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Primo Levi traduce Franz Kafka

A chi indirizza il «suo» Processo?

Devo dire che traducendo Il processo ho provato sensazioni varie e contrastanti, di interesse, di entusiasmo anche, di gioia per il problema risolto, per il nodo sciolto. Ma anche un’angoscia, una tristezza profonda. Perciò, mentre ho sempre distribuito i miei libri con entusiasmo a tutti, non a tutti do volentieri in mano questo Processo. Allora mi domando se sia un bene che un libro come questo lo legga un quindicenne. Glielo risparmierei. «Altro dirti non vo’; ma la tua festa / ch’anche tardi a venir non ti sia grave». Il processo rende più consapevoli. Pensi a come finisce questo libro, all’ultima scena: il cielo azzurro e l’esecuzione in quel certo modo, per mano di due individui come quelli, cioè di due automi in sostanza, che non parlano quasi, che si scambiano dei complimenti insulsi e del tutto indifferenti. Sono molto consapevoli della modalità dell’esecuzione, vogliono che tutto sia fatto a puntino, secondo le prescrizioni che hanno ricevuto. Però è una condanna a morte, essi girano il coltello nel cuore. Ora, questa chiusa è talmente crudele, di una crudeltà inaspettata, che se avessi un figlio giovane gliela risparmierei. Mi pare che comporti un disagio, una sofferenza, che certo è la verità. Morremo, ognuno di noi morrà, pressapoco così.

«il manifesto», 5 maggio 1983

Primo Levi. Conversazioni e interviste. 1963-1987, Einaudi Editore 1997, p. 194.

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