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Roberta Sireno, “Fabbriche di vetro”, Raffaelli 2011 Featured

Fabbriche[a]

Entra immediatamente in dialogo col mondo, con l’altro, la poesia di Roberta Sireno, con una naturalezza che percorre tutto il libro, quando nel primo verso testimonia la vita: “ti respiro”. Senza timore, sguscia dal buco nero e urla la sua presenza, la sua esistenza fragile e potente, che di volta in volta assume la voce di bambina, adolescente, donna adulta…. La sua è una scrittura tanto densa e scavata che, dopo aver letto e riletto il libro, si avverte l’esigenza di chiarire con esso l’impatto emotivo, cercando un ordine, una direzione luminosa per orientarsi. E la si trova.

Tra le pagine, infatti, si percepisce il tracciato dei Maestri del Novecento, che Roberta evoca a più riprese con gli echi di Montale, Zanzotto, Luzi… Non solo: nei testi che si susseguono come materia duttile, in continua ricerca e lavorazione, si percepisce il rimando a più maturi compagni di strada, nostri contemporanei (che sempre con Raffaelli hanno pubblicato opere importanti), come Francesca Serragnoli, citata con i suoi versi tratti da Il rubino del martedì, in chiusura del libro; o Stefano Massari, per certi temi ricorrenti, soprattutto nel suo diario del pane: l’urlo, la guerra col quotidiano, il senso di resistenza.

Ma qui il cammino si apre con Dante (“Però, se campi d’esti luoghi bui”): con Lui si scende nella dimensione infernale, nel silenzio duro, nella carneficina. Si entra in un luogo carico di sensazioni moleste, fatte di caldo, freddo, fuoco, pioggia, tenebra, dove il rumore assillante e stridulo crea un paesaggio sonoro doloroso; ed è in questa dimensione, scrive la poetessa, che “mi si accendono tutti gli inferni”.

Nella fabbrica dei versi si lavora con il vetro, un materiale poetico per eccellenza. Esso si plasma a temperature elevate (c’è infatti tanto fuoco in questo ambiente, tra incendi, arsura, fumo…) e la sua valenza è multipla, nel bene e nel male: è fragile, riverbera la luce, impreziosisce i luoghi, lascia intravedere oltre; allo stesso tempo il vetro sfregia, taglia, si frantuma. Il rumore del suo frangersi atterrisce, e da qui il respiro si fa pianto, la voce si incrina e comincia a gridare, sino a diventare “voce dei morti o dei sordi”.

Il vetro è un materiale delicato e crudele, come la scrittura di questa giovane autrice (classe 1987): sa liberare una grande energia, tra visoni e suoni che si mescolano in una pagina tesa a comunicare -a volte in modo impulsivo, ma sempre fresco e grintoso- il dato esperienziale, l’esserci oltre ogni riflesso: “in una volontà di esistere/ esisto”.

Quella della Sireno non è solo parola che libera: essa è anche parola che accoglie, si pone in ascolto cercando un senso, una corrispondenza tra la rete intricatissima della poesia e l’esistenza. La sua determinazione di fondo cerca nel volo un equilibrio, un centro, una risposta all’”urlo crudo delle statue”, “all’infinito che divora”. E benché tale parola arrivi “con la pioggia che spacca/ il vetro delle case”, essa affronta coraggiosa la tempesta, il fiume impetuoso della vita, afferrandone i barlumi, le ombre, il freddo e la calura insopportabili. E soprattutto, con una onestà che spiazza, dichiara la sua reazione: “anch’io ho una bufera che sbatte”, e la sua rabbia furiosa che osa “spaccare a tutte/ le ore” e anche se trattenuto, a volte, quel “desiderio/ di rompere il patto/ la regola che mi sorprende/ inadatta alla terra”. Tutto questo ha un sapore di compiutezza, accanto a quel senso civile che, sempre e comunque, deve avere la poesia.

Fabbriche di vetro è l’opera prima di Roberta Sireno: il principio solido di un cammino che, sono certa, sarà lungo, artcolato e sempre più luminoso.

Rossella Renzi

piangevi come una bambina

in mezzo alla pioggia

io non avevo forbici e chiodi

per tamponare

l’urlo del buio

ti avrei lavato i vetri

sotto i portici di una Bologna ubriaca

ti avrei lavato l’alba

senza dirti niente

ma le mie braccia erano fabbriche

e il verbo un infinito secco

nel buco del giorno dopo

*

perché è tutto vero non

esiste ciò che si perde e manca

ciò che ascolti e lasci

in corsa nel buio

ritorni svelta tra i tuoi ombrelli

li tieni

io so che tu ci sei

ma non è tempo per starti

a guardare

ritorna

ritorna la cosa che tiene sospesi

gli uccelli

così limpidi nel freddo volo

come stasera fuori dalle piazze

nuvole e muri

e tu che sei la gente che passa

il bus di vetro fuori

scavato dal peso – ero io

il veleno che intossica le cose

ero io nella voce

imperfetta delle rive

che muovono i tronchi di mare

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