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Chiara De Luca, Pioggia

Oggi all’alba nuvole nerissime prolungavano all’infinito la notte, come quando il cielo sta per prendere a calci e pugni il mondo. Ho sperato che aspettasse ancora un po’ prima d’infuriarsi, perché dovevo uscire con le bimbe, e Titti detesta l’acqua. Il mio desiderio per fortuna è stato esaudito: siamo tornate a casa appena prima che scoppiasse il putiferio. Era il momento di andare a correre. Confesso che per un istante ho pensato di prendermi un giorno di riposo (riposo! Spero l’abbiano già inserita tra le parole orrende), di maledire il tempo brutto e la sfortuna cattiva, rintanarmi in casa come un jogger qualunque e farmi un cocktail di spleen, saudade & autocommiserazione come uno scrittore. La pioggia vista dal sottotetto non è per niente male: il ticchettio dell’acqua sui vetri che fa da metronomo al picchiettio delle dita sulla tastiera. Il tè caldo che fai solo per mettere i palmi delle mani sulle volute di vapore. L’acqua che bussa da ogni lato e la certezza che i muri non hanno nessuna intenzione di aprire. I piccioni che ne approfittano per farsi la doccia, scrollare le penne e lisciarsi le piume sulle tegole, con ostentata soddisfazione. Mentre tu sporgi le mani dal lucernario nell’illusione di poter toccare le nuvole come loro, per ritrovarti solo aria tra le dita.

Poi però ho pensato alle grandi navate della cattedrale d’alberi, che avrei trovato deserta. Al silenzio che ti viene incontro dal cimitero ebraico quando ci arrivi dalle Mura degli Angeli e rallenti il passo. A tutte le pozzanghere in cui saltare per sfrattare l’acqua e prendere il suo posto, ai mulinelli che ti agganciano le caviglie come corde lievi che ti sfili in un balzo. Al freddo che, metro dopo metro, retrocede mentre incedi, fino a svanire in quella sensazione che non possa più tornare. Ai rari e sparsi umani che incontri per la strada, tra i quali dalla mancanza di ombrello riconosci i sodali.
Ho pensato al pianto che nell’acqua piovana si mimetizza bene fino a essere così solo da sfociare in un sorriso. A quanto sia più bella la pioggia vista da dentro dopo essere stati senza riparo all’aperto.
Ho pensato al senso di euforia che ti prende sul rettilineo finale, prima d’imboccare la strada di casa: fradicio fino al midollo, con le gocce che dalla visiera del cappello ti scivolano negli occhi, da cui guardi il mondo come da dietro le pareti di un acquario, mentre corri del tutto incurante di quello che possa pensare chiunque, perché sai soltanto il caldo del tuo sangue di pioggia che scorre in quell’assenza del tutto che è diventato il tuo corpo.
Ho pensato a quanto sia dolce l’acqua calda della doccia sulla pelle intirizzita, che il freddo invece non l’ha dimenticato, ma non sa più come riferirlo al tuo cervello lanciato verso l’eterno.
Ho pensato a quanto sia bello tornare al riparo dopo essere stati nel vento. Avere tutti gli animali addormentati attorno. Vedere le pellicce lievitare in un sospiro di soddisfazione mentre lavoro.
Così sono andata a correre. Da allora sono passate tante stagioni nell’anima e non solo. Adesso sui vetri ancora bagnati scorre il sole e nuvole nel cielo.

17 luglio 2020

Chiara De Luca

 

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