Facebook

Poesia e classe operaia: nella Oslo di Luigi Di Ruscio. Di Angelo Ferracuti

di Angelo Ferracuti

 

Adrian, il figlio di Luigi Di Ruscio, il grande poeta deceduto nel febbraio del 2011, abita in una periferia di Oslo molto ordinata e silenziosa, come tutta la città un po’ orwelliana. Lì senti più che altrove il clima esistenzialistico di Fahrenheit 451, il romanzo di Bradbury, ma soprattutto del film che ne ha tratto Truffaut. Non è solo una questione visiva, credo, ma uditiva. I rumori sono sempre nitidi, i grandi spazi li rendono acusticamente più distinguibili, come quello dello sferragliare delle rotaie di un treno in arrivo alla fermata della metropolitana di Rodtvet, sulla linea 5, vicino a un grande penitenziario. Il treno, che è sempre perfettamente in orario, si ferma all’aperto e sono pochi a scendere e altrettanto rari quelli che salgono. Quando le porte scorrevoli si chiudono implacabili, la gente s’è già incamminata veloce lungo il marciapiedi che costeggia un’arteria stradale a largo scorrimento. L’autunno è un autunno anche quello molto nordico in questi giorni di ottobre. Più netto di colori, meno lirico, le foglie morte color ruggine hanno ricoperto i prati, ma stanno anche sull’asfalto. Il cielo ha un colore indefinibile, quando l’ho fotografato con la mia Canon quasi per sfidarlo e difendermi dal suo assedio è come se avessi fotografato il nulla. A rivedere quella foto la volta celeste sembrava un foglio bianco, ma nemmeno così bianco da avere una colorazione netta, omogenea, era impercettibilmente meno bianco del bianco, come la neve che mulina nell’aria.
Quando siamo arrivati all’imbrunire per strada non c’era nessuno, nei palazzi i riquadri delle finestre erano già tutti illuminati. Dentro si scorgevano le sagome delle persone. A Oslo anche un gatto che taglia la via partecipa alla natura morta dove ti ritrovi a vivere, la luce è iperrealistica, le case sembrano a volte quelle dei dipinti di Hopper. L’appartamento di Adrian si trova al primo piano, e appena varcata la soglia e superata l’entrata, piccola ma ingorgata di scarpe sul pavimento, come in tutte le case scandinave, e di appendiabiti carichi come somari di paltò, giacconi e sciarpe di ogni tipo, la prima cosa che ho notato è stato il ritratto esile e stilizzato di Luigi fatto da Ernesto Treccani, poche linee orizzontali, verticali o oblique come i bastoncini colorati di un mikado, poi un grande manifesto con la foto di Ennio Brilli, uno che lo ha fotografato parecchio, scattata nelle campagne intorno a Fermo. In tinello, sulla scaffalatura, vicini non per caso a Brecht, un monumentale Ulisse di James Joyce, tutti i suoi libri che aveva regalato con dedica a suo figlio, firmandosi Pappa, che significa babbo in norvegese, e poco sopra alcuni reperti della fabbrica fordista dove Di Ruscio ha lavorato per quarant’anni: il numero del civico, il 27, l’insegna del reparto B12, gli occhiali grigi con le lenti scure per proteggere gli occhi, simili a quelli dei saldatori, che indossava ogni mattina alla Christiania Spigerverk.

 

 Come in “Tempi moderni”

