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Sohrāb Sepehri. Quindici poesie

A cura di Nahid Norozi

g32052_u31398_sohrabSohrāb Sepehri (1928-1980), molto amato in Iran dal pubblico di ogni età per l’arte squisita e la raffinata spiritualità, è uno dei massimi poeti e pittori persiani contemporanei. Sin da piccolo dimostra un forte interesse per la pittura e la calligrafia. Nel 1948 si diploma e prosegue gli studi alla Facoltà delle Belle Arti di Teheran dove frequenta i circoli letterari e conosce di persona i più noti poeti e pittori dell’epoca. Le sue principali raccolte escono in otto volumi tra il 1951 e il 1977, che, in seguito, verranno riuniti in un unico volume e pubblicati col titolo Otto libri (Hasht ketāb), edizione cui facciamo riferimento per i brani qui tradotti. Sepehri viaggia molto in Occidente e in Oriente, ma l’India in particolare e l’Estremo Oriente lasceranno vistose tracce sulla sua spiritualità condizionando allo stesso tempo il suo stile e la sua poetica.  Il suo carattere introspettivo e solitario lo predisponevano a tenersi lontano dalle vicende politiche dell’Iran del Novecento che vediamo riflesse invece ampiamente o implicitamente nelle opere di molti intellettuali dell’epoca. Sepehri, nel suo percorso intimo-individuale, preferiva piuttosto rifugiarsi nell’interiorità e soprattutto nella natura nel cui specchio amava scrutarsi, identificarsi, annientarsi. Infatti, gli elementi della natura sono onnipresenti nella sua arte, siano essi in forma concreta, astratta, allusiva  o simbolica. I temi che ricorrono nella sua poesia sono: natura e Dio, vita e morte, viaggio e solitudine, luce e ombra, acqua e uccelli; ma vi troviamo anche l’amore che, specie nella seconda fase della sua vita, prende un marcato aspetto mistico e  insieme si fonde con un sentimento panico dell’essere.  La poesia di Sepehri, sospinta da un irrefrenabile spirito di ricerca nel mondo esteriore e di scavo in quello interiore, si carica di risonanze mitologiche e spirituali, e risulta talora ermetica. Ma a tratti la sua visione cambia tono e può apparire infantilmente semplice. Tuttavia lo sguardo “fanciullesco” di Sepehri non è mai banale, perché questo suo modo di guardare rientra in una precisa poetica: la poetica dello “sguardo vergine”, che sparge un’aura di freschezza sulle cose al punto che esse vengono percepite come se fossero fatte oggetto della primissima visione, colma di stupore, di un bimbo, appunto. Il bambino diventa cifra, in Sepehri, degli albori dell’esistenza umana, quando le prime parole venivano proferite non a seguito di una conoscenza bensì per puro stupore. Quindi, la primordiale espressione dell’uomo era -da quanto emerge dai testi dell’autore- un puro effluvio poetico che sgorga da intima incontenibile meraviglia. Con ciò il poeta ci invita a sollevare il velo della consuetudine dalle cose intorno, dagli oggetti, a vederli originalmente o meglio originariamente  in tutta la loro freschezza e capacità di meravigliare, di stupire, e a contrastare in tal modo – per promuovere la piena restaurazione di uno “sguardo vergine” –  la “normalità” imposta dalla storia umana, dalle sue tassonomie scientifiche e linguistiche con tutte le loro possibili implicazioni e perversioni. Il poeta, in alcuni suoi testi di tono quasi di didattico o prescrittivo, ci spinge a “nuotare nell’incanto della rosa” piuttosto che a romperci il capo per capire il “segreto della rosa”; in definitiva egli ci orienta verso l’intuizione, verso una conoscenza diretta, esperienziale,  piuttosto che verso quella di saperi istituzionali inculcati dalle discutibili visioni prodotte in ogni epoca. Ed ecco così che la poetica del Nostro si avvicina quasi impercettibilmente alla esperienza mistica di molti illuminati, appartenenti a diverse epoche e tradizioni spirituali, di cui Sepehri aveva durante i suoi viaggi esperito le idee, trovandovi ora punti di incontro ora momenti di ineffabile comunione. Partendo da tali presupposti, da una visione direi quasi guenoniana, Sepehri è sospinto inesorabilmente in direzione di un’idea cosmica dell’amore, verso valori quali la fratellanza, il pensiero di pace e amicizia, tutti elementi che aleggiano sulla sua poesia, o implicitamente la sottendono, qualcosa che contribuirà al successo dell’autore con il quale le nuove generazioni iraniane si sentono spontaneamente in stretta simbiosi. Della sua opera sono state pubblicate antologie nelle principali lingue europee. In italiano sono state sinora tradotte (in forma cartacea) venticinque poesie con testo a fronte da R. Zipoli e G. Scarcia inserite nel volume fotografico Un giardino nella voce, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze 1995; una più vasta antologia bilingue, con ampia introduzione e commento, è Sino al fiore del nulla. 99 poesie, a cura di N. Norozi, Aracne Roma 2014. Per una ricognizione sulle stagioni della poesia sepehriana, si può leggere  N. Norozi, Sohrāb Sepehri tra sogno e realtà, in “Semicerchio. Rivista di poesia comparata”, XLVI (2012/1), Pacini Editore, pp. 69-78. Altri brevi saggi di poesia sepehriana sono reperibili in “Quaderni di Meykhane”, rivista online specificamente dedicata alla poesia persiana tradotta in italiano. A titolo esemplificativo, esaminiamo ora brevemente la poesia L’uccello dell’enigma, la prima delle quindici qui proposte. Cominciamo dalle considerazioni generali sugli uccelli che, in questa poesia, assurgono a elemento centrale. Nella poesia sepehriana, gli uccelli, complessivamente, evocano l’idea di leggerezza e libertà; rappresentano talora il tempo perituro o l’idea del provvisorio, ma direi soprattutto, per la loro associazione al volo e per la loro connessione agli alberi, vengono  proposti come simboli del “mondo intermedio”. Nozione questa molto particolare del pensiero mistico persiano, come hanno mostrato le ricerche di Henry Corbin sul “‘ālam-e methāl” (lett.: ‘mondo della somiglianza’). Un mondo intermedio tra il sensibile e l’intelligibile, tra il naturale e il soprannaturale, che può essere colto solo da una vis imaginativa, che non è il banale immaginario di oggi giorno, ma una facoltà che trasmuta il reale in simbolo di cui sono dotati i “sapienti” e i “poeti”, i soli capaci di penetrare il segreto del rapporto fra il cielo e la terra. È sempre presente in Sepehri, o quantomeno intuibile, il tema gnosticheggiante dell’anima che anela a volare via dal corpo in cui si sente imprigionata. Per la stessa associazione topica, gli uccelli rievocano anche l’amore, essendo esso per Sepehri non solo un legame, ma qualcosa di più, un ponte proteso tra il cielo e la terra, sospeso nel “mondo di mezzo”. I volatili, in altri luoghi della poesia di Sepehri, possono rappresentare gli stati spirituali della tradizione mistica, possono essere dei messaggeri, oppure alludere agli stati superiori dell’essere, allo spirito universale, alla conoscenza pura. Gli uccelli viaggiatori in Sepehri evocano sottilmente le anime impegnate nella ricerca del Sé e, in questo, ci ricordano il viaggio degli uccelli di ‘Aṭṭār di Neyshābur1 -autore mistico del XII sec.-, che dopo lunghe peripezie nel volo verso Dio, scoprono che il divino alberga in loro stessi, è un arcano specchio in cui essi si riflettono.

