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RAPSODIA IN BLUES : La pesatrice di perle di Laura Fusco ovvero quando pittura e poesia si incontrano

di Marilena Mosco

 

Accostarsi alla poesia di Laura Fusco che è anche regista, è come inoltrarsi in un bosco denso di mistero, fitto di sentieri tortuosi che non si sa  dove sfocino, toccati da sprazzi improvvisi di luce e zone fitte di ombre, tra le quali si muovono figure femminili e maschili che appaiono e scompaiono, a volte corpose, a volte evanescenti, affascinanti. Come suggerisce l’autrice : “è un gioco di specchi, un sogno che è la realtà dove vivono i personaggi a cavallo tra arte e vita. I confini tra realtà e sogno scompaiono e cose reali si sovrappongono a immagini surreali, prospettive nuove, rimandi a cose che abbiamo visto, di cui ci  appropriamo e  rielaboriamo fino a dimenticarne l’origine “. La sua è una  poesia  originale fatta di

miniracconti, con scenari sempre diversi, prologhi inattesi ed epiloghi sconcertanti, tutti scanditi con un ritmo che ricorda le cantate di Prevert .

Amore e morte è il leit motiv della raccolta poetica; protagoniste  le donne sospese tra l’ansia di vita e il fascino della morte sfiorata o sfidata.

Teatro, ma anche cinema, se è vero che i personaggi vanno e vengono ora ripresi in campi lunghi ora emersi in primo piano, attraverso  improvvise sequenze.

Una sorta di street art questa poesia per immagini, legate alla contemporaneità,  ma anche  poesia colta la cui novità è il continuo rimando a dipinti di cavalletto, scelti come “tranches de vie“ che si affacciano al mondo di oggi con un continuo alternarsi di passato e presente, di mito e realtà. Significativo il titolo veermeriano “La pesatrice di perle”. Perché Vermeer ? Perché è il pittore del raggio di luce, dell’attimo fermato, del particolare elevato a ricordo universale,  il riflesso di una  perla in un  momento magico. 

Pittura e poesia si incontrano oltrepassando i confini dello spazio e del tempo; se il dipinto ha la potenza di catturare lo sguardo, di farlo soffermare su un dettaglio che ne riassume il significato, il verso fa da controcanto a un ritmo cadenzato con echi e assonanze suggestive.

Le immagini si accavallano l’un l’altra: la Donna con l’ombrellino di Monet, il Pittore e la modella di Courbet, le Danzatrici  di Canova, un turbinio di colori e di luci come in un set cinematografico: i volti di ieri  si incrociano con le foto di oggi, flash scattati nelle strade di New York, o sous les ponts de Paris.

L’amore è una perla rara, che scivola, può essere perduta e ritrovata.

Le fanciulle nel Giardino delle  delizie di Bosch vagano tra pesci volanti.  Anche la Bevitrice di assenzio  di Degas è sola e infelice,  cerca l’oblio, non lontana da Carlotta che in abito verde si confonde col prato, sdraiata alla maniera della modella di Manet; avvolte da nuvole di vapore le stiratrici di Degas.  

Sono le immagini a trainare le parole cadenzate e ritmate  con pause volute dalla regista; la Demoiselle aux bords de la Seine di Courbet è la cantante Amy Winehouse, ricorda l’Ophelia di Millais la modella Lizzie morta per overdose. Il suicidio, ricorrente ,  è una sfida, un abbraccio fatale con la morte per una ricerca di immortalità, e l’immagine non deperisce ma rimane nel tempo  avvolta nell’aura del mito.

C’è in tutta la collana di perle uno struggente desiderio di raggiungere l’amato, di rinascere con lui. E si respira il mito dell’eterna giovinezza, dell’amore eterno, capace di vincere la morte .

Sono gli amanti morti prima del tempo, che appaiono e scompaiono come fantasmi o realtà evanescenti; ecco il ragazzo biondo che si sporge dal davanzale sopra il fregio con la Salamandra  e la ragazza bionda che ha gli occhi grigi come la Brughiera di Constable.

Una poesia che hanno detto “neogotica”, allusiva e suggestiva, originale nella sua cadenza prosastica e nella sua ricchezza di immagini pittoriche, perle rare, sciolte, disseminate, libere di scorrere sul tessuto nero di amore e morte, gioia ed angoscia, ma sature e avide di vita.

                                                                                                                    

                                                                                                                   Marilena Mosco

Critica e storica d’arte, ha diretto a Firenze il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti.                                                                                                                                                                                                                                                                                         

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