Ho molto fantasticato su questa fabbrica. Per noi che abbiamo letto Di Ruscio non era solo la fabbrica metalmeccanica che produceva chiodi di qualità, conosciuta in tutta Europa, ma la Spigerverk era la fabbrica totale, quella letteraria, il reparto di un girone dell’inferno, era quella di Chaplin in Tempi moderni e, soprattutto, la fabbrica dove lui pensava la letteratura che avrebbe scritto una volta tornato in bicicletta in un’altra periferia di Oslo, in via Aasengata 4c, in quell’appartamento dove viveva con Mary Sandberg, la moglie musa cantata nelle Mitologie. In quel posto aveva cresciuto quattro figli e scritto come un matto tutta la vita in una piccola stanza, angusta come la cella di una prigione, essenziale nell’arredo, dove chino sulla scrivania batteva i tasti della sua Olivetti meccanica e dalla finestra vedeva una periferia fatta di palazzine tutte uguali, giardinetti arredati, vie semideserte e ghiacciate. Lì Luigi, dismessa la tuta scura da lavoro, uscito dalla doccia, finiva di essere un operaio e timbrava il cartellino di scrittore, rintanandosi a scrivere fino a notte tarda. “Terminato il turno lavorativo mi tuffo ancora nella scrittura incurante di tutti gli avvenimenti che mi cadevano addosso, sopporto eroicamente l’irrisione al poeta italiano che lavora in una fabbrica di Oslo, poeti metallurgici in Norvegia non sono mai esistiti però con gli italiani tutto è possibile”, scriveva nel memoir La neve nera di Oslo, l’ultimo di una trilogia narrativa iniziata con l’italianissimo Palmiro negli anni ’50. Sempre nello stesso libro di ricordi “norvegici”, come li chiamava, questo sarà il resoconto della sua condizione di allora: “Arrivo ad Oslo con cinquanta corone norvegesi, appena diecimila lire, dormo in un ricovero dell’armata della salvezza, trovo un lavoro da lavapiatti, dopo pochi mesi ho trovato un posto in fabbrica, eravamo felici, avevamo a disposizione la cameretta di nove metri quadri, un lettino, un tavolino con una sedia, il lavandino e un fornelletto elettrico”. Il posto in quella fabbrica in realtà glielo lasciò mio zio Cesare Dall’Osso, emigrato anche lui nella capitale scandinava insieme a un’altra decina di giovani fermani. In una lettera del 6 novembre 1967 racconta all’amico: “Lavoro sempre dove lavorasti tu, non alla macchina nove, quella del ferro quadrato ma alla dieci, quella che fa il filo d’acciaio, è un lavoro riposante, ormai con dieci anni che faccio lo stesso lavoro sono diventato automatico, potrei fare lo stesso lavoro anche se diventassi cieco”. Di quel lavoro quotidiano dirà in alcuni versi dove quella macchina diventerà l’eternità di una alienazione cosmica: “Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata / noi siamo l’inizio di tutti i giorni / inizia il giro delle ore sulla trafilatrice / che mi aspetta con la bocca spalancata / inizia la mia danza il mio spettacolo”. Come mi dice Adrian, l’unico dei quattro figli che con lui parlava di musica, di arti figurative, letteratura e, soprattutto, di politica, si considerava un risultato della Storia. “La mia poesia non è un momento privilegiato, è tutto il mio scrivere che è il momento privilegiato. È  un privilegio anche nel senso storico, senza la settimana corta, senza la paga oraria che mi fa comperare libri, non avrei potuto scrivere, come se dicessi che senza gli scioperi a oltranza che ha fatto la classe operaia norvegese negli anni trenta non avrei potuto avere questo privilegio. Senza l’avanzata della classe operaia occidentale non avrei potuto scrivere. Se fossi rimasto in Italia avrei potuto scrivere solo in galera, quando lavoravo in Italia non potevo scrivere, la settimana lavorativa era troppo lunga e spossante, ritornavo a casa solo per dormire”, dice in un colloquio con Giancarlo Majorino, un dibattito che chiude la raccolta Istruzioni per l’uso della repressione, uscita da Savelli nel 1980.

 