Come si intuisce la ricerca introspettiva coincide in Sepehri con la ricerca poetica, nonché con lo spirito stesso della poesia che gli uccelli ai suoi occhi rappresentano; con ciò assurgendo sovente anche a muse ispiratrici come avviene, per esempio, in L’uccello dell’enigma, rievocante gli uccelli appollaiatiSohrab Sepehri Artist sugli alberi in uno spazio e in un tempo proiettati in lontananze mitologiche, che alla mente del poeta appaiono come esseri misteriosi ed enigmatici. Egli vi vede talora una somiglianza con la sua stessa condizione interiore per l’estraneità, per la solitudine, per il tumulto represso dentro un silenzio che però, paradossalmente, genera in se stesso un grido incontenibile, un grande canto. Ma la sagoma silente dell’uccello, percepita nella penombra solo dal poeta, ha tale potente espressività che lo spinge, lo costringe a comporre. Questo uccello si rivela dunque una musa ispiratrice, perché il poeta trova in esso il suo riflesso, forse un “alter ego”. Dopo tutto, ci suggerisce Sepehri, il fine di ogni ricerca è sempre il raggiungimento del Sé: un uccello, al pari del poeta, che non riesce a cantare né a volare, che è privo di ogni colore, è sospeso tra il cielo e la terra, che sembra anzi un miraggio, una pura ombra, quasi si direbbe ombra di se stesso, oppure frutto della stessa immaginazione del poeta o di una sua visione onirica. Tutto ciò che si attende da un uccello, in lui è come sospeso. Ciò che rimane tuttavia è una potenziale esplosione di tutte queste qualità; cosa che però non avviene, perché pare che l’unico legame dell’uccello sia quello con misteriose “città perdute”, benché al contempo esso cerchi il legame con il poeta. Ma è evidente, peraltro, che è il poeta per primo che cerca un legame con l’uccello. In conclusione, Sepehri ci sta dicendo che anche lui appartiene alle “città perdute”, ovvero si sente estraneo al mondo reale che lo circonda. In questa sorta di simbiosi, l’enigma che attrae il poeta in forma di un uccello è in realtà sospeso dentro di lui, ed è proprio questo che lo sprona verso la ricerca, verso la poesia.

