Facebook

AGOSTINI, Roberto, I

cover_Agostini

“Fino in fondo mescendo”

onde del ritorno è un canto alto, scaturito da una compassione bruciante per il mondo, da un desiderio di soffrirlo sulla pelle, d’imprimerlo nella retina per restituirlo inalterato, per ritornarsi, in onde e frangenti.

Della poesia di Agostini non è possibile parlare in astratto, prescindendo dalla costante aderenza del poeta a un linguaggio che si piega e plasma e rimodella per aderire alle cose fino a incarnarle, stagliarle – spesso impietosamente – sul foglio, renderle presenti a tutti i sensi, attestando con parole di pietra, grevi, scabre ed essenziali, la propria presenza in un mondo cui la poesia dona il proprio assenso, prestandogli la propria voce più autentica, nel bene e nel male sincera fino al dolore.

“il dolore è secco. / Aprendo la botte e fino in fondo mescendo”. Scrive Roberto Agostini nel suo “Epigramma della foresta”. Sintetizzando il miracolo alchemico della creazione poetica, che esplode soltanto se ci caliamo a occhi chiusi negli abissi del dolore, per berlo fino in fondo, fino al greto del fiume, dove il sangue secca e raffredda, ma l’esperienza non cessa di pulsare, di ferire e al contempo resuscitare. L’io poetico si fa voce nuda del proprio vissuto, personificandolo in ogni gesto e in ogni parola, si fa tuffatore degli abissi e si fa profondità, greve peso e gravità che risolleva, nell’estrema libertà solare di bruciare fino a farsi identità di cenere azzurra, Terra: “Tu sei cratere e io un mare / improvvisamente refluito / e dell’abisso lassù la cenere azzurra / chiamata Terra / noi distanti prosciugati dalla / libertà solare / come due abissi / e tutto il cosmo”. Nella poesia di Agostini l’Altro è voragine che contiene, che si lascia colmare e livellare, del soggetto che diviene uno nella ricerca del senso del proprio esserci in funzione dell’esserci dell’alterità, del diverso, spesso ostile e distante, altre volte miracolosamente accogliente.

Ecco allora che più volte il poeta si rifugia nella solitudine fertile dove germinano le parole, si fabbrica il vuoto attorno per colmarlo della propria sete d’espressione, auspicando l’oblio in cui ricordare se stesso: “ricordi i pomeriggi / quegli antri piovosi del lago / nella caverna della lettura / con il tuo lume acceso / per essere dimenticato –”. In questa raccolta l’acqua è leit motiv del viaggio poetico fin dal titolo. L’acqua genera ogni cosa per poi permearla, così come le parole generano la poesia per lasciarsene rappresentare. L’acqua è insieme delle possibilità e delle attese, è elemento vivo e vitale d’ogni esperienza. In essa il poeta sprofonda fino all’apnea, fino all’ottundimento dei sensi, a quella momentanea morte che è presupposto e fondamento di ogni rinascita, oscurità perfetta e all’apparenza immobile in cui appiccare la fiamma guizzante della conoscenza di sé: “Prima dovrai te stesso / dire e riempita la penuria / proclamando l’oscurità bandita”. Per il poeta fare buio è necessario, affinché la luce possa nascere e sorprendere. In onde del ritorno la solitudine dell’individuo è marea che sale dagli scenari urbani cangianti di Milano, ora madre severa, ora mostro scarnificato che schiaccia e imprigiona tra i confini invisibili del proprio grande corpo gelato: “D’un mondo di costole / di case scenari cartoni / sforbiciati nei bordi irreversibili invisibili”. Ma anche nell’apparente immobilità urbana distante e imperscrutabile, insensibile alle istanze dell’io, il poeta avverte “che qualche parte / risponde”. Come il rilkiano artigiano delle parole, Agostini scruta le cose e ne ascolta il silenzio, per poi lavorarle di scalpello fino a estrarne la voce affievolita, fino a ripristinare il contatto tra la propria anima e quella della materia, con cui aspira a congiungersi fino a confondersi, a farsi “cosa tra le cose”, nucleo della possibilità d’ogni metamorfosi interiore.

La poesia è per Agostini espressione della nostra natura primitiva, e in quanto tale autentica, recettiva, malleabile, grazie a quella inclinazione “a non essere nel nostro corpo”, a liberarci dalla gravità della carne per rarefarci ad anima fluttuante che aspira a fare esperienza profonda del mondo, di quel che dietro la dura e scabra superficie di ogni giorno si nasconde. Nella poesia di Agostini sono significativamente frequenti i paragoni istituiti con il mondo animale, un mondo d’anima e di male, in cui “L’articolazione dei nostri dolori viaggia con noi”. Così come frequente è l’esortazione a farsi “fremito”, a spogliarsi della natura umana, subita come una sorta di limitazione alla pienezza dell’esperienza del mondo, come insieme di sovrastrutture che piegano e confinano, più che sostenere e puntellare: “Ora esci come aria, distenditi / sulle strade, le piazze circonda, corsi d’acqua / aspetta, rapida sorgente, / mutevole. / Il cielo dal suo estuario, sei un carro, / confuso nell’arpa finita verso l’alto”.

Grazie al processo alchemico della poesia, l’io consegue la pienezza della metamorfosi, nella compresenza esplosiva dei quattro elementi condivisi con la sostanza del mondo, che sono alla base di ogni comunione potenziale. Così l’uomo, uno, si riconosce nel molteplice del tutto, diviene viaggio e movimento, e fine stesso nell’andare: “sono scolpito, anch’io nella serena / molteplicità, punti linee, come una stella, / d’acciaio, con fili che tirano e scuotono. // Sono / solo, / moto in invisibili calchi, fusione nell’andare”.

Nell’estrema solitudine del processo poetico, l’io diviene “impronta di sé”, calco della propria esperienza, traccia semi cancellata dal tempo, eppure sempre visibile sulla strada della propria esistenza. Oppure consegue, ancora rilkianamente, l’immobilità delle statue, o l’ardore consumato delle stelle che impallidiscono di fronte all’incendio smisurato del cosmo: “Siamo stelle, deboli costellazioni, deboli stelle, / quando il cielo annuncia l’estate / e sua imminente / venuta / non siamo neanche imminenti fuochi / ma residui dell’inverno”.

Dalla fredda immobilità apparentemente imperturbabile delle statue, all’ardente incendio guizzante delle stelle, Agostini traccia la strada del ritorno a un sé da cui ripartire, nel punto in cui le cifre dell’immaginario poetico si ridispongono nella costellazione del paesaggio che lo riflette e rifrange, fino a fagocitarlo nel turbinio della possibilità metamorfica: “Tu sei freddo, come il paesaggio ricreato / Dalle stesse, eterne, mani. // Tu sei combinatoria, remota, / mentre supplichi una statua lontana, / che sporge da quel paesaggio”.

Chiara De Luca

Prefazione a onde del ritorno, di Roberto Agostini (Kolibris 2012)

No widget added yet.

original_post_id:
56, 61, 61, 56, 61, 61, 56, 61, 61, 56, 61, 61
geo_public:
0, 0, 0, 0
Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox: