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REVOLVERE SAXA. Sull’opera di Francesco Benozzo

 

di Massimo Sannelli

 

1.

In che modo Francesco Benozzo si è reso imperdonabile. In che modo un filologo dell’Accademia di Bologna-la-Dotta rinuncia alla koiné poetica, cioè ai maestri. E in che modo si rende costruttore, e di che cosa si rende costruttore.

Risponderò alle domande secche – il punto interrogativo manca perché la secchezza è già una risposta – con qualche dato di fatto. Naturalmente i dati di fatto sono assoluti e irrispettosi, per statuto.

Primo dato di fatto: Benozzo ha coraggio. Voglio dire: rispetto all’Italia e come poeta. È chiaro che il coraggio di Giorgio Labò e di Mariarca Terracciano è un’altra cosa, ma nel 2017 anche un po’ di coraggio espressivo ha il suo perché. E diciamolo: il coraggio di un lirismo debordante che non ha confronti né tra i poeti leggibili né tra i poeti illeggibili. Benozzo è uno che osa dire una cosa come questa, alla fine di Onirico geologico: “Il poeta, gioiello dei diademi del cielo, ha il compito di restituire la libertà a chi ne è stato defraudato”. Proprio così: gioiello dei diademi del cielo. Una follia. Ecco un’altra cosa impossibile, sempre da Onirico geologico: “Come l’anarca, egli” – il poeta, ovviamente – “è l’immagine della libertà, dell’originaria volontà di resistenza, dell’affrancamento dalle forze del branco”. Una follia, di nuovo. E ancora: “io sono l’uomo-dei-confini che muove l’argilla”. E “ogni mio altrove è un balenare geologico”. E in Felci in rivolta: “L’unica cosa che so è la poesia: / grandinata inattesa che devasta / mattanza di balene – mare rosso – / sillabe-fiocine per spiaggiare l’abitudine”.

Ora provo ad immaginare Montale, Balestrini, Fortini che dicono queste cose. Mi sforzo. E no, non posso immaginarlo. Eppure Montale, Balestrini e Fortini non hanno niente da spartirsi. Davvero? In realtà si spartiscono la conformità ad un diktat preciso. E il diktat impone di non essere particolarmente lirici; né enfatici. Forse Luzi sfugge un po’ al diktat antilirico, e a volte è anche un po’ troppo retorico. Forse anche Testori, qualche volta. Sì, forse; ma Luzi e Testori non starebbero mai “giorni e notti abbarbicati alle pietraie dell’Appennino”, come animali.

Le pietraie parlano del peccato dei peccati: l’asocialità. L’Italia non ama gli asociali-poeti, soprattutto quelli invasati da un demone classico e musicale, come Giacomo Leopardi e Lorenzo Calogero. “Io sono ancora un poeta in carne ed ossa / che sopravvive a stento tra i suoi simili, / bipedi che leccano vetri sbriciolati / ciclicamente innamorandosi tra loro / condividendo fatue migrazioni”. È un punto di Felci in rivolta.

Facciamo una pausa.

 

2.

Riassunto della puntata precedente: Benozzo è lirico, enfatico e isolato.

Morale implicita del riassunto: la fatica da animale non sociale dà il diritto di essere quello che si vuole.

In realtà tutto questo non è particolarmente strano. Sarebbe la pura e semplice tradizione, e non solo popolare: chi vuole, può andare alle epistole metriche III 1, 3 e 4 di Petrarca e vedere i divertissements di un intellettuale degli anni ’40 del Trecento. Nella III 1, “volvimus ingentes scopulos ac viscera matris / carpimus omnigene et squalentia vellimus ossa / paulatim et ferro montem tenuamus adunco”. Nella 3, “te mecum convulsa revolvere saxa / non puduit”. Nella 4, Petrarca dice che è diventato anche piscator e usa retia come arma.

E oggi? Oggi, in Italia, questo modo di vivere ha un solo fratello pubblico, ma è un fratello discutibile e scomodo. È sangue appenninico, anche lui, e non è facile nominarlo. Cioè Giovanni Lindo Ferretti, nelle canzoni e nei libri, che si chiamano Reduce e Bella gente d’Appennino. Poi ci sono altri fratelli, e qualche buona sorella: ma non sono scrittori, o – se scrivono – non accedono alle alte sfere.

Insomma: Benozzo si prende la libertà barbarica di scrivere con la cultura del filologo e l’esperienza del camminatore. Può farlo con un lirismo che rischia di dispiacere ai professionisti e ai professori. Ma Benozzo è anche un professore, con un curriculum che fa luce.