L’uccello dell’enigma

dalla raccolta La morte del colore

Da molto tempo sul ramo di questo salice

è posato un uccello che ha il colore dell’enigma.

Consono con lui nessun suono nessun colore.

Come me in questa terra è solo, solo.

 

Benché il suo intimo sia sempre in tumulto,

un’immagine silente su questa tonalità è rimasta.

Se romperà un giorno il silenzio colmo di parole,

il tetto svenirà, di questa dimora.

 

Benché abbia smesso il canto l’uccello

la sua silente sagoma è un suono espressivo.

Passano gli attimi davanti agli occhi svegli,

il suo corpo però è una visione in chiaro-oscuro.

 

È slegato dall’alto e dal basso il suo piumaggio.

Sperduta è la vita: un’onda di miraggio.

La sua ombra è tediata lungo il muro.

Il velo tra muro e ombra: un velo di sonno.

 

Lo sguardo fisso ai disegni della fantasia.

Non c’è traccia di voglia in quegli occhi.

Avendo con me quel silenzio un legame,

l’occhio suo celato non attende altra compagnia.

 

Percorre l’intimo la storia di questo uccello:

ciò che non viene al cuore è fantasia mendace.

Ha legami con le città perdute:

estraneo in questa città è l’uccello dell’enigma.

       مرغ معما

     از مجموعه «مرگ رنگ»

 

     دیر زمانی است روی شاخۀ این بید

     مرغی بنشسته کو به رنگ معماست.

     نیست هم آهنگ او صدایی، رنگی.

     چون من در این دیار، تنها، تنهاست.

     گرچه درونش همیشه پر ز هیاهوست،

     مانده بر این پرده لیک صورت خاموش.

     روزی اگر بشکند سکوت پر از حرف،

     بام و در این سرای میرود از هوش.

     راه فرو بسته گر چه مرغ به آوا

     قالب خاموش او صدایی گویاست.

     می گذرد لحظه ها به چشمش بیدار،

     پیکر او لیک سایه ـ روشن رؤیاست.

     رسته ز بالا و پست بال و پر او.

     زندگی دور مانده: موج سرابی.

     سایه اش افسرده بر درازای دیوار.

     پردۀ دیوار و سایه: پردۀ خوابی.

     خیره نگاهش به طرح های خیالی.

     آنچه در آن چشم هاست نقش هوس نیست.

     دارد خاموشی اش چون با من پیوند،

     چشم نهانش به راه صحبت کس نیست.

     ره به درون می برد حکایت این مرغ:

     آنچه نیاید به دل، خیال فریب است.

     دارد با شهرهای گمشده پیوند:

    مرغ معما در این شهر غریب است.

 

 

 

Il mare e l’uomo

dalla raccolta La morte del colore

 

Solo, e sulla riva

cammina un uomo.

Ai suoi piedi

un mare, tutto fragore.

Notte, inebetita nel tumulto delle onde.

Il vento dal corpo temerario

alla riva si affaccia, e negli occhi dell’uomo

addensa il disegno del pericolo.

Pare

spirare dicendo: uomo! Dove vai, dove?

E l’uomo procede per la sua via.

E il vento insistente

a spirare ancora: dove vai?

E l’uomo continua a camminare.

E il vento pure…

 

Le onde, senza esitazione,

giungono

traboccanti di fierezza d’assalto.

Un’onda colma di grido

si getta sulla riva e inghiottisce

un’ombra cui la notte rapì la pazienza dal corpo.

Un mare, tutto fragore.

Notte, inebetita nel tumulto delle onde.

Il vento dal corpo temerario

alla riva si affaccia e …


دریا و مرد

از مجموعه «مرگ رنگ»

تنها، و روی ساحل،

مردی به راه می گذرد.

نزدیک پای او

دریا، همه صدا.

شب، گیج در تلاطم امواج.

باد هراس پیکر

رو می کند به ساحل و در چشم های مرد

نقش خطر را پر رنگ می کند.

انگار

هی می زند که: مرد! کجا می روی، کجا؟

و مرد می رود به ره خویش.

و باد سرگران

هی می زند دوباره: کجا می روی؟

و مرد می رود.

و باد همچنان…

امواج، بی امان،

از راه می رسند

لبریز از غرور تهاجم.

موجی پراز نهیب

ره می کشد به ساحل و می بلعد

یک سایه را که برده شب از پیکرش شکیب.

دریا، همه صدا.

شب، گیج در تلاطم امواج.

باد هراس پیکر

رو می کند به ساحل و…

 

 

L’inferno smarrito

dalla raccolta La vita dei sogni

 

Ho bevuto la notte

e piango su queste fronde spezzate.

Lasciami solo

o febbrile occhio smarrito!

Lasciami solo con la sofferenza d’esistere.

Non lasciare che io sfogli il sonno della vita mia.

Non lasciare che mi desti dal cuscino della solitudine oscuro

e mi appenda alla veste sfibrata dei sogni.

