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RUFFATO, Cesare

ruffato_coverLeggere e scrivere nel lume del lutto

Su Sinopsìe di Cesare Ruffato .

Quella di Cesare Ruffato è una poesia colta, fine, elegante, elaborata con cura meticolosa e accorta, che pure non s’innalza mai superbamente al di sopra dell’esperienza condivisibile. L’equilibrio dei testi è spia di un incessante lavoro di cesello, di una profonda ricerca della corrispondenza tra forma e contenuto, tra immagine e resa sonora, tra l’idea e la sua veste formale. Allo stesso tempo, quella di Ruffato è una poesia che vibra di anima e di sentimento, una poesia che muove, che chiama alla riflessione e alla partecipazione attiva del lettore, con tutti i sensi. Perché qui ogni singolo elemento del discorso poetico comunica: la musicalità, il ritmo, le immagini dense di colore che si stagliano nitide nell’incedere del discorso, le riflessioni pacate e le osservazioni attente, gli appelli accorati e le descrizioni di persone e atmosfere colte, fissate per un attimo nel presente, e restituite in forma dinamica, o scavate, quasi risuscitate dalla memoria, che in tal modo si attualizza.

Sinopsìe è una raccolta molto coesa, solida, è un percorso da cui si snodano mille sentieri laterali, è una trama fitta intessuta da fili che si rincorrono, si legano e collegano fra loro, si sciolgono ancora e si riannodano in improvvisi pieni di significato o vuoti disperanti di senso.

Così il discorso metapoetico si intreccia in modo indissolubile con il tema della ricerca, che è ricerca formale di poesia che si fa, work in progress del quale il lettore partecipa, e ricerca metafisica di un qualcosa che va oltre, che si sottrae ad ogni tentativo di razionalizzazione, e che, paradossalmente, si fa portatore di un senso inespresso, eppure di volta in volta alluso, cercato nelle cose, nelle persone, nella solitudine, nel silenzio. Il tema della ricerca dell’assoluto si lega a sua volta a quello del tempo e della memoria. Il tempo diviene qui registrazione soggettiva di un trascorrere che trascende i confini della fisica, di un divenire interiore fatto di avanzamenti e ritorni, di pause e accelerazioni repentine.

Qui non è il tempo a decidere il soggetto e le fasi della sua vita, bensì il soggetto che lo avverte e lo legittima in rapporto ai suoi effetti sulla propria interiorità. Il tema del tempo si intreccia a sua volta con quello della memoria. La memoria non è insieme di ricordi e suggestioni soggettive, bensì passato che ritorna, che si radica nel presente, integrandosi con esso, fino quasi a sostituirsi ad esso. La memoria è la storia del soggetto, così come essa si intreccia alla storia condivisa e si attualizza per svelare il senso degli eventi, o lasciare che esso resti inspiegabile e torturante.

La ricerca dell’”oltre” si lega poi alla tematica amorosa. L’amore è qui principio di vita, afflato mistico, abbraccio universale che supera la perdita, persiste al di là dell’abbandono, si alimenta dell’atto stesso dell’amare.

La poesia autentica è per Ruffato quella che nasce dalla solitudine, una solitudine anche inquieta, sofferta, spesso disperata. La poesia autentica è quella che nasce da un «silenzio bianco», perfetto, assoluto, una tabula rasa tutta da incidere. Ogni cosa che esuli dall’atto della scrittura e della sua fruizione, ogni cosa ciò che esca dal bianco silenzio, diviene ininfluente, quando non lesiva della creazione stessa.

Così il poeta descrive la sua fatica di fronte al vuoto delle onoreficienze, all’abbaglio del pubblico riconoscimento, all’irrilevanza dei titoli : «[…] Arranco nell’impegno / i premi affogano in maree testuali / talcose con biografie straripanti / di quisquiglie onoreficienti» (p. 7).

Quello stesso vuoto si riflette nel prodotto in esso germinato, che diviene sterile idolatria del sé, compiaciuta ostentazione verbale a fare da schermo al vero, rivestendolo di orpelli e trascurando la ricerca nel profondo: «È un dire invaghito a circuire / il pensiero per viaggio pervasivo / d’un narcisismo intellettuale collettivo / con aiuole verdi di ludi in libero / arbitrio e plagio di specchi / anamorfosici alla ricerca del velato» (p. 8).

L’abbondanza di parole è inversamente proporzionale al loro peso, l’effluvio verboso rasenta l’ipocrisia, allontanando dal vero: «Parole dal dispendio svanite / a rifocillarsi e a tubare / tortore o colombe di pace / gargarismando ugole nicotinose / aspidi da sottobosco marcito» (p. 10).

All’eloquio vuoto si contrappone perciò «Un dire proteso a resistere / anche in echi di vita altra / per una udibilità ulteriore» (p. 12), una parola poetica che non dica soltanto se stessa, ma dia voce al reale, potenziando in tal modo la propria carica comunicativa, restituendo senso alle parole.

Tuttavia, «L’azione poetica non deve limitarsi / soltanto a riflettere la realtà / ma deve permearla confutarne / strutture e trame / per gemmare d’immenso» (p. 16); la parola poetica deve farsi dunque azione, atto creativo non soltanto di linguaggio, bensì di realtà, una realtà rafforzata. La poesia deve farsi reale, per andare oltre i confini del visibile, per tendere all’assoluto sito al di là del dicibile.

Occorre allora «Ritentare il viaggio ai presunti luoghi / d’origine della poesia, penetrarne / spirito ed ali vocali prime / in un rincuorarsi centripeto / riscoprirsi alle soglie dell’esistenza / in attesa del filo serico che unisce / vita non vita morte ricreazione / in fiat lux e vox di logos» (p. 13).

Ritornare all’origine della poesia significa riscoprirne il senso più autentico, ripristinare il rapporto diretto tra significante e significato, creare nuove connessioni tra i costituenti del linguaggio, ad esprimere l’eterno ritorno che fonda l’esistenza In tal modo la parola è spogliata dalle scorie dell’uso convenzionale, che fanno della poesia un’acqua statica in cui non nasce nulla, una «Poesia lagunare», che «langue disincantata dal turismo / e da stanche vele scipite» (p. 13).

Estraniarsi nella solitudine necessaria della creazione, «Leggere e scrivere nel lume del lutto», consente al poeta di uscire dalla ciclicità paradossalmente statica degli eventi, ritrovando il proprio Sé più autentico: «Talora in poesia vi estraneo / per ripercepirvi nuove sublimità / più mi sento perdere la membrana / d’automa. […]» (p. 15).

La poesia, la singola poesia, diviene un mondo a sé in cui qualcosa incessantemente accade, sottraendosi al controllo razionale ed emotivo dello stesso artefice. Anche i vuoti e gli spazi bianchi si colmano così di senso, che gioca a rimpiattino, dandosi e celandosi, per mostrare il proprio lato nascosto, quello che allude all’assoluto, all’oltre, che lascia la poesia stessa «aperta» all’infinito: «I vuoti fra voci e parole / a sospenderci ad evocare figure / mentali percorsi di suoni / e colori per rimpiattino / del senso furtivo equilibrista / di trame ignote di prati al di là / per un testo che ad libitum sopravanza / per orpellerie sofismi cavilli formali» (p. 22).

Mentre «Qui ora anche il nulla argomenta / eutrofico intellettivo / per il puro concetto d’un fare / emotivo intuito nella virtualità / dell’immaginazione e della fantasia.», il poeta è teso ad «Inseguire il sogno della poesia / senza catturarla ed afflosciarla nella realtà» (p. 35). La poesia è dunque sogno nutrito di realtà, che al contempo alla realtà si sottrae, «sopravanzandola». La poesia è insita nel gesto stesso di dirsi, di farsi, al di là del proprio oggetto, eppure ad esso sempre aderente.

Poesia è anche distanziarsi da quello stesso gesto poetico che la costituisce, compiuto dall’io lirico, che si trova così nel ruolo di osservatore del prodotto della propria stessa creazione, che trascende l’intenzione stessa del soggetto, provocando in lui stupore, donandogli l’illusione che le parole abbiano acquisito un senso diverso, che il linguaggio si sia caricato di nuove potenzialità ed abbia superato se stesso, illusione che rappresenta il fine stesso dell’«attanza poetica»: «Come distanziare una attanza / con la scrittura per rivederla oltre / in un trasalire di grazie labili / sfida il possibile. Continuo illuso / che siate magari parole nuove diverse» (p. 38).