Un professore italiano è un poeta lirico ed è un camminatore. Buon segno: si ritorna agli sforzi di Petrarca per strappare alle terribili Ninfe il suo giardino. Il diktat accademico è agli sgoccioli, per fortuna.

 

2.

Insisto su Petrarca e la sua guerra alle Ninfe di Madre Natura. Petrarca rivendica di aver voluto creato uno spazio per sé. E dire Petrarca – quello vero, quello del bilinguismo latino/italiano: non quello irreale che Contini ha messo contro Dante, come se Dante fosse realistico – significa dire Provenza.

Provenza significa un certo tipo di paesaggio – il film La Vallée close di Jean-Claude Rousseau non ha bisogno di parole – e una lingua di poesia.

Dire lingua di poesia – il provenzale – significa risalire ad un’origine non italiana della poesia italiana. Dante lo scrive nel capitolo 16 (Gorni, XXV Barbi) della Vita nuova: “…noi non troviamo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni”. Centocinquanta anni di lirica in volgare prima del 1295 significa Provenza, per quello che Dante poteva saperne.

E Provenza significa anche poesia musicata, nella persona di un solo performer, poeta e musicista. Siamo già nella situazione di Benozzo.

Dante vuole essere preciso. Secondo lui, il primo poeta, centocinquant’anni prima del “presente tempo”, volgarizzò il suo amore, se no la donna non l’avrebbe capito. Sì, certo. Come no. Prendiamo per buona la ricostruzione di Dante: si scrive in volgare per farsi capire da una donna. Diciamo che è questa l’origine del poeta volgare.

Sì, ma dov’è la donna, nei poemi di Benozzo? E quale donna? Si può essere neomedievali e non parlare di una donna o ad una donna? Il lettore è cattivo, e fa la sua buona ricerca: la parola donna manca a Felci in rivolta, Onirico geologico e La capanna del naufrago.

Strano, vero? No, non è strano: basta uscire da certe convinzioni scolastiche.

 

3.

Alla fine di Onirico geologico Benozzo pubblica un manoscritto, con qualche disegno. L’ultimo appunto in italiano è un distico, inserito nel poema a stampa, come ultimo testo della Parte prima: “Nel molto vino della terra picena / si agitano sogni e visioni d’arenaria”. Nel manoscritto appare una riga dopo il distico. Vuol dire che si cambia discorso. Bene: c’è uno schizzo – un uccello, anche un po’ sgraziato – e si legge un testo in provenzale. È un’associazione di idee. Benozzo si trova a Smerillo, nelle Marche; e l’appunto provenzale parla di un esmerilh. L’esmerilh è lo smeriglio, il falco columbarius.

Di chi sono i versi provenzali di Benozzo? Praticamente sono di Benozzo.

E come può venire in mente a Smerillo di rievocare la Provenza? Ecco il punto: viene in mente, perché Smerillo evoca lo smeriglio. L’etimologia è valida? Sì e no. L’associazione di idee, sì, quella è valida. E il disegno impreciso? È valido anche il disegno impreciso: valido come prova. Cioè: il disegno sgraziato e gli appunti con le cancellature sono cose buone perché un poeta le ha volute. E nessuno, oggi, è più poeta di Benozzo.

Quindi la donna non c’è. O meglio: nell’appunto provenzale ci sono le parole-chiave: dompna e fin’amors, accanto al profilo grezzo dello smeriglio e dei monti. Ma non sono parole italiane. Sono apparizioni in forma di citazione o di pastiche, e accanto ad un disegno più magico che realistico.

 

4.

La poesia di Benozzo non è solo un componimento. È sinestetica e duttile: è testo, canzone, disegno, manoscritto. La duttilità ci ha fatto capire che il componimento è sterile se non è accompagnato da un comportamento.

Benozzo deve rappresentare questo comportamento. La sua poesia pubblicata è esemplare, in questo senso arcaico: come testimonianza di un esempio che può essere imitato, perché no? Perché – ripeto – qui non è in gioco il coraggio di Bobby Sands, ma il coraggio di rompere alcune consuetudini poetiche dell’Italia. Perché le consuetudini non sono tradizioni. Ovvio, no? Anzi: le consuetudini non sono la tradizione. La tradizione è un’arca di pietra e “continuità di spostamenti preistorici”: “Nei gesti di un Neolitico mai estinto / mette radici la parola del poeta”, parola di Onirico geologico.

