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RAMBERTI, Alessandro

cover_Ramberti“Vorrei parlare al mondo fuori”

Una lettura di Pietrisco, di Alessandro Ramberti

Pietrisco, di Alessandro Ramberti, si presenta come un libro molto solido, più uniforme e maturo rispetto ai precedenti, un libro cui bisogna avvicinarsi lentamente, per poi soffermarsi, tornare indietro, senza fretta. Occorre disporsi all’ascolto di versi non sempre univoci, che chiamano al ragionamento, all’interrogazione paziente, al dialogo. Dialogo cui Ramberti stesso c’invita esplicitamente, proprio verso la fine di questa raccolta, che è anche percorso di scrittura in fieri e di riflessione metalinguistica: “Come puoi restare qui con me / se già ti appresti a chiudere / la pagina? Il dialogo richiede / una presenza ambivalente: / tu sei per me ed io ti affido / la parte che non ho scritto”. (“Così va il mondo”).

Ed è proprio la riflessione sul linguaggio il collante più forte tra queste poesie, l’elemento unificante, creatore della forte coesione che si avverte tra le pagine, quasi che questo libro fosse un’unica, lunga poesia, che è anche canto in onore del dire, non solo del dire poetico, bensì del suo integrarsi alla quotidianità. Perché “Senza il linguaggio / il pensiero non ha appigli / senza il pensiero / il linguaggio non ha fili del discorso:” (“Lo stenditoio sul prato di Ruth”); perché “La nostra è una lingua memorabile / da usare con l’amore che rinnova:” (“L’ideogramma”).

Il linguaggio poetico di Ramberti è asciutto, essenziale, privo di orpelli, di pietrisco di cui la parola poetica non necessita per dirsi, avendo già in sé le potenzialità iconiche che ne fanno immagine aperta a un ampio ventaglio di possibili significazioni: “è un gioco incredibile il linguaggio: / sa fare metafora di sé / come fosse la centina / delle più audaci arcate…”. (“Forse/forte”).

La parola è già di per sé solida, è elemento che puntella il pensiero. La parola non è l’ornamento dell’edificio della comunicazione, non è il fregio sull’arcata, bensì parte funzionale, strutturale, dell’insieme. La parola è veicolo e al tempo stesso corpo del dialogo, in virtù del messaggio di cui è implicitamente portatrice, e che si sottrae al disegno della mente stessa del parlante. La poesia non ha dunque bisogno di artifici e giochi linguistici per esprimersi, perché essa è già di per sé gioco. Non occorre dire “cose strane” utilizzando termini complessi, perché “per quelle che contano basta / combinarne poche centinaia / (che poi quando parliamo /sono anche meno)”. (“Pragmatica”). Parlare significa per Ramberti onorare la sacralità del linguaggio, mettere a nudo se stessi in un rito di offerta, quasi un sacrificio; “Scrivere è un atto etico al quadrato: / implica rispetto e verità – in tutti / la troviamo con una declinazione personale”. (“L’ideogramma”). L’offerta sacrificale di questo rito del linguaggio è il superfluo, ovvero ciò che toglie luce all’icona, ciò che la opacizza: “Diciamoci le cose con pochi caratteri / giusto / quelle immaginabili con gli orecchi / di latomie in disuso, / pietrisco da discarica / che teletrasportiamo coi satelliti”. (“Sistema per messaggi brevi”). Liberarsi dell’orpello significa andare oltre i limiti intrinseci al linguaggio stesso, stravolgerne il suono e renderlo ininfluente, così che ne resti il messaggio, nella sua nudità. Il senso vero sta dunque nella rottura del rapporto convenzionale tra significante e significato, tra suono fisico e voce mentale, tra messaggio di partenza e messaggio d’arrivo. “Superare i confini del linguaggio” significa creare un dialogo autentico, un dialogo aperto e mai vincolante: “colpisci le velari, / proietta le dentali, /annichilisci le sibilanti, / scarifica le liquide / annoda le nasali / e attacca al mio palato questa lingua, / se si compiace dei confini in cui è calata”. (“Ho poco”). Far uscire la lingua dai suoi confini significa ritrovare la propria voce originaria, nuda e vera come lo è il vagito di un bambino: “Comprimi le vocali consonanti / ho giusto il fiato per i primi balbettii / di gola e labbra”. (“Nonostante”). Superare i confini del linguaggio significa forzare la funzione performativa delle parole sul piano pragmatico, ritrasponendole sul piano dell’idea. Lasciando così emergere il rapporto esistente tra la struttura profonda del significato e quella superficiale in senso chomskiano: “le nostre tessiture di fonemi / riflettono, descrivono, ipotizzano, / performano in un’area limitata // creano solchi nei cervelli / emarginano o distruggono le carni / ma danno vita nuova?”. (“Questioni di principio”). La parola deve farsi corpo nudo, divenire un tutt’uno con l’esperienza del parlante, farsi traduzione del linguaggio muto della carne, per creare vita, unione: “di quanto digitiamo rimane il moltiplicatore : / una funzione astratta, senza corpo e fiato, / una speranza priva di fattori, / mentre una gravidanza converte il futuro / nel presente”. (“Sistema per messaggi brevi”). Quella di Ramberti è perciò una ricerca dell’identità tra parola e sangue, dell’equilibrio tra mente e corpo, che tramite il linguaggio divengono entità indissolubile, al punto che anche i corpi sono “manoscritti sulla punta di un inizio” (“Miserere”); mentre noi “[…] Siamo nomi che hanno fuso / le sinapsi… reciprocamente”. (“L’ideogramma”). Per superare i confini del linguaggio, occorre dunque dare corpo, il proprio stesso corpo, alla parola, assimilare gli spazi bianchi e il sottointeso, riscoprire le piene potenzialità effettive del linguaggio, lasciare che esse si manifestino nell’atto stesso del dire: “Io sono in queste rime ritmiche tagliato / dalla luce del discorso (assimiliamo il vuoto: / un’iconostasi, un ponte che va oltre)”. (“Pontefice”).

