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Sillabe-fiocine per spiaggiare l’abitudine. Sulla Poesia di Francesco Benozzo

di Chiara De Luca

 

da A.A. V.V., Come una statua nella nebbia dell’epica. Sull’opera di Francesco Benozzo

In uscita per Edizioni Kolibris

 

 

“Ricordate di portare con voi un libro di Francesco Benozzo se siete diretti alla ghigliottina”, scrive Sarah Tardino nel suo saggio Di boschi e di marine. “Figurati se me lo scordo”, pensa sorridendo il lettore di Benozzo – di solito un Benozzo addicted – nella sua capanna, accarezzando la copia che ha posato sul comodino, da leggere ogni mattina e ogni sera, per prepararsi alla quotidiana battaglia in difesa del pensiero, e della sua incarnazione in roccia durissima di parola: erosa, bombardata, sbriciolata ogni giorno con violenza da chi la vorrebbe spogliata di ogni suo possibile senso.

 

Ma chi è Francesco Benozzo? Semplice: la persona che ti viene in mente quando ti pongono l’insidiosa domanda: cos’è un poeta? Dunque Benozzo è un bandito! Uno che non appartiene a nessuna scuola, a nessuna linea, a nessun raggruppamento. Uno che si tiene dichiaratamente fuori da tutti i circoli poetici ufficiali. “Sono ancora un poeta in carne ed ossa”, scrive Benozzo in Felci in rivolta, “che sopravvive a stento tra i suoi simili, / bipedi che leccano vetri sbriciolati / ciclicamente innamorandosi tra loro /condividendo fatue migrazioni // Da due milioni di anni – uomini-gregge –  / si muove in branco homo tra gli ominidi / da due milioni di anni – scheletri e voci – / sopravvive lontano dalle stelle”. Un poeta in carne ed ossa, dunque, una vera minaccia, uno che resiste abbarbicato alle rocce, con gli occhi aggrappati alle stelle. Wanted. Uno ricercato dai lettori dal palato fino, quelli affamati dai surrogati di poesia, che si aggirano nell’ipermercato editoriale fiutando un pasto di poesia sostanziosa. Uno di quelli su cui il sistema pone una taglia perché li si metta subito a tacere. Perché oggi la poesia deve essere spendibile, comprensibile, orecchiabile, edibile. Deve andar giù bene con l’aperitivo e due noccioline. In un tempo in cui anche le ammiraglie editoriali reclutano sui social le nuove voci su cui puntare, basandosi sulla conta di like e cuoricini, in un tempo in cui il livello di comprensione medio si abbassa ogni giorno di più e si legge sempre di meno, la poesia deve smettere di essere Poesia, deve smettere di essere: parola durissima salvata dal naufragio della lingua, musica dei continenti, armonia delle sfere, sintesi delle ere, preziosissimo reperto rigirato tra le mani per ore. E il Poeta deve essere indiscriminatamente sociale, o peggio, social. Altrimenti è sospetto.

Eppure Benozzo sopravvive al naufragio e sfugge alla cattura: come un ossimoro vivente, la Poesia si aggira sorniona in accademia e vi costruisce la sua piccola capanna da tutto un fango di fatica, sassi di parole, ramoscelli di note, resti d’esperienza, residui di speranza, guano di dolore. Perché oltre che Poeta, Benozzo è anche un fine pensatore, un filosofo anarchico originale, uno studioso di filologia romanza dedito a una sua personale ricerca coraggiosa e innovativa.

Ma oltre che un bandito, un ricercato, un ricercatore e un cercatore di parole, Benozzo è pure un latitante. Niente, non lo inquadri: ti sfugge da tutte le parti. Perché non rientra neppure nel facile stereotipo del poeta ritirato, prigioniero – neutralizzato – della sua cella fuori dal mondo. Tutt’altro: l’uomo dei confini quelli del nostro paese li varca costantemente per concerti, convegni e prestigiose onorificenze. E soprattutto li varca la sua parola. L’uomo dei confini è candidato al Nobel per la Letteratura dal 2015 e negli ultimi due anni ha ricevuto a grande maggioranza il favore della giuria popolare composta da poeti, critici, giornalisti e scrittori da tutto il mondo. 