E così del dolce amore non si parla, in questi scritti. Ne sentiamo la mancanza? No. Diciamo pure che non ce ne importa niente.

Non sentiamo la mancanza del dolce amore, perché qui c’è in ballo qualcosa di forte. E allora ecco l’ipotesi più terribile di tutte: l’amore, se c’è, è una cosa privata; la donna, quella donna, se c’è, carne e ossa, appartiene al segreto. È vero che Dante ha pensato di essere esemplare, a modo suo, ostentando il suo privilegio beatriciano: va bene. Ma non è detto che sia il modello da eseguire. Per rendersi esemplari ci sono anche possibilità diverse, parallele e contemporanee.

Benozzo parla e canta di spazio e di poesia, in poesia. Sa di essere un decifratore di arcani, e lo dice nella Capanna del naufrago: “E il lungomare rivelò visioni / scritture complicate ma a me note / forme scomposte che riuscivo a decifrare”. Per inciso, visione è un’altra di quelle parole ineducate che è meglio non dire. Fa sembrare o allucinati o dilettanti. Benozzo la dice. E così ci arriviamo: la visione e le scritture complicate aprono un’ipotesi dopo l’ipotesi.

 

5.

Ecco qua: la donna è la poesia, che è oggetto della poesia. E la poesia si manifesta due volte: nel discorso non-verbale/pre-verbale della realtà e nell’espressione del poeta. E quindi la realtà è poesia, e il poeta – un certo tipo di poeta – è poesia. È chiaro che a questo punto della visione non basta più parlare. Serve anche la musica, e tutto il possibile.

Rendere pubblica questa dedizione – che rende un po’ asociali, per forza di cose – non è spudorato. È un nuovo caso, e meraviglioso, della coppia mistica – klein wenig Verachtung e ganze keusche Seligkeit – che Tonio Kröger rivendica per sé, alla fine del romanzo che porta il suo nome. Un po’ di disprezzo e poi una piena beatitudine casta.

La sentenza è sputata, ma non è così mostruosa. È solo inusuale. E ne ho parlato, fino a questo punto, perché – a tratti, con salti e imperfezioni incalcolabili – mi riguarda. E così, per mano di Benozzo, l’esempio di questa beatitudine è pubblicato.

 

 

 

 

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1 comment

  1. Matteo Veronesi Reply

    Benozzo si è reso “imperdonabile” (in modo salutare) anche come filologo. La sua “etnofilologia”, ancorata all’eretica “teoria della continuità” di Mario Alinei, sposa al rigore dell’analisi testuale il richiamo ad archetipi indoeuropei (se non universali) che vanno ben al di là di ogni possibile e plausibile verifica di fonti, antecedenti, intertesti diretti. Forse una stessa, per così dire, sete di archetipi, uno stesso alone di risonanze arcane e remotissime, sta al cuore così della sua poesia come della sua filologia. Un nuovo tipo di poeta philologus – non tanto o non solo nel senso di poeta erudito e stilisticamente raffinato, ma anche in quello di un poeta consapevole della dimensione storica eppure condotto, proprio da quella consapevolezza, ad una sorta di riflessa primordialità, di vichiana o schilleriana “ritrovata barbarie”. “Poeta petroso”, aspro, corposo, e insieme lirico, alato, evocativo, e a volte ripiegato in suo trobar clus, Benozzo – anche nel senso che egli dà, da filologo, al Dante petroso, visto come incarnazione dell’archetipo remotissimo dell’innamorato divenuto pietra (è questo il “Neolitico mai estinto”, il senso primordiale della sacralità della pietra (del bianco elemento minerale, inorganico che è anche in noi, e sorregge le nostre carni, e resterà quando esse saranno scomparse, e che neppure il fuoco sacro delle pire riusciva a ridurre del tutto in cenere) in cui “mette radici la parola del poeta”.
    Interessante il richiamo alla “visione” e al cineasta Rousseau, accanto al quale si potrebbe fare anche il nome di Piavoli. Artisti talmente assoluti e solitari da restare perlopiù isolati perfino dal circuito dei festival più elitari. Cineasti in cui la “visione” è, appunto, un nativo ed aurorale, essenziale, scarnito, quasi cosmogonico, venire-alla-luce (còlto dallo sguardo della rappresentazione) del mondo e della vita – eppure il frutto, comunque, di una lunga riflessione, l’esito di una lunga mediazione a cui non è estraneo il sortilegio della Techne.

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