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Pat Boran, Un’infanzia irlandese, anticipazione

La sala di ritrovo di una piccola città

Le grondaie gocciolano. Le grondaie gocciolano e le senti gocciolare tanto che, dopo questa settimana di pioggia infinita, la sala al confine della città è come una nave al termine della tempesta, un vascello battuto e sferzato e lavato ora, e raggiante, se ruggente, sotto un cielo di piombo.

E noi siamo i marinai adolescenti, equipaggio e terza classe, trasformati in avventurieri dal giro di chiave in mano a Jo Hannon, dall’oscillazione verso l’interno della porta scricchiolante, che trasforma la Macra na Feirme Hall in una nave, per accogliere tutti a bordo.

Siamo venti, o giù di lì, ancora nella prima e media adolescenza, ragazzi e ragazze, in cerca (come me) di attenzioni, introversi e casinisti, tutti combattenti in prima linea nella guerra tra ormoni e storia, traduzione e, ok, nuovi fremiti. La colonna sonora delle nostre vite è altamente sessualizzata, tutta tunch tunch tunch, più Hit Me With Your Rhythm Stick[1] che (data la sede) Do You Want Your Old Lobby Washed Down[2]?

Ma anche se siamo adolescenti e diamo l’impressione di essere rumorosi e noiosi e scortesi e permalosi e inclini a chiuderci nell’irascibilità, insistiamo a voler essere presi sul serio: dopotutto, presto avremo il doppio degli anni che aveva Dante quando s’innamorò di Beatrice.

Eppure, siamo ragazzi dell’entroterra, ragazzi di una piccola città, e perciò (dicono alcuni) abbastanza al sicuro dai disordini che in questi giorni bui dilagano nel paese: in altre circostanze saremmo abbastanza vecchi per giocare a fare i soldati e lasciare che ci portino in una sala come questa, al confine di una città, dove esercitarci e prepararci a uccidere, o farci uccidere…

Romanticismo e guerra, amore e morte, Eros e Thanatos, le attrazioni gemelle che ogni adolescente vive in modo tanto più intenso quanto più sono nuove per lui, per lei, come spettri che infestano le strade delle città dell’entroterra, o si appostano agli angoli di una stanza laterale, in una sala di campagna, un microsecondo dopo che è scattato l’interruttore – ecco su cosa siamo venuti a indagare. È per questo che ci definiamo un club.

L’infinita pazienza e tolleranza degli adulti: Tom e Anne e Jo siedono tutti su gelide sedie di plastica impilabili, in una stanza dove al calar del buio si vede la condensa dei respiri, a discutere di scelte, politica, sessualità e pace con una gang di brufolosi adolescenti impacciati, come fossero stati richiamati dal pianeta della propria stessa adolescenza per sopportare il tormento di fregarsene sul serio.

Giochi di pensiero, giochi di testa, animazioni di vario tipo e grado di sfida. Jo con una sciarpa avvolta fino alle orecchie e un cappotto a spina di pesce, con bottoni grandi e colletto ampio; Anne in un lungo cappotto di tweed con cintura; Tom con una giacca di tweed, con toppe di cuoio sui gomiti, una tazza di tè annacquato tenuta sotto il mento, probabilmente solo per riscaldarsi …

E cosa si diceva, e chi diceva cosa, o chi diceva cosa a chi, tutto questo è andato perduto ora, lavato via ora, come le acque della tempesta assorbite dalla terra quella notte, all’insaputa di tutti noi, ricominciando da capo il loro viaggio di ritorno al mare… Ma dal mare al cielo, e dal cielo, goccia dopo incerta goccia, torna sulla terraferma, davanti a me che qui, due decenni dopo, mi ritrovo a guardare la pioggia che torna – come come se soltanto adesso stesse completando il suo ciclico viaggio. E lungo questa lastra di vetro davanti a me corre una singola goccia, una singola perfetta lacrima, oltre la quale riesco a malapena a distinguere le ombre e le sagome di un gruppo di giovanotti il cui silenzio, nella sala al buio di una piccola città, cela gli enormi cambiamenti che stanno avvenendo nelle loro vite.

i.m. Jo Hannon, morto il 16 dicembre del 2008

[1] Colpiscimi con la bacchetta.

[2]  Vuoi che lavi il tuo vecchio cortile?

 

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