Lungi dall’essere fuori dal mondo, Benozzo il mondo lo gira, lo osserva, lo parla, lo canta. “Girerà su quattro accordi”, direbbero i poeti, ancora convalescenti dall’assegnazione del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan (anche se quasi nessuno può sperare di scrivere un giorno una poesia visionaria come Jokerman). E invece no, Benozzo deve sempre esagerare: gli strumenti che ha scelto, l’arpa celtica e l’arpa bardica, il tuo compagno di banco non li suona. E già che c’era, Benozzo è diventato anche uno dei migliori interpreti di arpa celtica al mondo. Qualcuno dice il migliore, ma a Benozzo di quel che si dice non interessa molto. A lui interessa scrivere, comporre suonare, camminare, abbarbicarsi alle rocce. A Benozzo interessa ascoltare in silenzio per trascrivere la musica del mondo, il canto del mare, il lamento del vento, le grida del silenzio. La sua poesia esiste da prima delle parole, esiste da prima di essere messa su carta. Non per niente Benozzo è anche l’unico autore che io abbia dovuto attendere di poter pubblicare. In tutto un’eccezione.

In Italia in molti riescono ancora a fare finta di niente, ma anche questo in fondo non ci stupisce né riguarda. Se non hai una patria non è poi così importante esserne profeta. La patria dell’uomo dei confini è liminare, posta alla confluenza tra i mondi – animale, minerale, umano, vegetale – e tra le lingue. La patria del Poeta è nell’inabitabile di una solitudine incondivisa, è là dove le parole si sfaldano e cadono in pezzi. È là dov’è necessario raccoglierle e rimetterle insieme in una forma nuova e sconosciuta, ferendoti le mani a sangue, con gli occhi spaventati dal freddo. La patria della Poesia è un territorio labile: è l’oltreconfine dell’esperanto musicale.

Nel caso di Benozzo non si pone neppure l’annosa questione: sarà davvero poesia una canzone? Perché Benozzo non scrive canzoni né mette in musica poesie: essendo Poeta, semplicemente si esprime in parole che hanno già dentro la propria partitura. Poi le canta e le accompagna con l’arpa. In Benozzo musica e poesia nascono insieme, nel crogiolo del mare, da un suono primordiale, al confine tra il canto delle rocce e il linguaggio comune, tra civiltà e natura, tra silenzio e linguaggio. Certo, la sua non è una poesia facile, commestibile, non è immediatamente digeribile, come non lo sono le rocce, come non lo sono i detriti che si portano dentro mille sedimenti di parole e stratificazioni di pensiero. Quella di Benozzo non è una poesia delle piccole cose del quotidiano, ma si muove su diversi piani di linguaggio e di significato, dall’infinitamente grande al pressoché invisibile. È una poesia che rinuncia alla carta usurata dell’amore per conquistarsi il lettore, ma non rinuncia all’Amore, che non è detto, ma è in tutto: potenza primordiale e rigenerazione. Non troverete perciò donne amate, cantate e desiderate, nessuna Laura, musa, o passante. Solo “i morsi delle amanti scellerate / nella vertigine attonita dell’eclisse”. Anime salve, cioè solitarie. Troverete perciò l’amore più alto, più saldo e più forte. L’amore roccia, e non costruzione. Non troverete le strade delle nostre città e il nostro quotidiano se non per negazione, per contrasto inconciliabile tra il singolo e i “nuovi branchi umani”, tra essenza e alienazione. Troverete la città come mondo ormai sommerso e distante, quarto territorio andato, reso inabitabile, desertato dalla presente assenza degli umani. Troverete perciò l’umanità che sopravvive e supervive, quella più vera, quella che non si svende. E troverete l’amore più grande di cui sia capace: contenitore.

Affrontare i tre poemi di Francesco Benozzo finora pubblicati da Edizioni Kolibris è affrontare un viaggio. Ma attenzione: non partiamo per una gita scolastica, non vi offriremo portate di poesia facile e fruibile. Benozzo ha molta fiducia nel suo lettore, nel naufrago che fruga nella sabbia dei giorni le parole perdute. Benozzo nutre un enorme rispetto per il suo lettore, e fede nella sua facoltà di comprensione. Al suo lettore Benozzo chiede uno sforzo, chiede di fabbricarsi a mani nude la sua zattera per navigare tra le pagine del libro della sua storia.

