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Pedro Serrano

a cura di Chiara De Luca

pedro_serrano_copyPedro Serrano ha pubblicato sei raccolte di poesia: El miedo, El Tucán de Virginia, Messico 1986; Ignorancia, El Equilibrista, Messico 1994; Tres poemas, Caracas Pequeña Venecia, Caracas 2000; Turba, Ediciones sin Nombre, Messico 2005; Desplazamientos, Editorial Candaya – Candaya Poesia 5, 2007; Nueces 2009 e uno studio su T. S. Eliot and Octavio Paz nel 2010.

Con Carlos López Beltrán, ha curato e tradotto l’antologia La generación del cordero: Antología de la poesía actual en las Islas Británicas (The Lamb Generation), [La generazione dell’agnello: Antologia della poesia contemporanea delle Isole britanniche] che presentava poesie di 30 poeti contemporanei (Trilce 2000). Il suo libretto d’opera Marimbas de l’Exile/El Norte en Veracruz è stato messo in scena per la prima volta a Besançon, in Francia, nel gennaio del 2000 e in seguito in Messico. Ha inoltre tradottoin spagnolo il King John di Shakespeare.

Molte delle sue poesie sono state tradotte in inglese e pubblicate in “Modern Poetry in Translation”, “Sirena”, “Verse”, “The Rialto”, “The Red Wheelbarrow” e “Nimrod International Journal”.

È inoltre incluso nelle antologie Reversible Monuments (Copper Canyon 2002) e Connecting Lines (Sarabande Books, 2006) e ha ricevuto una Guggenheim Poetry Fellowship nel 2007. Attualmente insegna alla Facoltà di Lettere e Filosofia della National Autonomous University of Mexico (UNAM) di Mexico City.

È direttore di “Periodico de Poesia” rinomata e autorevole rivista di poesia della UNAM.

Le poesie che seguono sono tratte da Turba  (ediciones Sin Nombre 2005), in uscita per Edizioni Kolibris

 

 

Como un caracol sordo en la medianoche circunspecta,
como un escarabajo que hollara siempre la misma mierda.
Siete años de piedra y apenas prueba,
de raya tras raya tras raya y apenas grava,
de desmesurados sacrificios y nada.
Los objetos se bordan con las manos, los años,
la vida debiera ser como un recorrido de la piel y otro,
la candidez un ritmo que alguna vez pudiera pronunciarse.
Habito un mismo laberinto lleno de huesos y basura,
en cada esquina un calco viejo, destartalado,
un andar olvidadizo y deshecho.
Los cuatro goznes sin carne ni deseo,
un saladero animal que apenas lamen algunas vacas,
un mismo punto impenetrable
Miro una luz que queda fija sobre el piso,
miro las luces intermitentes que señalan el cambio año con año,
los vastos escenarios de la escasez,
la mala hierba inútil de esta vida.
Quieto en mi piedra lamo las heridas de escarabajo,
masco de los desechos de los días,
rumio mi impotencia y la gota dura del tiempo,
el pie quebrado y la señal de huida.
Como un bicho sin curso me apesadumbro.

Hecho de luz, de sombra, de esparadrapos,
de mitad carcomidas, mitad luidas líneas de amor.
Venecianas, persianas, celosías,
en la confusión de la mañana.
La sensación augusta de quien todo lo tiene,
el cuerpo abierto, la piel en otras manos.
Pasa mi cuerpo en cuatro palabras y dos palmos.

 

 

 

Come una lumaca sorda nella mezzanotte circospetta,
come uno scarafaggio che sempre calpesti la medesima merda.
Sette anni di pietra e appena prova,
di riga dopo riga dopo riga e appena ghiaia,
di smisurati sacrifici e nulla.
Gli oggetti si ricamano con le mani, gli anni,
la vita dovrebbe essere come un percorso della pelle e altro,
il candore di un ritmo da potersi talvolta pronunciare.
Abito lo stesso labirinto pieno di ossa e spazzatura,
in ogni angolo un calco vecchio, scalcinato,
un andare disfatto e smemorato.
I quattro cardini senza carne né desiderio,
un salatoio animale che a stento leccano le vacche,
uno stesso punto impenetrabile.
Guardo una luce che resta ferma sul suolo,
guardo le luci intermittenti che segnalano il passaggio da un anno all’altro,
i vasti scenari della penuria,
l’inutile malerba di questa vita.
Quieto nella mia pietra mi lecco le ferite di scarafaggio,
mastico i rifiuti dei giorni,
rumino la mia impotenza e la goccia dura del tempo,
il piede rotto e il segnale di fuga.
Come un insetto senza meta mi affliggo.