La parola poetica fornisce un varco, una possibilità di estraniarsi in un luogo posto al di fuori dello spazio e del tempo, che pure contiene in sé memoria, immaginazione e pensiero che, svincolandosi dalla realtà, vede oltre i suoi confini, in ciò che appare irreale all’occhio fisico e alla consapevolezza raziocinante: «Si superano le soglie / del plagiato eterno presente / per perseguire contemplare / ed acuire l’invisibilità formale. / Il pensiero libero è l’occhio / singolare dello spirito / che non disdegna l’irrealtà apparente» (p. 47).

Il pensiero è ciò che si spinge «oltre», che vede «oltre». È incessante esplorazione, è scavo, ricerca: «Il suo occhio penetra fra luci / e ombre anche l’impenetrabile / e si deve ultimare la sua ricerca / senza scordare che la poesia vera / è la substantia del mondo apparente / l’irreale della realtà / e va agita con fede in solitudine» (p. 53). C’è in questi versi un’eco dell’idea romantica della compresenza dell’uno del tutto, l’idea del reciproco interscambio tra totalità e frammento. C’è l’idea della ricerca di un assoluto presente nella contingenza, dentro, eppure al di là delle manifestazioni del mondo empirico, cui si congiunge e che, al tempo stesso, trascende.

E la ricerca dell’assoluto è, come si diceva, un altro dei temi cardine di questa raccolta. Essa procede parallelamente alla ricerca di una voce poetica pura, più vera, perché prossima alla sorgente, più vicina alla voce della natura, della quale il poeta pare partecipare, in una sorta di estatica comunione: «Scorrere abbacinato le rive / evasive pedemontane verso un’oasi / povera dal manto erboso zigrinato / con nuances nebbiose e grado zero / di scrittura naturale / soffiata da pallide isolate betulle» (p. 18).

La ricerca si alimenta di sé, procede a prescindere dalla consistenza dell’oggetto, nella consapevolezza che proprio dal suo sottrarsi deriva il senso dell’andare: «Nella notte corpo sommerso in luce / molle colle dita ansimare / evocazioni di ricerca del Graal / lo si avverte elusivo quanto più / si preme. […]» (p. 20).

In questo percorso la scrittura è energia, è ciò che alimenta l’incessante procedere dell’anima, di assenza in assenza, in una fuga inarrestabile in direzione di un qualcosa di eterno, superando la linea dell’orizzonte, verso quei territori fuori del tempo e dello spazio in cui la poesia abita, verso quella stessa assente solitudine di cui essa si nutre: «Leggere e scrivere nel lume del lutto / sgusciare da algica assenza / per ricadere in altrettanta / e ancora ansare annaspare / in eternità greve di fuga / in cornici eburnee anacorete / in paesaggi glabri fuori orizzonte» (p. 22). Eppure anche ciò che pare infinito, quell’irreale della realtà, non si sottrae ai limiti dell’esistenza umana, non può soddisfare la sete di assoluto. Allora il poeta si chiede: «Ma perché esclamare tanto / quando l’infinito è già annoisato» (p. 22). Anche la ricerca dunque non fa altro che rispondere ad un’esigenza tutta terrena e umana, quella di dare voce all’insondabile, di trovare una spiegazione plausibile al mistero, sollevando quel velo che dischiude una realtà altra, o meglio, ciò che della realtà si cela all’occhio fisico. La ricerca è prima di tutto orientata alla conquista di una fede, di un desiderio, di un sogno di terra promessa, che già di per sé giustifica l’andare, l’atto poetico che corrisponde alla ricerca: «Quasi pretendere una teoria / assoluta che rappresenti nella propria / realtà del mondo. Forse / si accinge a farci intravedere / un bagliore dell’armonia di terra / promessa, una goccia religiosa / di certezza sia pure in una fede / incerta e con desistenza di senso» (p. 32).

Nella solitudine, nell’oscurità del dubbio, l’anima trova una rispondenza, si rispecchia nella malinconica sospensione della realtà che la attornia, nel senso di attesa intrisa di mistero e di timore quasi reverenziale: «Nel buio le sfumature viola / delle spente attese si fanno / esili penombre dell’angelo / e dell’anima alla sua ricerca / nel bosco della vita sospesa / a tenue piuma di filo malinconico».