Ma che lingua parlano i sopravvissuti? Certo non quella dei colonizzatori, non quella dei cuculi che si sono introdotti nel nido della poesia per distruggerne i frutti. I sopravvissuti al naufragio devono reinventarsi una lingua: “Niente tettonica, logos, ontologia / Le fiabe della scienza, le fandonie dei filosofi: / è l’Appennino – affioramenti barbarici – (Onirico geologico)”. Bisogna dunque ripartire dalla nudità del silenzio primigenio, dalla barbarie iniziale; bisogna fare legna di parole, raccogliere da terra le selci che servono per darle fuoco e riscaldarsi, cioè comunicare al di fuori degli schemi, spogliarsi di ogni sovrastruttura, di ogni attesa e pretesa. Bisogna costruire la propria capanna senza sostegni, dal niente, o dal tutto che la natura ci offre. Bisogna lavorare “le fibre del mare con parole nuove” (Onirico geologico), come un naufrago che si disseti dell’acqua salata in mezzo al mare, a miglia e miglia da ogni riva.

Le parole qui risalgono da un’acqua lapidata, le parole non bastano più. Si sono vuotate come conchiglie abbandonate sulla spiaggia dal mare, lasciando sgusciare via l’animale tra le valve del silenzio. Bisogna mungerne di nuove dalle onde, bisogna estrarne di nuove dalla terra, come rabdomanti affamati di senso. Le parole residue sono “rugiada sopra il ventre”, “rugiada di parole oblique e inerti” (Felci in rivolta), sono poca acqua di cui fare mare, scintilla dell’incendio a venire.

“Tra sonnolente parole – Omero e Dante –”, scrive ancora Benozzo in Felci in rivolta, “e sillabe di rugiada – bianco ventre –   / l’unica cosa che so è la poesia”. Ma che cosa è per Benozzo la poesia? Cosa se non “sillabe di rugiada”, che forse rinfresca il naufrago ma non basta più per dissetarlo? A quella che è una delle domande più temute da chi scrive, Benozzo risponde senza esitazione: “grandinata inattesa che devasta / mattanza di balene – mare rosso – / sillabe-fiocine per spiaggiare l’abitudine / felci in rivolta alle frontiere dei villaggi” (Felci in rivolta).

La poesia è l’unica cosa certa, come roccia; le sue sillabe non sono di rugiada, le sue sillabe sono fiocine che spiaggiano il cetaceo dissanguato dell’abitudine, come quegli enormi cetacei “impigliati nelle secce oblique” a gridare “versi che all’aria non si sentono” (Onirico geologico).

Ma dove trovare queste parole così dure e acuminate, queste parole spietate, queste sillabe-fiocine per difendersi ferocemente dall’abitudine, per sfuggire all’immobilità e al silenzio sporco dell’alienazione? La risposta, ogni risposta a ogni possibile domanda non posta è nel paesaggio, un paesaggio impervio, duro, difficile, una terra da leggere a tentoni come un braille, mentre il corpo aderisce al terreno, mentre diviene con esso un tutt’uno, e l’orecchio è una caverna aperta all’ascolto, in cui riecheggia la voce del vento.

La ricerca di una lingua non è esercizio stilistico. È un percorso vitale, mosso dalla “voglia di sorgenti segrete”, che ti spinge “oltre i grandi poeti / oltre le tecniche dei cantori d’Eurasia / oltre il volo precluso degli sciamani (Onirico geologico). Per questo la poesia non è lingua di tutti, la poesia non scende a valle, non si abbandona al flusso per cadere. “Custodire invece che diffondere” (Onirico geologico). È questa la chiave per comunicare. Come fare? Essere: “scolpito nel silenzio dei monti”, mentre la parola si radica “nei gesti di un Neolitico mai estinto”. Stratificare, piuttosto che semplificare. Imprimersi, piuttosto che sporgersi sul nulla. Sradicarsi per ripiantarsi altrove nella terra fertile di un linguaggio immortale. “Non cerco nulla nei fenomeni del mondo”, scrive ancora il Poeta in Onirico geologico, “camminando i paesaggi percorro teorie”. E poi ancora: “fondo col passo un’epica delle maree”. E l’epica rifluisce sul foglio col ricordo della musica del mare.