Accettare la convenzionalità del linguaggio, la sua depauperazione nella finzione del quotidiano, significa arrendersi al suo riflesso superficiale, mettersi vigliaccamente al sicuro dal suo potere dirompente: “e un nodo impaziente si avvolge / sui detti, sui comportamenti di routine: / in questa inerzia ci siamo accomodati / come statisti sulla sedia a dondolo / in veranda, contenti / che il giardino abbia alte siepi”. (“L’abitudine”). Il linguaggio è infatti lo strumento più importante che possediamo per rapportarci agli altri, per esserne “determinati”, così che dalla parola nasca altra parola: “c’è sempre una determinazione / al nostro isolotto inserito / nel noi di un arcipelago estesissimo / ma senza punti fermi…”. (“Non c’è più moto ondoso”). Il linguaggio è ciò che crea l’infinità di legami che definiscono il nostro essere nel mondo, è territorio che scardina i propri stessi confini, così che la rete sintattica diviene rete di relazioni al di fuori dello spazio fisico del suono: “Colui chi ci pronuncia è altrove / ma si riflette sul lato più accogliente / facendolo vibrare del colore / di cui siamo impastati: non c’è più / sopra o sotto, prima o poi, / profondità larghezza vicinanza… / un bagno luminoso allaga / l’intero schema della rete”. (“Rete sintattica”). In questo contesto la poesia ha la funzione di catalizzare forze di diverso segno, di potenziare la carica nascosta del linguaggio, ma perché ciò possa avvenire, “sarebbe necessario rianimare / l’intera composizione / mettendo all’opera / un’orchestra che ami il suo lavoro”. (“Pubblico distratto”). Quando invece l’orchestra si frantuma in un insieme disarmonico di solisti incentrati sull’atto performativo, che li allontana dalla realtà fisica pulsante, la parola perde corpo, acquisendo la funzione di mero suono: “vorrei parlare al mondo fuori / ma modulo di spine il filo / del discorso… escono / a recitare i loro passi / alcuni sono belli altri parafrasi / e lo spettacolo / è un suono in cui tendo / a immergere il mio”. (“Teatro”).

Chiara De Luca

in Pietrisco, Fara Editore 2007

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