 

I biancori dell’inganno

su colonne senz’ombra si vanno gloriando.

Guarda, il talismano infranto del mio sogno

invano è appeso alla catena di perle del mio occhio.

Digli

ebbro battito infernale!

Digli: la nera brezza degli occhi tuoi ho bevuto.

L’ho bevuta, per questo sono sempre inquieto.

Inferno smarrito,

Lasciami solo!

جهنم سرگردان

از مجموعه «زندگی خوابها»

شب را نوشیده ام

و بر این شاخه های شکسته می گریم.

مرا تنها گذار

ای چشم تبدار سرگردان!

مرا با رنج بودن تنها گذار.

مگذار خواب وجودم را پرپر کنم.

مگذار از بالش تاریک تنهایی سر بر دارم

و به دامن بی تار و پود رؤیاها بیآویزم.

سپیدی های فریب

روی ستون های بی سایه رجز می خوانند.

طلسم شکستۀ خوابم را بنگر

بیهوده به زنجیر مروارید آویخته.

او را بگو

تپش جهنمی مست!

او را بگو: نسیم سیاه چشمانت را نوشیده ام.

نوشیده ام که پیوسته بی آرامم.

جهنم سرگردان!

مرا تنها گذار.

Un giardino nella voce

dalla raccolta “La vita dei sogni”

M’ero abbandonato in un giardino.

Leggera luce su di me spirava incolore.

Ero io forse giunto in questo giardino,

o il giardino aveva tutto colmato intorno a me?

L’aria del giardino mi attraversava

e scivolavano nel mio essere i rami, le foglie.

Non era questo giardino forse

l’ombra di uno spirito

per un attimo curvata sulla palude della vita?

 

D’improvviso una voce accolse in sé il giardino,

una voce simile al nulla.

Come se un profumo si specchiasse.

Sempre da uno spiraglio invisibile

questa voce s’era librata nell’oscurità della mia vita.

La fonte della voce era smarrita:

d’un tratto io ero giunto.

Stanchezza non era in me:

non era stato percorso alcun sentiero.

Forse che, prima, la mia vita altro spazio aveva?

 

D’improvviso un colore sbocciò:

una figura era caduta sull’erbe.

Un uomo di somiglianza remota a sé medesimo.

Il giardino era in fondo ai suoi occhi

e le orme della voce eran compagne ai suoi palpiti.

La sua vita era lenta.

Quel suo essere aveva sconvolto l’ignoranza mia trasparente.

 

Un fruscio s’alzò

uno spiraglio s’aprì sullo stupore mio:

un acuto lucore piombò sul giardino.

Il giardino avvizziva

e io m’abbandonavo dentro lo spiraglio.

باغی در صدا

از مجموعه «زندگی خوابها»

 

در باغی رها شده بودم.

نوری بی رنگ و سبک بر من می وزید.

آیا من خود بدین باغ آمده بودم

و یا باغ اطراف مرا پر کرده بود؟

هوای باغ از من می گذشت

و شاخ و برگش در وجودم می لغزید.

آیا این باغ

سایه روحی نبود

که لحظه ای بر مرداب زندگی خم شده بود؟

ناگهان صدایی باغ را در خود جا داد،

صدایی که به هیچ شباهت داشت.

گویی عطری خودش را در آیینه تماشا می کرد.

همیشه از روزنه ای ناپیدا

این صدا در تاریکی زندگی ام رها شده بود.

سرچشمۀ صدا گم بود:

من ناگاه آمده بودم.

خستگی در من نبود:

راهی پیموده نشد.

آیا پیش از این زندگی ام فضایی دیگر داشت؟

ناگهان رنگی دمید:

پیکری روی علف ها افتاده بود.

انسانی که شباهت دوری با خود داشت.

باغ در ته چشمانش بود

و جاپای صدا همراه تپش هایش.

زندگی اش آهسته بود.

وجودش بی خبری شفافم را آشفته بود.

وزشی برخاست

دریچه ای بر خیرگی ام گشود:

روشنی تندی به باغ آمد.

باغ می پژمرد

و من به درون دریچه رها می شدم.

Più alto del volo

dalla raccolta Le macerie del sole

Aperta alla freschezza dei giardini, la porticina della gabbia eccita al mistero.

Però, l’ala è riluttante al movimento.

La tentazione del prato è inane.

Tra l’uccello e il volo, v’è l’oblio delle ali.

Nell’occhio dell’uccello v’è la goccia della visione:

il ramo sale verso l’alto. Cade il frutto. Il mutare è triste.

La luce è contaminazione. L’oscillare è contaminazione. L’avanzare è contaminazione.

L’uccello nel sognare delle sue ali è rimasto solo.

I suoi occhi respingono il raggio dei frutti.

La sua canzone ha superato la melodia delle fronde.

Il suo traboccare fa tremare la gabbia.

La brezza rompe l’aria: la porticina della gabbia è impaziente.

برتر از پرواز

از مجموعه «آوار آفتاب»

دریچۀ باز قفس بر تازگی باغ ها سر انگیز است.

اما، بال از جنبش رسته است.

وسوسۀ چمن ها بیهوده است.

میان پرنده و پرواز، فراموشی بال و پر است.

در چشم پرنده قطرۀ بینایی است:

ساقه به بالا می رود. میوه فرو می افتد. دگرگونی غمناک است.

نور، آلودگی است. نوسان، آلودگی است. رفتن، آلودگی.

پرنده در خواب بال و پرش تنها مانده است.

چشمانش پرتو میوه ها را می راند.

سرودش بر زیر و بم شاخه ها پیشی گرفته است.

سرشاری اش قفس را می لرزاند.

نسیم، هوا را می شکند: دریچۀ قفس بی تاب است.

 

 

Un altro territorio

dalla raccolta Le macerie del sole

 

Tra l’attimo e la terra non è gravido, il ramo, di terrore.

O compagno di viaggio! Siamo giunti all’eternità dei fiori.

Consegna il fulgore dei tuoi occhi al granello di sabbia, alle stelle:

nella scia della contemplazione non c’è stillare di mistero.

In questa argilla, non segno di timore

né traccia di stupore nel ceruleo dell’alto cielo.

Immergiti nella voce dell’uccello:

l’ansia di un’ala non adombra il tuo volto.

Nel volo dell’aquila

l’immagine del dirupo non si riflette.

Né passa nera spina tra l’occhio e la contemplazione.

E più oltre:

tra il grappolo e il sole

l’urlo della falce si è lacerato.

Tra il sorriso e le labbra

si è rotto il pugnale del tempo…

دیاری دیگر

از مجموعه «آوار آفتاب»

 

میان لحظه و خاک، ساقه گرانبار هراسی نیست.

همراه! ما به ابدیت گل ها پیوسته ایم.

تابش چشمانت را به ریگ و ستاره سپار:

تراوش رمزی در شیار تماشا نیست.

نه در این خاک رس نشانۀ ترس

و نه بر لاجورد بالا نقش شگفت.

در صدای پرنده فرو شو:

اضطراب بال و پری سیمای تو را سایه نمی کند.

در پرواز عقاب

تصویر ورطه نمی افتد.

سیاهی خاری میان چشم و تماشا نمی گذرد.

و فراتر:

میان خوشه و خورشید

نهیب داس از هم درید.

میان لبخند و لب

خنجر زمان در هم شکست.

 

Sino al fiore del nulla

dalla raccolta L’Oriente della Nostalgia

 

Andavamo, gli alberi: quanto alti, e la visione: quanto nera!

Una strada era, da noi sino al fiore del nulla.

Una morte sui pendii, una nuvola sulla vetta, degli uccelli al margine dell’esistenza.

“Senza di te…” – cantavamo – “ero una porta all’esterno, uno sguardo sul limite, e una voce nel deserto.”

Andavamo, e la terra aveva timore di noi. E il tempo pioveva su di noi.

Ridemmo: balzò l’abisso dal sogno, e gli arcani sparsero un canto.

Noi: silenti, il deserto: in attesa, e l’orizzonte: un filo di sguardo.

Sedemmo, i tuoi occhi colmi di lontano, la mia mano colma di solitudine, e le terre colme di sogno.

Ci addormentammo. Dicono: “una mano in sogno coglieva fiori.”

 

تا گل هیچ

از مجموعه «شرق اندوه»

 

می رفتیم، و درختان چه بلند، و تماشا چه سیاه!

راهی بود از ما تا گل هیچ.

مرگی دردامنه ها، ابری سر کوه، مرغان لب زیست.

می خواندیم: «بی تو دری بودم به برون، ونگاهی به کران، و صدایی به کویر.»

می رفتیم، خاک از ما می ترسید، و زمان بر سر ما می بارید.

خندیدیم: ورطه پرید از خواب، و نهان ها آوایی افشاندند.

ما خاموش، و بیابان نگران، و افق یک رشته نگاه.

بنشستیم، تو چشمت پر دور، من چشمم پر تنهایی، و زمین ها پر خواب.

خوابیدیم. می گویند: دستی در خوابی گل می چید.

Buddha

dalla raccolta L’Oriente della Nostalgia

 

C’era un istante, in cui le porte s’erano dischiuse.

Non una foglia, non un ramo: era apparso il giardino del nulla.

Gli uccelli dello spazio erano silenti, silente questo, silente quello, il silenzio s’era fatto parlante.

Cosa succedeva in quell’arena: con una bufala un lupo s’era fatto concorde.

La traccia del suono sbiadita, la traccia del richiamo sbiadita. La melodia s’era forse spezzata?

L’ “io” svanito, il “lui” svanito, il “noi” era divenuto privo di noi.

La bellezza era divenuta sola.

Ogni fiume, un mare,

                                 era divenuto, ogni essere, un Buddha.

 

Budhi

از مجموعه «شرق اندوه»

 

آنی بود، درها وا شده بود.

برگی نه، شاخی نه، باغ فنا پیدا شده بود.

مرغان مکان خاموش، این خاموش، آن خاموش، خاموشی گویا شده بود.

آن پهنه چه بود: با میشی، گرگی همپا شده بود.

نقش صدا کم رنگ، نقش ندا کم رنگ. پرده مگر تا شده بود؟

من رفته، او رفته، ما بی ما شده بود.

زیبایی تنها شده بود.

هر رودی، دریا،

                                         هر بودی، بودا شده بود.———-

 

 

Indirizzo

dalla raccolta Il volume verde

 

“Dov’è la dimora dell’Amico?” Era l’alba quando il cavaliere lo chiese.

Il cielo esitò.

Il viandante donò alla tenebra delle sabbie il fuscello di luce che teneva tra le labbra

e un bianco pioppo indicò con il dito e disse:

 

“Non ancora giunti a quell’albero,

c’è un viottolo alberato, più verde del sogno di Dio

dove l’amore è azzurro quanto le ali della sincerità.

Andrai sino in fondo al viottolo che spunta dietro l’adolescenza,

poi svolterai verso il fiore della solitudine,

a due passi dal fiore,

ti fermerai ai piedi dell’eterno rigoglio dei miti terreni

dove ti avvolgerà un diafano timore.

Nell’intimità fluida dello spazio, un secco fruscio sentirai:

vedrai un bimbo

arrampicarsi per un alto pino, a raccogliere il pulcino dal nido della luce

quindi a lui chiederai:

“Dov’è la dimora dell’Amico.”

نشانی

از مجموعه «حجم سبز»

 

خانه دوست کجاست؟» در فلق بود که پرسید سوار.»

آسمان مکثی کرد.

رهگذر شاخۀ نوری که به لب داشت به تاریکی شن ها بخشید

و به انگشت نشان داد سپیداری و گفت:

نرسیده به درخت،»

کوچه باغی ست که از خواب خدا سبزتر است

و در آن عشق به اندازۀ پرهای صداقت آبی ست.

می روی تا ته آن کوچه که از پشت بلوغ، سر به در می آرد،

پس به سمت گل تنهایی می پیچی،

دو قدم مانده به گل،

پای فواره جاوید اساطیرزمین می مانی

و تو را ترسی شفاف فرا می گیرد.

در صمیمیت سیال فضا، خش خشی می شنوی:

کودکی می بینی

رفته از کاج بلندی بالا، جوجه بر دارد از لانۀ نور

و از او می پرسی

خانۀ دوست کجاست.»

 

 

 

Tenera notte solitaria

dalla raccolta Il volume verde

Ascolta! Il più lontano uccello del mondo canta.

La notte è fluida, e intatta, e vasta.

I gerani

e i più sonori rami della stagione, ascoltano la luna.

 

Le scale sono dinanzi al palazzo,

la porta ha in mano la lanterna

e la brezza si profonde,

 

ascolta! La strada i tuoi passi chiama da lontano.

I tuoi occhi non sono ornamento alle tenebre.

Scuoti le palpebre, indossa le scarpe, e vieni!

E vieni fin dove le ali della luna avvertano il tuo dito

e il tempo su una zolla si sieda con te

e i salmi notturni attraggano il tuo corpo, come il brano d’un canto.

 

Vi sarà un pio asceta che ti dirà:

la miglior cosa è giungere a uno sguardo madido di avvento amoroso.

شب تنهایی خوب

از مجموعه «حجم سبز»

گوش کن، دورترین مرغ جهان می خواند.

شب سلیس است، و یکدست، و باز.

شمعدانی ها

و صدادارترین شاخۀ فصل، ماه را می شنوند.

پلکان جلو ساختمان،

در فانوس بدست

و در اسراف نسیم،

گوش کن، جاده صدا می زند از دور قدم های ترا.

چشم تو زینت تاریکی نیست.

پلک ها را بتکان، کفش به پا کن، و بیا.

و بیا تا جایی، که پر ماه به انگشت تو هشدار دهد

و زمان روی کلوخی بنشیند با تو

و مزامیر شب اندام ترا، مثل قطعۀ آواز به خود جذب کنند.

پارسایی است در آنجا که ترا خواهد گفت:

بهترین چیز رسیدن به نگاهی است که از حادثۀ عشق تر است.

 

 

Richiamo primordiale

dalla raccolta Il volume verde

“Dove sono le mie scarpe?”

Chi era che ha chiamato: “Sohrāb?”

Era familiare la voce, come l’aria col corpo della foglia.

Mia madre dorme.

E così anche Manuchehr e Parvāné, e forse tutta la gente della città.

Questa notte di giugno con la calma di un’elegia passa sopra i minuti

e una fresca brezza, dai verdi margini della coperta, spazza via il mio sonno.

Si sentono effluvi di migrazione:

il mio cuscino è colmo del canto delle ali di rondini2.

 

Sarà mattino

e in questa ciotola d’acqua

migrerà il cielo.

 

Stanotte devo partire.

 

Io che dalle finestre più aperte ho parlato con la gente di questo luogo

non ho sentito proferire parola sulla materia del tempo.

Nessun occhio, appassionato, fissava la terra.

Nessuno nel vedere un giardino era rapito.

Nessuno prendeva sul serio una cornacchia, sopra un campo.

Il mio cuore si contrae quanto una nuvola

quando vedo dalla finestra Huri

-la ragazza adolescente del vicino-

ai piedi del più raro olmo della terra

studiare la teologia.

 

Vi sono cose, istanti colmi di pienezza

(per esempio vidi una poetessa3

così annientata nel contemplare lo spazio che nei suoi occhi

il cielo deponeva l’uovo.

E una notte di quelle

un uomo mi chiese:

fino allo spuntare dell’uva4, quante ore abbiamo?!)

 

Stanotte devo partire.

 

Stanotte devo prendere la valigia

che ha spazio quanto la veste della mia solitudine

e andare verso una direzione

in cui si vedono alberi epici,

dinanzi a quella vastità senza parola che perennemente mi chiama.

Una voce ancora ha chiamato: “Sohrāb!

Dove sono le mie scarpe?”

ندای آغاز

از مجموعه «حجم سبز»

کفش هایم کو،

چه کسی بود صدا زد: سهراب؟

آشنا بود صدا مثل هوا با تن برگ.

مادرم در خواب است.

و منوچهر و پروانه، و شاید همۀ مردم شهر.

شب خرداد به آرامی یک مرثیه از روی سر ثانیه ها می گذرد

و نسیمی خنک از حاشیۀ سبز پتو خواب مرا می روبد.

بوی هجرت می آید:

بالش من پر آواز پر چلچله هاست.

صبح خواهد شد

و به این کاسۀ آب

آسمان هجرت خواهد کرد.

باید امشب بروم.

من که از بازترین پنجره با مردم این ناحیه صحبت کردم

حرفی از جنس زمان نشنیدم.

هیچ چشمی، عاشقانه به زمین خیره نبود.

کسی از دیدن یک باغچه مجذوب نشد.

هیچکس زاغچه ای را سر یک مزرعه جدی نگرفت.

من به اندازۀ یک ابر دلم می گیرد

وقتی از پنجره می بینم حوری

ـ دختر بالغ همسایه ـ

پای کمیاب ترین نارون روی زمین

فقه می خواند.

چیزهایی هم هست، لحظه هایی پر اوج

مثلاً شاعره ای را دیدم)

آنچنان محو تماشای فضا بود که در چشمانش

آسمان تخم گذاشت.

و شبی از شب ها

مردی از من پرسید

(تا طلوع انگور، چند ساعت راه است؟

باید امشب بروم.

باید امشب چمدانی را

که به اندازۀ تنهایی من جا دارد، بر دارم

و به سمتی بروم

که درختان حماسی پیداست،

رو به آن وسعت بی واژه که همواره مرا می خواند.

یک نفر باز صدا زد: سهراب!

کفش هایم کو؟

 

 

La voce dell’incontro

dalla raccolta Il volume verde

Con una cesta andai alla piazza, era una mattina.

I frutti cantavano.

I frutti sotto il sole cantavano.

Tra gli scaffali la vita, su quelle bucce perfette, sognava di eterne superfici.

L’ansia dei giardini nell’ombra di ogni frutto traluceva.

A volte un’incognita nuotava tra il fulgore delle melacotogne.

Ogni melagrana estendeva il proprio colore fino alla terra dei devoti.

La vista dei miei concittadini, ahimè,

era una linea tangente al florido perimetro dell’aranceto.

 

Tornai a casa. Mia madre mi chiese:

-dalla piazza hai portato della frutta?

-Come far entrare quei frutti infiniti in questa cesta?

-Ti avevo chiesto di comprare dalla piazza qualche chilo di buone melagrane.

-Ho provato con una melagrana

la sua estensione debordava dagli orli di questa cesta.

-E la melacotogna, insomma il pranzo?!…

-…

 

Nel meriggio, dagli specchi, l’immagine della melacotogna si allungava fino alle lontananze della vita.

 

صدای دیدار

از مجموعه «حجم سبز»

با سبد رفتم به میدان، صبحگاهی بود.

میوه ها آواز می خواندند.

میوه ها در آفتاب آواز می خواندند.

در طبق ها، زندگی روی کمال پوست ها خواب سطوح جاودان می دید.

اضطراب باغ ها در سایۀ هر میوه روشن بود.

گاه مجهولی میان تابش به ها شنا می کرد.

هر اناری رنگ خود را تا زمین پارسایان گسترش می داد.

بینش هم شهریان، افسوس،

بر محیط رونق نارنج ها خط مماسی بود.

