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Romanzi e poesia di Luigi Di Ruscio. Alberto Cellotto intervista Andrea Cortellessa

Ringraziamo Alberto Cellotto per averci permesso di riprodurre questa intervista, uscita su Librobreve in occasione della pubblicazione per Feltrinelli di Romanzi di Luigi Di Ruscio, che raccoglie l’intera opera narrativa dell’autore fermano.

luigi-di-ruscio-romanziLB: È appena uscito per Feltrinelli Romanzi di Luigi di Ruscio, libro curato da te e da Angelo Ferracuti. La prosa di un grande “spatriato” (Di Ruscio emigrò giovane in Norvegia è lì morì nel 2011 a 81 anni) è accolta in un circuito di pensieri che tenta di allargarsi. Quale il senso di questa pubblicazione, oggi, post res perditas?

R: Dici bene Alberto, c’è urgenza di “allargare”, di far spazio a Di Ruscio – quanto più spazio possibile. Il senso del libro spero sia quello di una restituzione: di un grande scrittore ai lettori che gli sono mancati in vita; come del pubblico all’autore che quel pubblico lui, a modo suo, s’è sempre sforzato di cercare. Una restituzione che il destino ha voluto, purtroppo, che Luigi non potesse vedere coi suoi occhi. È un bene, allora, che il volume delle «Comete» assommi a quasi seicento pagine fitte fitte (anche se un prezzo di copertina così elevato, trentanove euro, mi pare sotto tutti i punti di vista assai sbagliato), riuscendo così a far spazio a tutti i principali libri in prosa (sino a Neve nera, l’ultimo in ordine di tempo, che per così dire “completa” il tracciato memoriale di Palmiro e di Cristi polverizzati conducendoci nell’esistenza quotidiana di Luigi nell’esilio norvegese).
Il senso di costrizione, di claustrofobia quasi, che si respira direi soprattutto nella sua poesia, è un portato della “stretta” esistenziale che poi, di là dalla filosofia (che è comunque chiave d’accesso privilegiata alla scrittura di questo incredibile autodidatta, sorprendente quanto Dino Campana un secolo prima…), è quanto portò il giovane Di Ruscio alla scelta della spatriazione. C’è molto dell’Italia di quei soffocanti anni Cinquanta, nel microcosmico vicolo di Fermo che fa da protagonista nella prima raccolta poetica pubblicata nel ‘53, a ventitré anni, col lancinante titolo scelto da Franco Fortini, Non possiamo abituarci a morire. Un’Italia soffocante sul piano politico e culturale (cito sempre l’episodio della visita alla musa del neorealismo “ufficiale” Renata Viganò, raccontato in Cristi polverizzati, come emblematico dell’inconciliabilità di Di Ruscio anche cogli ambienti che in teoria avrebbero dovuto essere i più ricettivi nei suoi confronti; è una storia proseguita anche in seguito e che spero non si ripeta anche oggi…), almeno quanto sul piano sociale ed economico.
Come tanti prima di lui, Ruscio credette di potersi creare un minimo di spazio vitale attraverso la scelta dell’emigrazione, ma in realtà a Oslo finì per rinchiudersi in un microcosmo ancora più ristretto di quello della “Marca sporca” che aveva abbandonato: il «fortino» del suo tavolino da scrittura che ha descritto Angelo Ferracuti, entro il quale barricato Luigi picchiava a martello, implacabile, sulla Olivetti 46 e poi sulla tastiera del pc. Come a duplicare spettralmente – in quell’enclave linguistica che annoverava un solo abitante – la febbre tayloristica del suo lavoro alla catena di montaggio, nella fabbrica metallurgica dove ha picchiato per quarant’anni.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore. Hai pochi minuti (qui una dozzina di righe, poniamo) per suggerire la lettura della prosa di Di Ruscio. Che cosa fai, che cosa dici?

luigi-di-ruscio-firmumR: A differenza della sua poesia, quasi sempre reclusa nelle sue pour cause martellanti cellule ritmiche (spia di questa condizione “ferma” – ribadita dall’allusivo titolo scelto da Di Ruscio per la sua prima autoantologia, Firmum, pubblicata nel ’99 – mi pare il basso tenore metaforico che ha così ben descritto Massimo Raffaeli, il suo maggior lettore), la prosa dei cosiddetti Romanzi incarna appieno questo senso di reclusione esistenziale, sì, ma offre al lettore anche continui squarci: apre brecce, opera slarghi insperati che trafiggono la colata delle “lasse” prosastiche di tagli di luce lampeggianti, bagnandosi di una vitalità (a un certo punto di Cristi polverizzati Luigi cita proprio l’«accrescimento di vitalità» che associava alla poesia, citando il Leopardi dello Zibaldone, Alfredo Giuliani nell’introduzione ai Novissimi – Di Ruscio scrive anzi «nuovissimi» – del ’61) e di una sensualità fragranti, quasi efferate. Un po’ come era capitato a Palazzeschi un secolo prima, racconta Di Ruscio che quando iniziò a scrivere in prosa – poco dopo l’esordio poetico – lo fece con la stessa disperazione che si respirava nei suoi primi versi; ma che a un certo punto (come, ha raccontato una volta Sanguineti per spiegare la capriola, il capovolgimento in Palazzeschi, capitò a Kandinskij che una sera, rientrato a casa, si sorprese ad apprezzare un certo suo quadro poggiato a testa in giù…) quella cupezza e quella tetraggine si capovolsero in satira e in grottesco, in umorismo, in comicità ribalda e travolgente. C’è un riso esplosivo, nella prosa di Di Ruscio, che quando si scatena spazza via tutto. È la forza vitale della scrittura che si manifesta, che prende letteralmente corpo. Quando si assiste a un fenomeno del genere ci si sente meglio, proprio fisicamente. Non mi pare poco.

LB: Il dolore, con tutto quello che questa parola ha voluto dire, soprattutto nel secolo scorso, mi pare l’ago della misura giusta per cucire assieme la prosa e la poesia di Di Ruscio. Sei d’accordo?

poesie-operaieR: Sì, il dolore o, per dirla con Heidegger (non so se fra le ricche e strane letture filosofiche di Di Ruscio figurasse anche lui, ma certo l’incipit di Cristi polverizzati a questo fa pensare), la gettatezza: l’angoscia di una condizione umana che appartiene a tutti noi, indipendentemente dalle condizioni materiali in cui ci troviamo. Non a caso Luigi insisteva a protestare contro l’etichetta manualistica cui le storie della poesia lo hanno frettolosamente ridotto, quella di “poeta operaio” (lo stesso titolo della seconda autoantologia, Poesie operaie del 2007, andrebbe letto – come preferiva infatti pronunciarlo Luigi – «operaie poesie»). Quella descritta dai suoi versi non è solo e non è tanto la condizione operaia (che peraltro queste poesie riproducono, certe volte, con un senso di fisica esattezza pressoché schiacciante: penso alla descrizione quasi cronachistica di un incidente sul lavoro nella quarantasettesima delle Poesie operaie), bensì la condizione umana in generale. Lo stesso aveva mostrato Simone Weil nel libro uscito postumo che s’intitola La condizione operaia, proprio, e che Fortini traduce giusto l’anno prima dell’esordio poetico da lui prefato di Di Ruscio, nel ’52. Per scrivere quel libro Weil doveva necessariamente averla vissuta sulla sua pelle (anche se fu storia di un solo anno, la sua), la vita in fabbrica; ma solo per trascenderla nel ritratto filosofico di una forma di vita che nella modernità, salvo privilegiate eccezioni, è stata quella conosciuta da tutti noi. Una vita all’insegna della subalternità, della repressione degli istinti, del tempo sottratto alla nostra interiorità. Lo stesso ci mostra Di Ruscio, con l’ossessione per la figura della ripetizione (che esplicitamente riproduce il meccanismo della catena di montaggio) o attraverso l’allegoria del chiodo. A Oslo, la fabbrica dove lui ha lavorato quarant’anni produceva appunto chiodi: e tanto nella prosa che nella poesia di Di Ruscio, il cui sostrato cristiano è importantissimo, questo particolare diventa naturalmente il correlato oggettivo di un’esistenza crocifissa alla necessità, alla contingenza, alla quotidianità. «Cristi polverizzati» – i crocifissi che smercia il personaggio picaresco di Moscatritata nel libro omonimo – siamo insomma tutti noi. In esergo a Poesie operaie stanno quattro versi di Fortini: «Voi che da mille anni / Portate i mali del mondo / E ne ridete / E ne morite».

Schermata 2015-11-08 alle 07.54.51LB: In un passo di Cristi polverizzati, ricordato anche da Massimo Gezzi in un suo contributo su Di Ruscio pubblicato in «Istmi – tracce di vita letteraria», si legge «Si sono invertite le parti, la poesia è diventata un fatto critico e la troverai meglio vagante nell’oceano della prosa, siamo rimasti fulminati e scottati giocando tra le altissime tensioni. Ogni verso speculato sino all’ossessione come si trattasse di un sillogismo, il sorriso della spontaneità è rimasto nella prosa, qui è ancora possibile il libero gioco dell’intelligenza». Mi sembra un passaggio pregno di conseguenze…

R: È quello che provavo a dire poco fa. Hegel, un autore che invece di sicuro Di Ruscio ha letto (un suo esergo figura in Cristi polverizzati), parlava di «prosa del mondo» per il mondo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contempo da ciò che è altro». Se di ciò è lecito considerare inverso simmetrico la poesia, questa appunto la troviamo nella prosa, di Di Ruscio, anziché nei suoi versi. È nella sua prosa che la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo. Sono  molto contento che Luigi avesse apprezzato, della prefazione che scrissi a suo tempo a Cristi polverizzati, soprattutto il passo che dedico alla sua descrizione dell’amore con Palmina, alias la Palmira. Pagine strepitose, di una sensualità avvolgente e traspirante, che ci riconciliano con la disgrazia di avere un corpo.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore, diversa di quella di prima. Hai pochi minuti per suggerire la lettura della poesia di Di Ruscio. Che cosa diresti per introdurre la poesia che ora ci lasci per concludere questa intervista? Grazie.

R: Per apprezzare appieno la sfrenatezza della prosa di Di Ruscio, leggendo, bisogna essere passati per la croce della sua poesia. Così come per avere una minima chance di fare l’esperienza della sfrenatezza e della liberazione, nella vita, dobbiamo passare per freni e vincoli che conosciamo, ahinoi, così bene. Nelle ultimissime poesie che ci ha lasciato Luigi questo sciogliersi coincide, purtroppo, con lo sciogliersi dell’esistenza. La poesia con cui vorrei lasciarti è una delle ultime che ha scritto. Luigi la mandò il 31 gennaio 2011 all’editor feltrinelliano che gli aveva fatto il contratto per il libro che ora è uscito, Alberto Rollo, e fu pubblicata su Nazione indiana il giorno della sua morte, il 23 febbraio seguente:

ho la bocca piena di farfalle
e se apro la bocca
voleranno via tutte
e non ritorneranno neppure
se rimango a bocca spalancata
per una eternità

 

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