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Scaldapiedi e luci di Natale

Sono nata nella nebbia. Da bambina era naturale averla attorno d’inverno, ma ci vuole tempo prima d’imparare a vedere brancolando e più a fondo. A volte avevo paura. Soprattutto quando correvo da sola. Non sapevo che la nebbia nasconde il mondo ma non lo divora. Avevo bisogno che altre sagome sgusciassero fuori dal nulla per darlo alla luce.

Quando sono stata lontana da Bruges-la-morte, la nebbia mi è mancata tanto, ma non l’ho mai saputo fino a quando non ci siamo riabbracciate e nel suo ventre ho ritrovato custodite tutte le cose che credevo di avere seminato per le vie della memoria. È stato dopo vent’anni d’assenza, in epoca d.C., dopo cane, dopo l’arrivo di Titti, incrocio tra una fennec e un topino e un cerbiatto e un grillo e un furetto ed Eva, incrocio tra una fiamma e un cavallo e una castagna e giaguaro e una farfalla.

In epoca a.C, dagli 8 ai 36 anni, avevo sempre corso da sola, e non conoscevo alternativa. È sempre stata la mia libertà e il mio volo e il mio vaffanculo. Poi è arrivata Titti e mi sono trovata a correre a sei zampe. Poi è arrivata Eva e di zampe ne avevo dieci. Bisognava imparare a coordinarle, nascere in altra forma multipla e una.

Il mio debito con il Cane aumenta di giorno in giorno e non saprò mai come saldarlo. Non ero mai stata in debito di niente con nessuno prima di loro. A parte di calci in culo. La riconoscenza è una cosa che fa saltare il cuore, o forse è la bellezza. Ora è impossibile tornare senza.

All’inizio di ogni estate attendo la fine dell’estate. Esco all’alba con le ragazze nelle ore più fresche, poi vado a spararmi in vena la mia dose di corsa quotidiana. Ma correre da sola non è bello come prima. Mi fanno male le zampe mancanti come un arto fantasma. E dobbiamo aspettare che faccia sera per tornare a giocare insieme sui prati sfiniti dal sole in una sola ebbra creatura.

In questa stagione torno intera ogni mattina quando al mondo ci siamo solo io ed Eva. E non ho paura di niente mentre la vedo divorare i prati avida come un incendio che accende la diavolina di nebbia.

Stamani in noi al parco urbano c’erano i gabbiani. Tutto cantava di loro ma non li vedevo, finché non sono usciti dalla sagoma confusa di un grande albero altero e hanno riempito tutto del bianco assoluto d’ali in volo, che hanno il movimento morbido di lente bracciate nel mare di condensa. Il muscolo rosso ha chiuso il flusso d’aria nella gola e avevo negli occhi una vertigine di cielo.

Poi è arrivato il momento di tornare. Mentre ero ferma al semaforo, Eva premeva tutto il corpo fradicio contro le mie gambe infangate fino al ginocchio, e fumava una nuvola calda. Io avevo nostalgia del parco alle nostre spalle. Non vedevo l’ora di tornarci con la fennec in pausa pranzo, per vedere cosa di lui sarebbe riemerso nella grazia di un sempre nuovo deserto, dal canto dell’unisono tra un assolo d’ali e l’altro.

Benvenuta, meraviglia dell’inverno. Grazie acqua calda dopo il vento, brina sulle ciglia e morbido pelo; stufa, plaid di lana e luce arancione; sottopelo, coccole e orecchie di maiale; libri, calzettoni e un vecchio maglione; tip tap sui lucernari, fusa d’alveare e parole sole; nervo di bue, cioccolata e candele; coperte, cucce e copertine; scaldapiedi e luci di Natale.

29 novembre 2019

Chiara De Luca

Photo by Chiara De Luca

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