio padre onorava il suo umile predecessore non chiamandolo mai altrimenti che la ‘cassaforte’.

 

Pat Boran, da The Invisible Prison. Scenes from an Irish Childhood, Dedalus Press, 2009, 2028

L’edizione italiana è in uscita per Edizioni Kolibris nella traduzione di Chiara De Luca

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