Fatto di luce, di ombra, di cerotti,
semitarlate, semiredente linee dell’amore.
Veneziane, persiane, gelosie,
nella confusione del mattino.
La maestosa sensazione di chi tutto lo possiede,
il corpo aperto, la pelle in altre mani.
Passa il mio corpo in quattro parole e due palmi.

 

 

 

 

Contra sí mismo el cuerpo se revuelve,
cumple sus mil milímetros de pan,
migajas esparcidas, mendrugos,
se cuece en cada axila, huele,
cae ruminoso por el vientre, bocas,
pan mojado del sexo, tinto de olores, rancio.
Crece hacia dios el cuerpo, se eleva,
moja la cama y el amor, el pan y el vino.
Andan alisios por el pecho, nadan azules en las manos, andan.
En la impiedad de la cintura vuelve a instaurarse el miedo,
hay que tornar al punto del dolor, hacerlo sueño,
dar en el acto de la huida, descontraer.
Ante mis ojos crece como un pasto su aliento,
la negra majestad dulce del sexo, su pubis atestado y sudoroso,
la esparcida presencia en que penetro.
Desde mi centro rompen los cristales errados, se aquietan.
Una disolución inmaterial hace a la carne carne,
la piedra se machaca y se areniza.
Entrar es acudir al propio centro, una sabiduría que se desliza.
Allí se enciende, se pierden telas y lunares.
Pan, pan, carne del vino los cuerpos sudan,
jur, jur, jarrón rimado de la especie.
Aprender a estar.
Ser en el desconsuelo y consolarse.
Elevar la plegaria al ser y al norte.
No escribir para que si sucede algo,
para que sí, que pase.
Aprender a escribir de nueva cuenta.
¿Cómo se le hace?
Dejar que vayan cayendo las cuentas, las gotas,
armar un trazo y un árbol,
levantarse.
Y aparecer entonces tierras y campos y plazas.
No para las esperanzas de mañana,
no para ayer,
sino en un hoy que está
aquí conmigo.

 

 

 

Contro se stesso il corpo insorge,
compie i suoi mille millimetri di pane,
briciole sparse, tozzi di pane secco,
si cuoce in ogni ascella, odora,
cade luminoso nel ventre, bocche,
pane bagnato del sesso, vino rosso di odori, rancio.
Cresce fino a dio il corpo, si eleva,
bagna il letto e l’amore, il pane e il vino.
Vanno alisei nel petto, nuotano azzurri nelle mani, vanno.
Nell’empietà della cintola torna a instaurarsi la paura,
bisogna tornare al punto del dolore, farlo sogno,
darsi all’atto della fuga, decontrarre.
Davanti agli occhi mi cresce come un pascolo il suo respiro,
la dolce maestà nera del sesso, il suo pube gremito e sudato,
la sparsa presenza in cui penetro.
Dal mio centro irrompono i cristalli errati, si calmano.
Una dissoluzione immateriale rende carne la carne,
la pietra si sminuzza e si arenizza.
Entrare è accudire al proprio centro, una saggezza che se la svigna.
Lì si accende, si perdono tessuti e nei.
Pane, pane, carne del vino i corpi sudano,
hi, hi, vaso rimato della specie.
Imparare a stare.
Essere nello sconforto e confortarsi.
Elevare la preghiera all’essere e al nord.
Non scrivere affinché se succede qualcosa,
affinché sì, che passi.
Imparare a scrivere di nuovo.
Come si fa?
Lasciare che continuino a cadere i conti, le gocce,
armare un tratto e un albero,
alzarsi.
E apparire allora terre e campi e piazze.
Non per le speranze di domani,
non per ieri,
ma in un oggi che sta
qui con me.

