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Poesia e ricerca di Dio. Il viaggio ermetico del poeta

di Manuel Paolino

 

Vorrei cominciare con voi lettori un breve viaggio, accompagnati da alcune mie poesie, per provare a tirare delle somme una volta individuata la direzione e forse la meta di questo cammino.

Mi è capitato in passato di scrivere liriche soffermandomi sulla definizione di poesia e di poeta, tradotta con una ricerca sospinta dai versi figli dell’ispirazione; il dettato spirituale, che pone sull’attenti ogni poeta, o almeno così dovrebbe. Devo precisare tuttavia, a questo proposito, che il mio percorso poetico si è diviso in due fasi, la prima delle quali legata a questo concetto di poesia che cade dal cielo, la seconda inerente ad una poesia nelle mani del poeta, dove mediante quei luoghi sepolti che usai simbolicamente per affermare la riscoperta di una nascita – prima sommersi e in seguito fatti riaffiorare grazie al consapevole dono del poeta – mi ritrovai di fronte ad un nuovo corso.

Restando per il momento dentro la prima fase, ecco comparire attraverso dei versicoli scarni, nudi, attirati chiaramente verso il basso dalla gravità – come delle pietre gettate in aria – i primordiali effeti della Musa, concessa al mio sguardo in alcune penombre con pochi vestiti a ricoprirle il corpo:

 

Come vortici

su un binario

a tre fermate

spazzano l’anima

e il pensiero

lucidano

le parole

 

Come note

di soffici

neonati

sgretolate

nel sonno

poi si placano

i versi

 

 

 

Sfrega

paziente

due pietre

e un fuoco

arderà

una foresta

 

L’anima

del poeta

è una scintilla

 

(I versi e In fiamme, tratte da Leunam)

 

Anche il personale ruolo del poeta, nella genesi della mia visione inizia a definirsi:

 

Scolpisco

realtà

limo versi

 

Vibro

 

(Poeta, tratta da Leunam)

Abbandonati i versi lapidari ed entrato a stretto contatto con molti poeti quali Poe e Baudelaire, alla mia ossessione per la purezza poetica individuata nella poesia pura – quella che comincia proprio da Poe e Baudelaire e si evolve fino ai poeti maledetti del simbolismo francese, si contorce nell’oscurità mallarmeana e nell’ermetismo italiano (ma si manifesta davvero trasparente ne L’allegria di Ungaretti), fino ad approdare ai poeti cubani e dominicani della poesia sorprendida, passando attraverso la Generazione del ’27 spagnola – si associa di pari passo un’indagine più approfondita, mediante quella veggenza, che assimilo e rielaboro con una definizione, cioè ricerca in direzione della Luce.

Definisco il mio viaggio come ermetico, fatto di iniziazioni, dove il protagonista è Ateop, o Leunam (personaggi di alcuni miei momenti poetici), insomma il poeta. Un viaggio avviato in un tempo lontano: quando da critico cinematografico analizzavo il blues, i suoi testi, e i film che il blues aveva ispirato. Il canto dei neri ha saputo diventare vera poesia (o forse lo era già), con la poesia negra antilliana, per esempio.

Ma sto divagando. Cosa centrano insieme la voce di un uomo di colore, la veggenza rimbaudiana, ed Ermete Trismegisto? Forse c’è di mezzo Dio, Padre o Madre che sia. Da dove nasce questo desiderio di confrontarsi con il divino? Forse dal volere inconscio del poeta di avvicinarsi, senza far rumore, a lui, allontanandosi al medesimo tempo:

 

Mentre fuori ricompaiono cari amici,

dentro mi soffermo s’una riflessione –

 

I caso (citando B).

Il numero delle anime è finito o infinito?

 

II caso (citando B).

Cos’è la caduta?

Se è l’unità divenuta dualità,

allora è Dio che è caduto.

In altri termini, la creazione

non potrebbe essere la caduta di Dio?

 

Dunque quegli eccessi intimi di tenebra

In cui confessiamo al nostro orecchio

D’essere Dio, e subito rei con vergogna

Abbassiamo il volume del pensiero chiedendo

Scusa col silenzio prima del pacifico sonno,

Non sono fatui inganni del nostro ego

Ma hanno consistenza buona se – tutti –

Siamo parte d’un grande corpo caduto in pezzi;

Quindi una de-creazione dove ogni relazione

Duale ci avvicina

 

Passo a passo al Dio unico.

 

 

 

Quando la poesia ci muove alle lacrime

noi piangiamo per eccesso di un rammarico impaziente;

insistente, perchè come semplici mortali

non possiamo ancora banchettare con quelle estasi supreme

di cui la poesia ci concede solo una visione

fuggevole e indefinita.

 

Il corvo nero si posò

sulla statua di Pallade;

e fu frammento di saggezza notturno

impiumato di luce.

 

(Gnosi e Edgar, tratte da I Fiori di ErmeteIl sentimento del veggente, Saisons)

 

Ma per quanto provi a farlo, per quanto cerchi di avvicinarsi a Dio, il poeta non potrà che manifestare un amore e allo stesso tempo una ribellione nei confronti di qualcuno che sente d’amare, senza però voler rinunciare a un solo briciolo della propria umanità; perchè se Ermete nel Corpus hermeticum afferma, come pure molte religioni, che l’uomo è Dio e tale deve coscientemente essere per dimorare un giorno al suo fianco, il poeta, da parte sua, sostiene invece che è Dio a dover essere uomo:

 

I

Vita è

La tua bocca piena di latte

Nella mia, e il brindisi altissimo

Del piacere e della Ragione,

Nel pene pensatore,

Lavoratore, supremo principe;

Io legato sulla spiaggia, afferrato

Dalle dita del mare

Ardente e paziente,

Finchè non muore.

E resta la solitudine,

E la saggezza del Re Puro:

Che non sa più di voi tutti

Ma che più di tutti non sa

Spiegarsi

Nelle menti spente.

Ermete!

 

 

 

II

– Ma non scordare, o Ermete,

Le grandi onde dei sensi,

Le costellazioni d’orgasmi,

Figlie dell’Intelletto;

Disegnano il sentire nelle volte!

Non dimenticare, o Ermete,

I cacciatori mortali, divini!

Nella loro pienezza, come tu affermi;

Che senza prole, sono più puri

Delle strabilianti Chiese che pesan

Sulle ginocchia scorticate di chi v’entra

Col capo ben obliquo;

Non far finta di non vedere, o Ermete,

Quanto sono uguali, alla luce del tuo Sole,

Il volo dell’aquila, il gatto nero

Che si scalda s’una tomba,

Il primo pianto del neonato;

 

 

 

III

Vivo di passioni, come vedi,

E lascio l’anima contemplare nella veglia

Del mio sonno; caccio, o Ermete,

Puro e con i miei vizi,

Anche Dio.

 

(Ragione e Intelletto, tratta da I Fiori di ErmeteI Lupi e i Corvi, I Lupi)

 

La risposta di Ermete non tarderà ad arrivare; si concluderà con un’ultima domanda, che sarebbe sconvolgente ai fini della ricerca del poeta se non fosse che essa risuona alle sue orecchie come una eco sempre più dispersa:

 

Vedi poeta, sul biancore del ghiaccio

le punte dei tuoi occhi si fermano,

e dell’immensità sottostante fra questi gemiti

la tua pelle oltraggiosa non percepisce –

devo ammettere ch’appare spessa di luce –

che la coda tagliente dei demoni nell’aria

il tuo spirito (troppo accecante per quelle

nere pupille, di pece e fiamme) pregustando;

sembra questo il tuo chiaro destino. Ti chiedo,

alzi mai gli occhi? A che altezza sorge

dalla tua anima la cima raggiunta?

 

Ellissi

 

Nondimeno la materia che tu imprimi,

seppur fatta di parola, non credi sia infine

poco dissimile dalle Statue? Non fosti tu

a dire che fatte sono le parole come le pietre?

Non devono far allora queste il volere divino?

Non è forse questo il loro compito supremo?

Non sei tu dunque, poeta, il guardiano del logos?

E non furono fatti gli uomini uguali a Dio

eppure mortali solo per governare le faccende

del mondo? Non sono le parole dei poeti

della luce del Sole i prolungamenti?

 

Non credi sia vano il tuo agire?

(Risposta di Ermete al poeta, tratta da I Fiori di ErmeteI Lupi e i Corvi, I Lupi)

 

Ma il viaggio del poeta puro non è finito, ed anche se egli s’agita nella sua purezza umana, è piccolo di fronte a Dio, è un suo servo; come Dio, immenso, è servo del poeta; ancora di più perchè questo non rinuncia ai suoi vizi e ad amare l’infinito limite dell’aldilà, ricevendone i segni, sottoforma di versi macchiati dall’umano spirito, e per questo sempre vergini. Poichè ci sono passati e sogni che non si lasciano cambiare.

Allora il poeta prega per esorcizzare la sua dannazione, per esorcizzare le sfaccettature di un Dio che ci è stato tramandato da mani spesso impure e per sollevare ulteriori domande che hanno a che fare con gli atavici rapporti tra Eros e Thanatos, e che più di ogni altra cosa egli teme, lo innervosiscono, invoca per la malvagità, seppur cosciente dell’amore di un Dio:

 

T’invoco Angelo Sterminatore

(Tu che hai visto perfino Fjalarr e Gallarr assassinare Kvasir):

 

Rendi buona la gente egiziana strappa

Il nylon dal buio, succhia

Il midollo dallo stretto ventre delle signore;

Rendi polvere gli omini verdastri e la destra

Hitleriana del duemilasedici

Nella mente sulle sedie vuote

Di un re dei tanti del nostro quartiere,

Con prole e tanto amore

Da consacrare

Al suo velocipide di serpenti.

Subito col nostro profilo

Si muove il demoniaco male, antropologico,

Delle spose figlio rozzo

E dei padri, dei luoghi, del tempo;

E dell’odio gridante ritmato dal fuoco d’Oriente.

T’invoco Grande Madre, Madre della Terra,

Maha, Gayatri, Aruru, Tara, Yum Chenmo,

Difendi i figli tuoi

Come in quel tempo con Abramo:

Dopo un belato

Ci dipingeremo con la morte.

 

(La preghiera dell’Angelo, tratta da I Fiori di ErmeteI Lupi e i Corvi, I Corvi)

Domande che vede risolversi nelle sue visioni oniriche con un’indecifrabile luce irradiante negli squarci della vita:

 

Luce diffusa: le nuvole vergini in cammino –

Nevica un raggio di sole sui contorni nitidi

Della schiuma – e ricordo cos’è il respiro

Che rinasce dal passato d’erba del merlo

Che canta passando sotto le squame vissute.

Ancora profumo di luce diffusa d’amori

E fischi freschi di passeri accompagnati dai fiati

– Delle onde; ancora luce diffusa dell’orchestra,

Squarci sereni dell’Uno e del Tutto; (ancora) luce

Fanciullesca diffusa, amorosa.

 

 

 

E simile a un lampo di ovatta

il tempo si è steso sul divano,

e le cose terrene nella mia sala,

sono divenute come parole e illustrazioni

fra le pagine fruscianti di un libro;

poi il silenzio.

E la visione di loro dall’altra parte –

con le braccia tutte sulla balaustra –

a guardare dal balcone allungato

dell’Oltretomba.

(Gusto e Il balcone, tratte da I Fiori di ErmeteI Lupi e i Corvi, I Lupi)

 

 

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