La poesia per Benozzo non offre alcuna via di uscita, né facili soluzioni escapistiche. La poesia non salva né redime, non è scossa né provocazione. La poesia è resa e abbandono, è accettazione della propria condizione di esiliato nelle terre di una solitudine inaccessibile e abitata, è passione che ti sfianca e infine uccide: “Ho perso fede in versi controvento / nella parola che rifonda il mondo, / ma un poeta ama i versi che lo uccidono / e un marinaio annegato ama quel mare” (Felci in rivolta).

Ma chi abita la solitudine del poeta? Chi scrive con lui la partitura della sua parola musicale? Nessuno. Ogni cosa è già scritta nel paesaggio, in una natura durissima e spesso ostile, che costringe a trovare in sé le risorse più estreme. La natura è un grande corpo non antropomorfo in attesa di essere letto con tutti i sensi. La natura si fa ovunque lettera e scrittura da decifrare: “il canto scava nell’aria la propria forma / ma il cielo attende grida che lo sradichino / e la carne cerca sorgenti nella carne” (Onirico geologico); “le antiche vie sono ridotte a geroglifici” (Felci in rivolta); il vento pieno di polline è “la partitura muta di ciò che accade” (Onirico Geologico); “ogni faggio, ogni corrente di foglie / si è inarcato nei riti dell’alluvione”. (Onirico geologico).

Più d’ogni altra cosa, il Poeta ascolta e trascrive il silenzio, traducendo la parola atavica inscritta nella roccia, le regole tracciate dai cerchi dell’albero, dai disegni della sua corteccia, dal suo slancio verso l’alto, dal suo intreccio di rami e dalla disposizione delle foglie nella maestosa dignità della sua presenza silente: “ma il vero onore l’ho appreso senza parlare / prima di nominarle – voce e respiro – / nella nuda grammatica dell’albero / nella logica anarchica delle frane / nella sintassi dei frammenti d’orogenesi”. (Onirico geologico).

La natura è enorme corpo altro che ci parla per osmosi, dai “crani frastornati e i tendini / del cielo insonne”, che ci parla con i suoi silenzi di “lago che si riempie e tace”, “con movimenti erratici di nebbia”, con il “conforto indecifrabile delle alghe” (La capanna del naufrago). La natura ci parla per segni, cifre, suoni e silenzi, e in tal modo racconta anche noi. Lo stesso fa la poesia, capanna che il naufrago si costruisce a riparo della sua stessa solitudine incondivisa, giorno dopo giorno, sasso dopo sasso, sillaba dopo sillaba, ramo dopo ramo, ricordo dopo ricordo, per salvare le poche cose famigliari sopravvissute al naufragio.

“cercare il rumore delle cose”
“scandagliare voci meno chiare”
“trasformare gli argini in gomene”
“costruire una dimora insolita”

Ecco cosa fa la Poesia. Finché non siamo più in grado di distinguere i confini tra l’umano e il resto del paesaggio, il pensiero non si fa onda che recede e la pelle si spoglia del sole che l’ha intrisa. Finché l’umano non è insetto racchiuso e protetto dall’ambra della terra, l’arcobaleno rosso non diviene un mastodontico animale e ogni forma impercettibile si fa tanto più maestosa dopo la resa al naufragio. Finché le stelle non “ritornarono a essere domande” (La capanna del naufrago), quelle stesse domande cui il Poeta aveva rinunciato in nome dell’“inaudita verità di pietra e stelo”, della “risonanza vegetale del diluvio” (Onirico geologico). E l’incedere stesso del Poeta si trasforma nell’interrogativo cui aveva abdicato.

È nel momento stesso in cui tutto si fonde e confonde tra i relitti del naufragio e cade ogni riparo, nel momento stesso in cui l’umano e l’animale e il minerale si compenetrano perfettamente, che l’uomo-dei-confini si spinge oltre, là dove ogni margine è labile e cede ogni distinzione, là dove non sai e non vuoi più separare “i cieli d’aria dai cieli del mare”.

 

 

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