Ed è proprio dal buio, dall’apparente interruzione di senso che, inaspettatamente, l’anima soddisfa la sua sete di assoluto, di una fede inesausta di verità. Tutto si fa dunque energia, e trova senso nella rispondenza tra i processi cellulari che guidano la fisica dell’agire e il movimento impercettibile dell’universo stesso, cui tende l’anima nella sua azione spirituale: «Il buio riserva avare sorprese / sete di un mondo atteso di verità / per quanto è presente offerto donato / goduto interdetto, ma dissertando / quale energia guidi l’universo / il ritmo intonato del respiro / del cuore del menoma e spin cellulare / il labirinto della mente il mondo / dei sogni eros l’ombra della morte» (p. 36). È così che si realizza il «Sogno di vita autentica sottratta / all’arroganza dell’esistere» (p. 49), il sogno di esistere in quanto anima, in quanto pensiero che vede e affonda nelle pieghe del non detto, per «[…] captare l’invisibile / argenteo capillare di anime / intime ed amiche per gemmare / un ciclo ad infinitum di ritorno» (p. 49).

Tentare di dire il mistero, «scrivere al lume del lutto», significa anche fare sacrificio di sé, offrire se stessi, la propria anima, alla gemmazione che ne implica la morte, in un continuo ciclo di rinascite, ritorni che superano il presente, convogliandovi l’esperienza del passato, la tensione verso il futuro. E il poeta fa appello all’altro, quasi cedendogli la propria anima, per riscattare una «morte bianca», che superi il buio dell’ansia insoddisfatta di assoluto. È quasi un invito ad entrare nella propria pena, quella che alimenta il rogo da cui l’anima si libera soltanto per cercare altra fiamma, altra fede ardente: «Da tanto mi rigiro sul rogo / in cerca di vera fiamma altra / Se cado porgete una mano cerea / all’anima che vi dono / sospiro di menta / d’una morte bianca» (p. 76). Questa morte può essere evitata proprio per mezzo della ricerca continua, e dell’interscambio continuo di vita e morte nel corso di una stessa vita. Occorre però al poeta «Captare sempre suoni vivi / ad accendere arcobaleni altri» (p. 91).

Al tema dell’assoluto si lega quello del tempo, limite che la poesia tenta di superare, di rendere altro da una mera fisica scansione e da un ciclico ripetersi d’eventi.

Nel rito d’offerta della scrittura, che si fa quasi religiosa osservanza e sacrificio di sé, si riviene alla tradizione, che, in tal modo eternata, consente la visione, o il sogno di una possibile immortalità, intesa come confluenza di passato e presente, proiettato verso il futuro: «Forse sono accosto alla bellezza / della vostra forma ideale / all’imago precedente la vostra apparenza / forse iconofilo sono sulla via / del tempo eterno della vostra tradizione / ora nostro unanime euristico percorso» (72)

L’eternità, come abbiamo visto in precedenza, è contenuta nell’effimero, dal quale tuttavia si svincola, aprendo nuovi squarci sull’invisibile, in cui l’occhio si sperde: «Sento con affanno la cifra del tempo / l’eterno che ipnotizza / il mio sguardo appannato / fra nuvole sfatte e sibili / gelidi di tramontana» (p. 76).

In questo contesto, la morte non è vista come una fuga, come un’estrema soglia da varcare, bensì come un riferimento, attorno al quale tutto ruota, in un ciclo di partenze e ritorni. Della morte il poeta parla come di una entità che sta in attesa, ai margini, come un monito, di una entità che osserva, paziente, senza forzare il corso degli eventi, eppure influendovi con la propria stessa presenza: «Quella boa del ritorno eterno / che costante zittisce di timore e stupore / in fremiti di ciglia e sospiri / pregna d’ogni sorta di sorprese / alla buona detta morte / variamente paludata e stropicciata / non ha mai fretta nel soggiorno / attende decente con pazienza / coronata di rughe arcigne / come appare uscita da convalescenza / conscia che del rito non si può fare senza» (p. 84). È una entità quasi amica, la morte, rispettosa della natura dell’uomo, e fieramente conscia della propria necessità ineluttabile.