 Una lastra di marmo

IMG_0337A Oslo vado a visitare anche il cimitero dove Luigi è sepolto. C’è una piccola lastra di marmo con la scritta sotto il nome e cognome “poeta italiano”. Poi incontro la moglie Mary, i figli, l’amico di tutta una vita, Domenico Trivilino, i vecchi pensionati del Circolo degli italiani. Danilo Rini, certo, ma anche il calzolaio Grosso, e Giuseppe Valvo, il siciliano che era stato per tanti anni il suo editor, cioè quello che leggeva i libri in bozze e gli dava dei consigli che Luigi in prima battuta accettava, poi rifiutava, poi riprendeva di nuovo in considerazione, dopo dibattiti accorati che mettevano ogni volta in discussione la loro antica amicizia. Erano stati proprio gli amici del Circolo a soprannominare Luigi “lu fierru”, il ferro, per via del lavoro che faceva. Ma prima di ripartire penso sia giusto andare a visitare la fabbrica, la Christiania Spigerverk, o meglio quello che resta dopo la recente dismissione. E così, una mattina, con Adrian raggiungiamo via Aasengata 4C e facciamo a piedi il tragitto che ogni giorno Luigi percorreva in bicicletta per arrivare in fabbrica. Usciti da un vialetto alberato ci troviamo sulla strada principale, deserta, un lungo rettilineo con ai lati palazzi vecchi e nuovi, stabilimenti industriali spettrali con i muri rossicci, in mezzo le rotaie del tram azzurro sopra una striscia d’erba, un silenzio e la strada percorsa da poche automobili, poi vediamo un portalettere che traina il suo rosso carrello metallico  e attraversa veloce via Treschows gate e ancora palazzi grigi di recente costruzione che si mimetizzano nel grigiore del cielo e dell’asfalto della strada. Alla fine di questo gruppo di palazzi si entra nel bosco seguendo un vialetto nel folto di alberi dalle foglie morte e ingiallite. Di fianco scorre l’Akerselva. Qui passava Luigi Di Ruscio in bicicletta ogni mattina, pedalava al buio stretto nel suo giaccone. E sempre sotto il folto di quel bosco tornava la notte, e a volte la neve fioccava nel cielo: “Contarle tutte le volte che sono uscito di fabbrica in piena notte, uscire dal reparto di notte dopo aver respirato per tante ore la puzza infernale delle vasche piene di acido solforico, respiro l’inferno e magari ritorno a casa camminando sulla neve nuova soffice e immacolata, solo le orme mie sulla neve, mi volto a guardarle”.
Costeggiando il fiume si arriva a un piccolo ponte di legno, sotto il quale scorre ininterrottamente un’acqua scura. Oltre si cominciano a vedere le case di un altro quartiere, colorate di giallo, e camminando ancora quelle più nuove, piene di vetrate, e in mezzo il vecchio edificio di uno stabilimento industriale fatto di mattoni rossi, due mondi lontani che convivono, infine il grande spiazzo dove ci sono le macerie della fabbrica. Restano solo calcinacci, transenne. Le macchine sono già state portate via, ci spiega un operaio, nei reparti superstiti giacciono solo vecchi tubi ammassati. Adrian continua frenetico a fotografare, anche per lui è la prima volta che entra nel reparto dove lavorava suo padre. In fondo allo stanzone dove stiamo doveva esserci un altoforno. Proprio ne La neve nera di Oslo questo luogo è raccontato molto comicamente: “Ecco la fabbrica, il reparto che richiede una frenetica mobilità sino a farmi crollare per lo sfinimento, tenere in movimento tre trafilatrici,  correre da un punto all’altro della crisi dei fili, sono l’operaio più circondato di barattoli di tutta la storia della rivoluzione industriale. Nell’epoca delle automazioni io che lavoro su tre tra filatrici preistoriche che perdono acqua e olio da tutte le parti e per non fare allagare il pavimento metto barattoli di pelati vuotati a casa da tutte le parti”. Proprio sul retro, nello stesso edificio, lì dove una volta c’era lo stabilimento originario, ora ha sede una fabbrica gemella che produce pale per spalare la neve, la Elkem. Quando arriviamo, una segreteria magrissima e molto sorridente ci fa parlare con un signore dallo stile dimesso, ma molto borghese, il quale ci conduce all’interno dello stabilimento, nei cui magazzini dove ora sono impilate migliaia di pale c’era la vecchia Spigeverket. Chiede ad Adrian come mai siamo in visita qui, lui gli parla di suo padre, uno scrittore italiano che lavorava nella fabbrica di chiodi. “Uno scrittore lavorava in fabbrica?”, gli chiede stupito. “Proprio così,” risponde fiero Adrian. Il tipo fa una smorfia piena di scetticismo, poi ci saluta stringendoci la mano.

 

Il sindacato dei metalmeccanici

Quando più tardi incontro Reidar Landemo, del sindacato dei metalmeccanici, uno che faceva il caporeparto alla Spigeverket e conosceva Luigi, con noi c’è anche Domenico Trivilino, in questa sala riunioni al quarto piano di uno stabile di Gronland, il quartiere multietnico di Oslo. Prima ci siamo messi in posa davanti all’enorme pugno chiuso che stringe una rosa posto sul marciapiedi antistante l’ingresso, simbolo della socialdemocratica organizzazione dei lavoratori Fellesforbundet, il maggiore sindacato norvegese del settore privato al quale Di Ruscio era iscritto. Anche Landemo non sa niente della sua storia di scrittore, anzi si stupisce quando gli racconto che adesso un grande editore italiano, Feltrinelli, stamperà le sue opere migliori. Lui non conosceva in maniera intima e familiare Luigi, ma ha parlato più di una volta con lui: “Ricordo che aveva sempre la tendenza di creare un momento simpatico, scherzoso, con una barzelletta, una battuta, sempre con un aspetto piacevole, sorridente,  e che durante le assemblee di reparto prendeva  spesso la parola. Era attivo, era presente. Mi ricordo che parlava in un modo diverso da quello norvegese, il modo di parlare, di gesticolare. Nella fabbrica lavoravano almeno operai di trenta nazionalità differenti”. Poi mi fa lui una domanda, vuole sapere se nelle sue opere ha davvero nominato la fabbrica, così gli leggo in italiano un breve passo da La neve nera di Oslo, che Trivilino poi traduce: “Quando iniziai a lavorare nella fabbrica ero il più giovane del gruppo di una diecina di operai nelle stessa fila di macchine e nello stesso turno, invecchiamo insieme,  eravamo solidali, rapporti schietti, veloci e anche fraterni, un rapporto allegro anche, per anni ci siamo visti nudi sotto le stesse docce,  nel guardaroba ci siamo svestiti e vestiti per indossare e toglierci la tuta di tutti i giorni, vedevamo la stanchezza di ogni uno di noi, poi cominciammo a morire o sparire, qualche pensionato  ritornavano a trovarci, li vedevamo comparire tra le macchine più pallidi, impacciati, sembravano ormai i fantasmi di quello che erano, li ho tutti ora davanti a me, mi scorrono davanti come li ho visti l’ultima volta, ce ne fosse stato uno che fosse comunista, massimo qualcuno era della sinistra socialdemocratica”. Sorride, poi, prima di lasciarci scrive sul mio taccuino il nome e i recapiti telefonici di un operaio che ha lavorato fianco a fianco con lui per tanti anni, Bjorn Fosterud. Ma quando più tardi Trivilino ha cercato di parlarci quel tipo era in vacanza con la moglie fuori Oslo.
Prima di tornare verso Rodvet, con Adrian ci fermiamo a comprare della carne dal macellaio dove andava con il padre, a pochi isolati da lì. Mi racconta che di solito andavano insieme a comprare frutta e verdura nei negozi gestiti da immigrati, spesso turchi. Uno di questi chiedeva sempre a Luigi: “Da quale paese vieni?”, ma a lui non piacevano i ficcanaso. Spesso infatti diceva  a suo figlio: “Le persone stupide chiedono sempre informazioni, ma non ne danno mai”. Allora naturalmente Luigi, bastian contrario com’era, rispondeva con una contro-domanda insolente: “Perché me lo chiedi?”. O più spesso preferiva il silenzio. Ride Adrian mentre continua a raccontare. Mi dice ancora che una volta era di cattivo umore, sia perché il negoziante aveva aumentato i prezzi, sia perché la frutta era di una qualità inferiore del solito. Quando il proprietario del negozio gli aveva chiesto per la millesima volta “da dove vieni?” Luigi era andato fuori di testa e aveva risposto alzando la voce “Vuoi sapere da dove vengo? Dall’inferno!”. Adrian non dimenticherà mai quel momento: “Lo capisco, lui andava lì a comprare la frutta, non a rispondere alle domande sulla sua nazionalità. Forse tutto ciò ha a che fare con il razzismo che gli italiani hanno dovuto subire negli anni ’60. Ricordo che mi diceva: ‘Tua madre è stata coraggiosa a sposarmi’. Sposare un italiano a quei tempi per una norvegese era come sposare un arabo musulmano oggi”.

Precedentemente pubblicato su “Il Reportage”, gennaio-marzo 2013 e su Le parole e le cose.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: