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Poesia & Iperuranio

[…]

Tirai fuori dal portafoglio la lista dei miei debitori, cominciai a scorrerla. Erano disposti in ordine di consistenza crescente della somma che mi dovevano. Verso la fine della lista, l’occhio mi cadde sul nome di Gianni Vitali, un editore per cui avevo tradotto un saggio di psicologia da stadio intitolato Toponomastica dell’amore. La prima volta che l’avevo chiamato, era andato a prendere un caffè, la seconda e la terza pure, la quarta era appena partito per la Fiera del Libro di Schwerin, la quinta per quella di Kiel, la sesta era “proprio guardi appena uscito riprovi tra un mese per sicurezza”, la settima era al telefono sull’altra linea e l’ottava in ospedale, la nona era al bagno e la decima ci era caduto dentro. In fondo non avevo alcun diritto di protestare: era in ritardo di soli tredici mesi sui nove previsti per il pagamento. Ma essendo stata messa alle strette dalla UniDebit, decisi di tentare comunque la sorte. Feci il numero.
– Pronto, studio del dottor Vitali.
– Buongiorno, sono Federica Consoli, avrei bisogno di parlare con il titolare.
– Aspetti un attimo, che provo a passarglielo.
Rimasi un quarto d’ora buono in attesa, in compagnia di una polifonica Aida. Poi la segretaria tornò.
– Pronto, è ancora lì?
Speravi mi fossi arresa, eh? – Certo, mi dica.
[Le frasi in corsivo nei dialoghi indicano i pensieri della protagonista. N.d.R.]
– Mi dispiace, il dottor Vitali attualmente è alla toilette.
– Non ho fretta. Posso aspettare… – Sempre che non ci ricaschi dentro…
– No, guardi. Le conviene chiamare tra una settimana. Click.
Ricominciai a scorrere la lista, finché l’occhio mi cadde sul nome di Tarallo Del Vecchio, un poeta per il quale qualche anno prima avevo tradotto una ventina di poesie dal francese.
Feci il numero.
– Pronto?
– Tarallo?
– Carissima!! Qual buon vento ti mena?
Eh, non lo so… ma mena forte! – Ehm… Tarallo… sono un po’ in difficoltà… ricordi i soldi che mi dovevi?
– Ah… ti dovevo dei soldi?
– Si per quelle traduzioni…
– Quali traduzioni. Federica?
– Quelle pubblicate su «La voce poetica» di San Pinocchio.
– Ma Federica. Quelle traduzioni sono tutta farina del mio sacco!!
– Tarallo… le feci io… lo sai bene…
– Come osi insinuare una cosa del genere? Io ti chiesi soltanto dei consigli, che peraltro non seguii neppure…
– Ok, ti ringrazio Tarallo, alla prossima. Click.
Ricominciai a scorrere la lista, mi fermai su Francesco Chiagneffotti, un editore con cui avevo collaborato come correttrice di bozze.
– Pronto, Chiagneffotti.
– Francesco!! Ciao! Sono Federica, come ti butta?
– Eh, Federica sapessi gli affari vanno davvero malissimo siamo ormai sull’orlo del baratro se continua così saremo costretti a chiudere e tutti i miei dipendenti reclamano giustamente i loro diritti il distributore ha detto che mi restituirà tutti i libri se non pago entro la fine del mese e io sono pieno di debiti anche la banca non mi fa più credito e io non ho neppure i soldi per pagare gli stipendi temo proprio che stavolta sarò costretto a chiudere guarda le vendite vanno malissimo non ho neanche più i soldi per comprare a mio figlio il coupé che desiderava tanto e per pagare a mia moglie la blefaroplastica ormai mi odiano mi vedono come un fallito che non ha saputo offrir loro altro che miseria e li ha coinvolti nel disastro che è la sua vita e io stesso mi odio tanto che ho deciso di prenotare un last minute per la Costa Rica sai su internet sotto ferragosto te li tirano proprio dietro giusto per rilassarmi un attimo e fare il punto della situazione per cercare di capire come potermi comprare il Rolex che desidero così tanto…
– Ti capisco, Francesco, ti sono vicina…
– Ti ringrazio Fede. So che tu non sei come gli altri. Ed è anche per questo che ti stimo & ammiro profondamente. Oltre che per il fatto che sei una bellissima persona. Una persona eccezionale. Unica. Generosa. Una collaboratrice in gamba come ce ne sono poche. Sei la migliore. Se poi riuscissi a prestarmi qualcosa…
– Click.

[…]

Mi precipitai con la Minuzza [Mina (stra)Vagante, è la Special della protagonista. N.d.R.] al Centro Culturale, violando il codice stradale fino al più implicito divieto. Sempre con l’aiuto della Minuzza, portai sul luogo del convegno l’enorme scatola contenente i book inutilmente stampati per gli spettatori. Parcheggiai al confine tra la ZF (Zona Franca) e la ZTL (Zona Traffico Limitato) e trascinai la scatola fino al centro della piazza. La sistemai accanto al Monumento ai Caduti di Calci e tornai verso la ZF. Mi resi conto con un brivido che avevo violato di mezza ruota la ZTL. Per l’inesorabile legge di Murphy, l’unica che non contempli eccezioni, ero stata tempestivamente punita col solito foglietto giallognolo, incastrato nel freno dell’ignara Minuzza. Impedii al cervello di attivarsi, presi rassegnata il foglietto giallognolo da aggiungere alla collezione, lo chiusi nel bauletto senza neppure spiegarlo per sapere di che morte dovevo morire, sempre che fossi ancora viva, diedi gas.
Arrivata alla stazione di Calci, parcheggiai la Minuzza, facendo attenzione a che la ruota posteriore fosse tutta dentro la riga bianca, mi precipitai sul binario. Attesi il treno di Roberto Benetti.
Il treno arrivò puntualissimo. Quando tutti furono scesi, vidi un uomo molto elegante, vestito di nero da capo a piedi, con un cappello altrettanto nero, a tesa larga. Portava un paio di occhiali, ovviamente neri, che gli coprivano quasi del tutto il volto, lasciandone fuori soltanto le guance, che gli ricadevano morbide fin quasi sul collo, affondato in un colletto bianco inamidato.
– Buongiorno, lei è…
– Federica Consoli.
– Federicachi?
– Consoli.
– Consoche?
– Li.
– Bene, signorina Lilli, vogliamo muoverci? Mi staranno aspettando con ansia.
Federica Consoli.
– Questo nome non mi giunge nuovo…
– Per forza, gliel’ho ripetuto otto volte.
– Ho sentito molto parlare della tizia dai suoi amici… – Mi fece alzando il sopracciglio con un sorriso lubrico e guardando altrove. – Ma ci sarà anche lei?
– Lei chi?
– La Consoli.
– Sono io. – Ma l’altra arriva sempre prima di me.
Scoprendo che la famigerata Consoli ero io, Benetti s’illuminò d’immenso e per un istante mi vide: riemersa dalla mia totale insussistenza. Prese con impegno la mira e sparigliò tutte le prossemiche. Io lo dribblai con un guizzo e lo precedetti verso la fermata dei taxi.
– Non vorrà mica che salga su un taxi, vero? – Mi fece Benetti con una smorfia di disgusto, togliendosi gli occhiali e lasciando a piede libero uno sguardo inceneritore color blu notte, che sprizzava come un geyger dalle fosse nere dei suoi occhi.
– Ah, beh, se preferisce fare due passi, il centro di Calci in effetti non è lontano.
– Mi sta prendendo in giro? Non sono abituato a “fare due passi” è una vergogna davvero non so spiegarmi cosa la induca a pensare che io vada a piedi sul luogo dove dovrò partecipare al Convegno Internazionale Poesia & Iperuranio!
Ok, allora cosa vuole, un jet privato? Impegno unn rene? – Allora che facciamo?
– Mi chiami un CAB
– Unché?
– Insomma! Un’autoblu!
– D’accordo, d’accordo.
Entrai nel bar più vicino, cercai il numero del CAB, tornai da Benetti e aspettammo l’auto insieme.
– Lei scrive? – Mi chiese con fare indagatore.
– Assolutamente no.
– Ma si interessa di poesia…
– No.
– E che ci fa qui?
La tappezzeria. – Organizzo!
– Ah. Ma non legge poesia?
– Mai.
– Quindi non ha letto il mio ultimo libro?
Ahimè, sì… – No, ma lo farò.
– Ecco, brava.
– Grazie. Ecco il nostro CAB.
Benetti si precipitò dentro, chiuse la porta, mise la sicura, disse qualcosa all’autista. Io mi parai davanti alla macchina prima che partisse, l’autista sbloccò la porta, io sgusciai furtiva nell’auto. Partimmo.
In pochi silenziosi minuti fummo in Piazza Calci ai suoi Caduti. Pagai il CAB, salutai Benetti indicandogli una sedia, quella meno impolverata di tutte. Lui scosse la testa e mi squadrò da capo a piedi con sussiego. Io gli indirizzai un sorrisetto ampio di default, poi mi avviai a piedi verso la stazione. Non potevo prendere la Minuzza, perché dopo sarei dovuta tornare a Calci in taxi, lasciandola sola alla stazione. Arrivai appena in tempo, proprio mentre il treno di Luciano Gardenghi stava arrivando.
Quando tutti i passeggeri furono scesi, vidi un ometto piccolo e tondo rotolare lentamente in avanti, preceduto da uno sguardo che scivolava perso fuori da due occhietti neri piccoli e circolari. Indossava un paio di pantaloni più vecchi della Minuzza, e una giacca a vento verde scolorito, dalla quale fuoriuscivano batuffoli di piuma di papera. Gli andai incontro, indirizzandogli un sorrisetto ampio di default. Lui mi rispose con un gesto stanco della mano, che si portò poi subito alla fronte in un vasto movimento tragico e oltremodo poetico.
– Buongiorno… Lei è?
– Federica Consoli.
– Comedice?
– Federica.
– Bene, Francesca, andiamo.
Io mi avviai decisa verso la fermata dei taxi.
– Ehi! – Mi urlò il Gardenghi quasi assordandomi.
– Che c’è?
– Ho appena sentito Benetti. Mi ha detto che lo avete accompagnato in CAB.
Telefonai. Aspettammo l’auto blu. Salimmo in silenzio. Partimmo.
– Lei scrive? – Mi chiese il Gardenghi con fare indagatore.
– Non ci penso nemmeno.
– Mai scritto in vita sua?
– Soltanto diari quando ero bambina. Crescendo sono passata ai bollettini postali e alle liste della spesa.
– Ma lo sa che i diari a volte sono vere e proprie opere letterarie?
– I miei sono stati tutti bruciati da un incendio prima che nascessi.
– Peccato. Ma proprio non ha mai scritto una poesia?
– No.
– Ma s’interessa di poesia?
– Assolutamente no.
– Quindi non ha mai letto nulla di mio?
Ahimé, sì… – No, mi dispiace. Ma lo farò.
– E che cosa fa al Centro Culturale Internazionale?
Conto i giorni che mancano alla fine dello stage. – La centralinista.
– Ma lì vivono tutti di poesia…
– Tranne me. Io vivo di luce riflessa.
– Ah.
– Già Una luce potente. I computer son talmente vecchi che non riesci a regolarne la luminosità.
Nel frattempo avevamo raggiunto Piazza Calci ai suoi Caduti. Benetti si aggirava con volto corrucciato tra le sedie. Sembrava immerso in profondi e dolenti pensieri. Gardenghi lo raggiunse. Restarono in piedi l’uno di fronte all’altro, in silenzio, guardandosi cupi negli occhi. Poi si strinsero la mano, e rimasero così, pietrificati, per enfatizzare davanti al mondo il momento dello storico incontro. Il Monumento ai Caduti di Calci li guardava stranito.
Fox arrivò con i microfoni alle 16:45. Alle 17, ora convenuta, il convegno poteva cominciare. E Salvare il Mondo. Ovviamente fu necessario aspettare le 18 perché tutti i relatori fossero presenti, a parte Calcaro, che si era improvvisamente ricordato di un premio letterario da ritirare a Ostellato, e Borlotti, che, mentre sostava in autogrill, era stato colto da un’inderogabile ispirazione improvvisa, che lo aveva cooptato a intraprendere seduta stante l’impresa di un nuovo poema eroico-metropolitano, nello stile della Linea A10 Genova-Ventimiglia, in netto contrasto con quella Lombarda e quella Adriatica, ma con chiari influssi della A4 sul RA13 per Padriciano.
Tuttavia il convegno fu un vero successo. I relatori si avvicendarono in uno stringente dibattito sui temi: Poesia in Autogrill, Slam Poetry a Poggibonsi, Poeta: Ci sei o ci fai? Dal pubblico – una quindicina di persone, quattro cani, e due poveri bambini innocenti in carrozzina – nessuno si azzardò a fare domande.
Max Pheasants: Bene, amici, siamo qui riuniti oggi per riaffermare l’importanza della poesia nel nostro vivere quotidiano. Noi lo sappiamo: se la gente scrivesse più poesie, invece di firmare cambiali e note in condotta dei figli, se la gente leggesse più poesia, nella fattispecie la Nostra, e magari fingesse anche di capirla, bene, nel mondo non ci sarebbero più carneficine e catastrofi, violenza e veleni, scorni e corna, manini e maneggi, stragi e saccheggi. Le foglie cesserebbero di cadere dagli alberi, noi di stare come sugli alberi le foglie, i panda di avviarsi a capo chino verso l’estinzione, le faglie tettoniche di allontanarsi, gli Appennini di livellarsi, l’ozono di sfrangiarsi. L’acqua alta di minacciare Venezia. Questo dobbiamo insegnare ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli. Questo dobbiamo lasciare ai posteri, nelle cui mani tremanti si depositeranno le nostre parole, millenni dopo la nostra dipartita. Perché non dimentichiamolo mai nemmeno per un secondo: Tutti dobbiamo morire. Quindi è bene mettersi avanti. Ma un modo di sopravvivere, di eternare la nostra voce c’è. Ed è Lei, la Poesia. Questo dobbiamo sostenere, a spada tratta, contro il mondo ignorante, relegato ai piedi del Parnaso, prono sotto il bombardamento della nostra materialistica società consumistica, che cerca di allontanarci dal Vero. Noi quel Vero lo cerchiamo. Novelli prometei, lo attestiamo.
Luciano Gardenghi: Lo diciamo.
Roberto Benetti: Ce lo cantiamo.
Gottfried Flausen: Ve le suoniamo.
Max Pheasants: Esatto. Credo che ormai sia evidente lo strapotere della televisione su tutti gli altri mezzi di comunicazione, compresi gli sms, i segnali di fumo, gli mms, i piccioni viaggiatori e la parola. I nostri bambini sono esposti ogni giorno a un vero e proprio bombardamento mediatico. Nostro compito precipuo è difenderli, far loro leggere Dante e Petrarca, invece di quegli stupidi libretti illustrati per l’infanzia, che non potranno mai aiutarli a trovarsi una collocazione consona nella vita, nel corso degli eventi, nello scorrere dell’Arno, nel fluire pseudo-cinetico del tubo catodico, nell’onda lunga del servizio al tavolo. Ché i panni oggigiorno si lavano in lavatrice. In Arno si dissolvono al primo contatto con il pelo dell’acqua.
Gottfried Flausen: L’acqua ha il pelo?
Luciano Gardenghi: Sarà la poesia a farglielo.
Roberto Benetti: Epico. Non avrei saputo dirlo meglio, amico.
Max Pheasants: Perché se noi decidiamo di andare al mare anche se piove, è chiaro che stiamo trascurando l’essenzialità del non detto, ovvero la cinesi escatologica del pensiero. Ecco che allora, nella concretizzazione del vissuto, si realizza lo spettro esperienziale di un trauma infantile pregresso, e abbiamo a che fare con una proiezione paradigmatica ecfrastica dello ut pictura poësis, nel cambio di prospettiva, quando la linea dell’orizzonte si sgrana e l’occhio microscopico della mente si dilata a comprendere le possibili sequenzialità del vissuto individuale. Trasponendolo su un piano di esperienza universale. O universalizzabile. Oltremodo crestomantizzabile.
Gottfried Flausen: Ineccepibile.
Max Pheasants: Certo, la trasposizione è elemento necessario, nell’acccessorietà della sequenzialità di stimoli derivati dall’appercezione sensoriale.
Roberto Benetti: Oserei definirlo un processo olistico.
Max Pheasants: Precisamente. È proprio come il fluire dell’olio sul pavimento quando rompi un barattolo di carciofini. Essi ti tormenteranno a lungo, li vedrai riaffiorare, giorno dopo giorno, ti perseguiteranno fino al termine della notte. Peggio dell’albume dell’uovo, che si fa invece metafora della solidificazione del vissuto collettivo, consentendone la storicizzazione a posteriori.
Gottfried Flausen: Già. Ma in fondo il processo è già postumo.
Max Pheasants: Tutti noi lo siamo. È un legame quasi musaico…
Roberto Benetti: Che c’incastra il “muso”?
Luciano Gardenghi: C’incastra, c’incastra. Il muso della poesia ci guarda, sporge dagli interstizi d’ogni muro. Ci segue. Ci scruta. Ci spia. Ci osserva.
Gottfried Flausen: Sempre?
Max Pheasants: Quando non siamo dediti ad attività prosaiche.
Roberto Benetti: Già.
Max Pheasants: Credo che il fenomeno cinetico del fluire del pensiero, la sua successiva materializzazione nel già smateriato, sia sintomatica di un più generale sfaldarsi di atavica memoria, che andrebbe osservato da un punto di vista non meramente consequenziale. Bensì esponenziale. Voglio dire da un piano paradigmatico alla sua trasposizione onirica su quello sintagmatico.
Gottfried Flausen: Mi pare un’intuizione sopraffina.
Max Pheasants: Per chiudere vorrei poi ricordarvi che quando il dire si sostanzia in proiezione statica dell’appercezione cinetica nella materialità del vissuto una parola è troppa, e due sono poche.
Gottfried Flausen: Anche tre.
Roberto Benetti: Beh.
Max Pheasants: Bene, a questo punto possiamo dare inizio alle letture.

Dopo due ore di poetiche letture, tutti levarono al cielo gli occhi strabuzzati. I cani vagirono alla luna futura. I bambini guairono.
– Avete qualche commento da fare? – Esordì Nini Dairetta, squarciando il velo di religioso silenzio calato sulla piazza. Nessuno osava parlare per primo.
– Bene, oggi sono emersi molti elementi di assoluta centralità, e sono stati forniti essenziali spunti per un ulteriore dibattito. I testi letti dimostrano, con univoca e inequivocabile chiarezza, come i convenuti siano in grado di sposare teoria e pratica, nel loro percorso poetico ed esperienziale. Direi che possiamo fermarci qui. Ringrazio i convenuti anche da parte del nostro pubblico, che vedo rapito e attento, e vi do appuntamento al prossimo incontro, che si terrà a Ostia in data da destinarsi se mai ci arriveremo.
Il pubblico rimase ancora a lungo in silenzio, poi tutti se ne andarono alla spicciolata, a capo chino, in un silenzio commosso. I cani avevano la coda tra le gambe, i bambini gli occhi sbarrati.

 

Ogni personaggio della presente opera è generato per condensazione, ogni luogo è risultato di spostamento. Pertanto, ogni riferimento a cose, persone, luoghi realmente esistenti è da considerarsi puramente onirico. I cognomi sono inventati e/o ispirati alle Pagine Bianche e a quelle di giornale.

Chiara De Luca, dal romanzo Senza principi, 2006 (anno 5 a.C., avanti Cane)

 

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