Anche la vita è riferimento attorno al quale tutto ruota, soltanto per tornare a sé stesso. Ma la sua natura è più esigente, pretenziosa, mette in ombra la morte, per consentire allo spirito di esprimersi al di là delle parole: «La vita coacerva pletorica / incute timore turba nitidità / dell’essere nella sua meraviglia / essenziale offre il vezzo lo spurio / concede il giro di boa / il ritorno sul luogo del delitto / vilipesa o ambita aleggia l’ombra / della morte perché lo spirito / si raccolga in ascolto / e tralasci il confronto verbale» (p. 90).

È soltanto nella luce, nell’ardere di un nuovo fuoco, che l’animo davvero si libera, paradossalmente proprio ripristinando la percezione dello spazio e del tempo, di uno spazio che arriva a coincidere con un tempo che raggruppa le varie fasi dell’esperienza individuale: «[…] All’alba ritrova / l’animo chiaro il sentimento / pregno e la dimora del tempo» (p. 88).

Vita e morte sono dunque entrambe riferimenti ai quali tende la vita dell’uomo, attorno ai quali essa gira e si rinnova, al punto che la morte potrebbe arrivare a coincidere con una nuova vita, un ritorno alla scaturigine, che è anche rinascita: «Al microscopio il sorriso sardonico / della luna irrideva una meridiana / azzurra all’orizzonte danzato / da folletti amorini concupiscenti / presaghi d’infausto fato / se sarà eterna la sosta nella morte / o la morte esisterà d’altra e nuova vita» (p. 97).

È nella bellezza, nella pienezza del sentimento che l’anima davvero valica i confini della vita e della morte, che si libera superando la contingenza, annullando il presente, annientando la percezione del tempo, in un nulla che non è sterile baratro di morte, ma immenso ventre vuoto in cui germina la vita: «Allampanata pallida figura / sguardo scavato nell’orizzonte / degli eventi d’una eterna gioia / di bellezza a rinascere sentimenti / impronte profonde d’irripetibili / emozioni d’un presente inesistente / d’un tempo nulla immenso» (p. 97).

Al tema del tempo si connette strettamente quello della memoria, che costantemente si rigenera, rielaborando il ricordo, ridisegnando l’esperienza individuale, superando anche il lutto: «La memoria si ripropone nuova / e chiede dell’anima in vetta / sulla spianata brulla della chiesetta / con lapidi virtuose e risonanza di stelle» (p. 11).

È quando il ricordo si libera del dato reale, e la vita è rivista come viaggio di ricerca e tensione all’oltre, che si arriva a cogliere il senso degli eventi del passato, la loro vera essenza: «Rintracciare il senso di sorpresa / di scrutare il viaggio sottratto / alla memoria come improvvisa / intatta rappresentazione scenica / inverosimile metafisica essenza» (p. 54)

Nel riandare al passato, è molto ciò che va perduto, che non è possibile rievocare, per poter così davvero ritornare alla propria origine, ritrovare lo stupore e l’innocenza dell’infanzia: «Ogni tanto ricerco per divario / qualche vocabolo e volto vernacoli / dell’idioma materno primo alimento / bioritmico e fonte di gioia e libertà. Se ne sono andati ad altri silenziosi / lidi con balugino e fruscio d’ali ed echi / non mi potranno più scavare / e parlare di vero panamore» (p. 87). Nel dispendio di questi frammenti di memoria, va così perduto anche l’amore indifferenziato che è proprio dell’infanzia, quell’amore panico che comprende e avvolge il proprio oggetto, a prescindere dalla sua natura effettiva e da qualsivoglia considerazione razionale.

Riandare al passato, scavarsi dentro, riportare alla luce ciò che della propria memoria è fruibile, comporta anche rivivere il lutto, riattraversare il dramma della perdita, fissare nel presente il ricordo, facendolo rivivere: «Forse in te s’avviava virtuale / via crucis della sventura fatale. / Riappercepisco il trascorso / in inattese sinestesie singolari / di attimi puri cronici / fermo presente di emozione sublime» (p. 11).