 

 

 
 

 

 

Abres la piel a la necesidad y la sombra.
Las manos velan el dolor,
sudan su miedo,
acercan la superficie del alma.
El tiempo grita ya maduro.
Toc, toc, uno por uno, paso a paso.
Recupera el espasmo su vocación de grito,
su vociferación, su línea quieta.
Cae una a una cada cosa en su nombre,
en la certeza viva la multiplicación de los peces.
Pasan los pies, la seda virtual, los ángeles,
la incontestable verdad del firmamento corporal,
la grupa majestuosa.
Van por ti en cada vena,
hablan las voces de tu cuerpo,
dan cintura contra cintura hasta ocupar el mundo,
hacerlo tuyo.
Con la piel en los labios llamas a Dios,
sigues el paso eterno de la infancia,
la soledad constitutiva, la huerta herida del dolor.
Pasa también atravesando todo,
la flor atenazada , su majestad,
su portentosa realidad a ciegas,
el brillo fiel de la navaja, su filo exacto.
Pasa el cuchillo como espejo humano,
caes estrujado entre la culpa,
sales en soledad hacia los otros,
rompes las reglas rígidas,
la autoridad que te contiene,
el castigo que arañas y recibes.
Hoy sólo estás atado a la verdad alterna de tu voz,
a tu expresión violenta y a tus sueños,
a la última voluntad, al ser y ser, humanos.
Llevarme a mí conmigo en esos trazos.

 

 

 

 

Apri la pelle alla necessità e all’ombra.
Le mani velano il dolore,
sudano angoscia,
avvicinano la superficie dell’anima.
Il tempo grida già maturo.
Toc, toc, uno a uno, passo a passo.
Recupera lo spasmo la sua vocazione di grido,
vociferazione, linea quieta.
Una a una cadono le cose nel loro nome,
nella certezza viva la moltiplicazione dei pesci.
Passano i piedi, la seta virtuale, gli angeli,
l’incontestabile verità del firmamento corporeo,
la groppa maestosa.
Ti attraversano in ogni vena,
parlano la voce del tuo corpo,
danno pelvi a pelvi fino a occupare il mondo,
farlo tuo.
Con la pelle sulle labbra chiami Dio,
segui il passo eterno dell’infanzia,
la solitudine fondante, l’orto ferito del dolore.
Passa anche attraversando tutto,
il fiore attanagliato, sua maestà,
la sua portentosa realtà alla cieca,
il lampo preciso del rasoio, il filo esatto.
Passa il coltello come specchio umano,
cadi accartocciato tra colpa e colpa,
in solitudine riemergi fino agli altri,
rompi le rigide regole,
l’autorità che ti contiene,
il castigo che ricevi e raccogli.
Solo oggi sei legato all’alterna verità della tua voce,
all’espressione violenta e ai tuoi sogni,
all’ultima volontà, all’essere ed essere, umani.
Portarmi a me con me in questi tratti.

 

 

 

 

La luz del sol es un espacio blanco
una luciérnaga nocturna que te deslumbra,
un derrumbe de rayos que te alcanza, te ciega, se entromete.
La luz del sol se apaga y hace frío,
es una polvareda o su recuerdo,
un relámpago viejo y aterido del que nada desprende,
sólo una lacia liquidez y el temblor azulado de lo cierto.
Con estas manos a la noche dejas
que te recorra su espesor, su empapada lengua,
abres las piernas al dolor,
pierdes calor y pierdes calma, abres
tu cuerpo hacia la noche, callas,
sobre rescoldos y cenizas callas.
El sol es una piedra milagrosa,
la tierra espesa en su dolor,
el sol la aprieta temblorosa.

 

 

 

La luce del sole è uno spazio bianco
una lucciola notturna che ti abbaglia,
un crollo di raggi che ti coglie, ti acceca, s’intromette.
La luce del sole si spegne e fa freddo,
è un polverone o il suo ricordo,
un lampo vecchio e intirizzito da cui nulla emana,
solo una liscia liquidità e il tremore azzurro del certo.
Con queste mani alla notte lasci
che ti percorra il suo spessore, la sua fradicia lingua,
apri le gambe al dolore,
perdi calore e perdi calma, apri
il corpo verso la notte, taci,
su braci e ceneri taci.
Il sole è una pietra miracolosa,
la terra spessa nel suo dolore,
il sole la stringe tremante.

 

 

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  1. Pingback: Pedro Serrano, “Torba”, Kolibris 2014 | Edizioni Kolibris

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