من به خانه باز گشتم، مادرم پرسید:

میوه از میدان خریدی هیچ؟

ـ میوه های بی نهایت را کجا می شد میان این سبد جا داد؟

ـ گفتم از میدان بخر یک من انار خوب.

ـ امتحان کردم اناری را

انبساطش از کنار این سبد سر رفت.

ـ به چه شد، آخر خوراک ظهر…

ظهر از آیینه ها تصویر به تا دور دست زندگی می رفت.

 

 

Sempre

dalla raccolta Il volume verde

La sera

qualche stornello

si allontanò dall’orbita della memoria del pino.

Rimase la bontà corporea dell’albero.

La castità dell’illuminazione si versò sulle mie spalle.

 

Parla, o attesa notturna donna5!

Sotto queste stesse empatiche fronde del vento

affida la mia infanzia alle mie mani!

In mezzo a questi nerissimi “sempre”

parla, sorella della sgargiante evoluzione!

Colma il mio sangue di mitezza intellettuale!

Svela

il mio battito sul ruvido respiro d’amore!

Sulle terre assolute

cammina fino alla purezza del giardino dei miti!

In occasione dello scintillio dei grappoli

parla, o urì del linguaggio primigenio!

La tristezza mia nella lontana foce dell’espressione

purifica!

In tutte le salate arene della noia

dai libero sfogo alla laringe dell’acqua!

 

E poi

sull’erbe ristagnanti della percezione

distendi

il dolce iernotte delle palpebre!

همیشه

از مجموعه «حجم سبز»

عصر

چند عدد سار

دور شدند از مدار حافظۀ کاج.

نیکی جسمانی درخت بجا ماند.

عفت اشراق روی شانۀ من ریخت.

حرف بزن، ای زن شبانۀ موعود!

زیر همین شاخه های عاطفی باد

کودکی ام را به دست من بسپار.

در وسط این همیشه های سیاه

حرف بزن، خواهر تکامل خوشرنگ!

خون مرا پر کن از ملایمت هوش.

نبض مرا روی زبری نبض عشق

فاش کن.

روی زمین های محض

راه برو تا صفای باغ اساطیر.

در لبه فرصت تلألؤ انگور

حرف بزن، حوری تکلم بدوی!

حزن مرا در مصب دور عبادت

صاف کن.

در همۀ ماسه های شور کسالت

حنجرۀ آب را رواج بده.

بعد

دیشب شیرین پلک را

روی چمن های بی تموج ادراک

پهن کن.

 

 

 

Il momento sottile delle sabbie

dalla raccolta Noi nulla, noi sguardo

 

La pioggia

———-lavava i lati della quiete.

Io con le sabbie

—————–umide della partenza giocavo

e sognavo i viaggi disegnati.

Ero mescolato alla libertà delle sabbie.

Io

ero

———-nostalgico.

 

Nel giardino

—————un’affabile tovaglia

————————————–era

——————————————–distesa.

Qualcosa in mezzo alla tovaglia, simile

—————————————–alla percezione illuminava:

un grappolo d’uva

——————-velò la diffidenza tutta.

La vivificazione del silenzio

————————–mi confuse.

Vidi che l’albero c’era.

Quando c’è l’albero

———————–è chiaro, bisogna esserci,

bisogna esserci

—————-e la traccia del racconto  

—————————————–fino al candore del testo

——————————————————————-bisogna

——————————————————————————–seguire.

Però

—–o tu, disperanza colorata!

——————————————————                                                                                                                                                                                                                                                                                                ————————————————-Schermata 2015-07-23 alle 10.30.08

 

 

Stesso rigo, stesso bianco

dalla raccolta Noi nulla, noi sguardo

È l’alba.

Il passero assoluto

———————canta.

L’autunno, sull’unità del muro

——————————–si sfoglia.

La movenza allietante del sole

———————————fa balzare dal sonno:

——————————————————il volume del decadimento.

Una mela

————–nell’occasione reticolare della cesta

—————————————————-marcisce.

Un senso simile all’esilio delle cose

  ————————————-passa sulle palpebre.

Fra l’albero e il verde attimo

——————————–la ripetizione turchina

——————————————————col rimpianto delle parole si confonde.

 

Ma

—–o venerazione del biancore della carta!

La pulsazione delle nostre lettere

———————————nell’assenza dell’inchiostro batte affannosa.

Nella mente del presente, l’incanto della forma

—————————————————si dissolve.

 

Bisogna chiudere il libro.

Alzarsi bisogna

nella direzione estesa dell’attimo,

osservare il fiore,

—————–udire l’ambiguità.

Bisogna correre sino al fondo dell’essere.

Bisogna andare all’aroma della terra evanescente.

Bisogna giungere alla congiunzione di albero e Dio.

Bisogna sedersi

 ———————-vicino all’estensione

———————————————–in un luogo tra estasi e svelamento.

Schermata 2015-07-23 alle 10.29.54

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