Il volto della persona perduta viene eternato, girando attorno alla «boa» della morte, verso un nuovo inizio: «Nella bara si è sfranto / il velo d’ombra sul volto / ora sereno avulso deposto / in eburnea altra mappa / in atteso sentimento d’inizio» (p. 17). Il passaggio dal buio ad una luminosa bianchezza segna una rinascita che sottrae la vita alla propria caducità: «Il bianco addice più del nero. / Sul letto di morte non toccata / dalla luna che ti dico appesa / sola sulla tela tesa del cielo / ti trasformo nel languido pallore / che ti porterà eterno altrove / rapendoti dal mistico coma / già tramonto che spegne la esangue / essenza, dell’eco all’ultimo / rimando fievole» (p. 58)

La vita è un patto con la morte, quasi una condizione di quiescenza, al termine della quale, come per una sorta di liberazione, si apre un nuovo viaggio, un viaggio eburneo, che proprio dall’oscurità da cui è scaturito, genera nuova vita, una vita di pura essenza: «Nella bara si è sfranta / l’ombra che ti velava / striminziva il volto / ora quieto monotono / in eburneo altro viaggio / ad attendermi sentimento di fine / La vita è la rêverie che si vuole / nell’assurdo pattuito / con miss morte » (p. 93).

L’unica possibilità che si offre all’uomo per sfuggire alla percezione del vuoto, al sentimento della fine, al costante senso di precarietà, gli è offerta dall’amore, inteso non soltanto come amore sensuale, bensì anche come sentimento panico che si estende ad abbracciare il mondo.

L’amore è ciò che si sottrae ad ogni vincolo, ad ogni controllo esercitato dalla razionalità. L’amore è vuoto che assume le sembianze illusorie di una dissetante pienezza, che per un attimo soddisfa la ricerca, pur nella consapevolezza della propria caducità: «[…] Ed avvinti da precarietà / o senso di fuga ci s’innamora / silenti del vuoto che si fa corpo / allusivo di quanto sempre delude / e si sottrae. Errante Eros / infrange la verità evade norme / eccentrizza significati / mediando nel soggetto tra follia / insita e ragione indotta. / Cresce strano un silenzio laconico.» (p. 20). L’amore diviene mediatore, elemento equilibrante tra una follia legata alla liberazione degli istinti, che è propria dell’uomo in quanto essere naturale, e un raziocinio che è indotto dall’esterno, dalle convenienze, dalle esigenze del vivere sociale.

L’amore, come la scrittura, è anche esperienza mistica, è un donarsi incondizionato, un sacrificio del Sé in nome della propria sete di assoluto, del desiderio di una fede, che ripristini la speranza: «Concreterò lo sfinimento del Cristo / gli sguardi languidi del Bene / del vero mistico abbandono. / Attendo nella notte algoritmi / particolari il riverbero intimo / della speranza» (p. 42).

Allora il volto dell’amata assume tratti divini, l’amore diviene esso stesso fede in un possibile futuro, in una meta intravista in lontananza. Amore divino e amore terreno si fondono fino a confondersi, ad assumere le stesse sembianze, le sembianze umane del Cristo fatto uomo, dell’amore incarnato: «Forse nel vostro volto potreste / evocarmi la bellezza divina / emulando l’umano sembiante / del Cristo. E in questo amore / cristofanico unico vero è lo sguardo / verso un comune orizzonte» (p. 44).

L’amore è ricerca di pienezza, in quanto vuoto destinato ad essere colmato, che si contrappone all’immensità di un tutto empirico, che non arriva a soddisfare la sete di assoluto. L’amore è la possibilità offerta al sogno, l’illusione che eleva al di sopra della contingenza, l’assoluto che riporta all’origine di sé: «L’amore come vuoto netto da colmare / vezzo del nulla esacerbato / offeso dal tutto inconcludente / seduto sulla riva del fiume / all’alba in attesa della molecola / fondante di vita e per assaporare / l’arcobaleno bianco dei sogni / e del silenzio in petali di pallidi / cinnamomi appena dischiusi / per lidi ameni del pensiero alato. / Dall’infinito si nasce per un viaggio / con andata e ritorno» (p. 96)

Parola, desiderio di assoluto, amore e percezione della morte, memoria, senso del tempo e della perdita sono dunque gli alimenti dello spirito, ciò che lo equilibra, innalza e redime, il culmine del rito di offerta, la vetta del suo sacrificio di sé: «Colloquiare in poesia e filosofia / sino alla cripta della verità / con parole pazienti e pensieri / redenti d’altri lidi e semisfere / un rischio capillare di coscienza / scienza sentimento e speranza» (p. 97).

Chiara De Luca

per «Hebenon»

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