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SERRI, Stefano

serriIn queste poesie, come già nel Piccolo libro delle poesie felici*Stefano Serri si propone di raggiungere uno degli obiettivi più distanti, più difficili del dire poetico: nominare la gioia. La parola “gioia” può sembrare addirittura in antitesi con la poesia, abituati come siamo a trovarvi espresso soprattutto il lato più oscuro dell’animo umano, o i suoi chiaroscuri. Il ricordo dei momenti dolorosi è sempre più vivo, intenso rispetto a quello dei momenti di grazia, degli istanti felici. Il dolore è ciò che più cambia e rafforza, che più forma e influenza.

Il ricordo della gioia risulta più rarefatto, sfumato, rivestito di una patina di nostalgia, consegnato all’assenza, alla distanza. Ricordiamo più facilmente uno schiaffo che una carezza, perché lo schiaffo brucia, la carezza invece scivola leggera, lascia un segno soltanto nella mente, e nella mente viene custodita, in una intimità interiore di cui siamo gelosi, in cui di rado ci addentriamo per timore di violare ciò che vi è custodito.
La gioia è rapidissima, è un momento di vita troppo intenso per riuscire a descriverlo nel suo accadere, perché non facciamo in tempo a renderci conto della sua presenza che essa è già dissolta. Per questo ci è difficile fissarla nella memoria, ed ancor più tornarvi, per racchiuderla in parole, che non ci sembrano mai sufficientemente grandi per contenerla.
Ma Stefano Serri riesce a nominare anche la gioia, così come altrove riesce a nominare lo strazio e il dolore, la speranza e la disperanza, l’assenza e la pienezza di presenza, senza risultare poco credibile o artificioso (come lo sono invece tante poesie forzatamente liete), senza ostentare leggerezza o facile ironia. Lo fa senza perdere l’identità dello stile – composito, eclettico, cangiante – con cui altrove dà di volta in volta forma alla materia amorosa e a quella “civile”, al microcosmo familiare e al sociale, sempre coniugando storia collettiva e destino individuale.
La poesia di Stefano Serri non perde mai la sua grazia peculiare, originata dalla musicalità del verso, da un ritmo che non cede, dalla tensione di ogni singola parola, scelta e vagliata con cura tra quelle che più che ci appartengono e che ri-conosciamo.
Alla base del fare poetico di Serri c’è la consapevolezza dell’impossibilità per la parola di essere davvero fedele al reale, d’incarnare anche la luce, “di riportare il suono alla meta”, la realtà alla sua sorgente. Tale dolente ammissione è alla base della sottile vena di malinconia, del pacato senso di mancanza e privazione che serpeggia tra questi versi, senza tuttavia impedire al poeta di provare ugualmente a racchiudere in un pugno di parole il pulviscolo di luce scivolato tra le maglie strette del tempo, per depositarsi in un canto della memoria e offrirlo a mani aperte, a se stesso e all’altro.

Chiara De Luca

In “El Aleph

NOTE

*Il piccolo libro delle poesie felici è stato pubblicato di recente dal Centro Culturale L’Ortica in seguito alla vittoria del concorso per l’inedito dedicato a Sandra Mazzini.

 

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