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Pat Boran, The Guide/La guida

The Guide

A dog in my dream.
I bend down to pat him
on the head, I bend down to
what-my-own-name-is
him on the head, but he steps
forward on what appears to be
the gravel path we’re on

and my arm must extend
to reach him, and my feet
behind me on the ground
leave the ground
behind.
——–Below.
Just inches first,
then a couple of feet, my feet,
above the ground, above
the moist perfumed secret earth,
and me floating face-down, stretched out,
limbs like a star’s, like the turning
horizontal light the spirit makes
when the chakra doors are open, are free,
and then
———–he starts to run,
scarcely moving at all at first,
(the way the best guides set off,
brisk enough to inspire confidence,

slow enough so we’re never lost),
turning to check once in a while
that I’m there, here, following still,
to check on the state of my progress
with weightlessness.

And, having checked, he goes ahead
as only dogs can really go,
all curiosity, all zest for life,
like Neruda’s dog on the Isla Negra,
bounding, bounding, bounding… And I fly,

above him, beside him, back up river;
I fly from the mouth towards the source
following my reflection in the water;
through reeds and rushes, sedge and moss;
under great then ever smaller bridges,
cathedrals of pure quiet, I go
half angel now myself, half spirit,
I fly. Then feel my flight slow

and find myself in deep woodland
where a handful of men in uniforms
stands beside a freshly-dug grave
in which two naked lovers, limbs
wrapped around each other, groan
in their labours, writhe and groan,
the dogs of earth howling for its moon.

La guida

Un cane in un mio sogno.
Mi chino per fargli patpat
sulla testa, mi chino per
fargli un come-mi-chiamo
sulla testa, ma lui balza
in avanti su quel che pare essere
il sentiero ghiaioso su cui siamo

e il mio braccio deve protendersi
per raggiungerlo, e i miei piedi
dietro di me sul terreno
lasciano il terreno
indietro.
———Sotto.
Prima un palmo,
poi un paio di piedi, i miei piedi,
al di sopra del terreno, al di sopra
della terra segreta che odora di umido,
e io che fluttuo a faccia in giù, mebra protese
come quelle di una stella, come la volteggiante
luce orizzontale che emana lo spirito
quando le porte del chakra*  sono aperte, libere,
e poi lui
—————–comincia a correre,
muovendosi appena all’inizio,
(è così che cominciano le guide,
abbastanza in fretta da ispirare fiducia,

abbastanza piano da non farci mai smarrire),
voltandosi di tanto in tanto a controllare
che ci sia, qui, a seguire in silenzio,
a controllare lo stato dei miei progressi
verso l’assenza di peso.

E, dopo aver controllato, va avanti
come solo i cani sanno davvero fare,
tutto curiosità, tutto gusto della vita,
come il cane di Neruda sull’Isla Negra,
saltando, saltando, saltando… E io volo,

sopra di lui, accanto a lui, copia di fiume;
volo dalla foce alla fonte
seguendo il mio riflesso nell’acqua;
attraverso giunchi e canne, steli e muschio;
sotto ponticelli più grandi che mai,
cattedrali di pura quiete, vado
mezzo angelo ora io stesso, mezzo spirito,
volo. Poi avverto il mio volo lento

e mi trovo nella selva profonda
dove un pugno di uomini in uniforme
sta accanto a una fossa appena scavata
in cui due amanti nudi, con le membra
intrecciate l’uno all’altro, gemono
nel loro travaglio, si contorcono e gemono,
cani della terra che urlano alla propria luna.

 

* Parola Sanscrita il cui significato è ruota o disco; indica uno dei sette centri di base di energia nel corpo umano.

Pat Boran, Natura morta con carote. Poesie scelte 1990-2007 
Edizioni Kolibris 2010.
Traduzione di Chiara De Luca
Introduzione di Dennis O’Driscoll

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