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Sophia de Mello Breyner Andersen

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“Cammina fino ad incontrare una chiesa alta e quadrata.” Scrive Sophia de Mello Breyner Andresen nella prosa poetica Cammino del mattino, tappa idealmente e tipograficamente centrale, dello splendido pellegrinaggio sul lungomare che è questa raccolta antologica. “Lì dentro ti inginocchierai nella penombra guardando il bianco delle pareti e il lucido azzurro delle maioliche. Lì ascolterai il silenzio. Lì si alzerà come un canto il tuo amore per le cose visibili che è la tua orazione di fronte al grande Dio invisibile.” È in questo spazio sacro, lungo la strada “di terra gialla e quasi senza nessun’ombra”, dove “le cicale canteranno il silenzio di bronzo” che occorre introdursi senza esitazione né timore. È in questa dimensione atemporale, dominata dal bianco e dal silenzio, dalla quiete del ricongiungimento, che la poesia di Sophia de Mello Breyner Andersen sgorga e zampilla come un altissimo inno all’immensità del reale e alla vertiginosa altezza delle sue contraddizioni, tra cui ci avventuriamo con la mano dell’ombra su una spalla, “sull’altra la mano del sole.”

La poesia della de Mello Breyner Andersen è un canto che ha per metronomo il pulsare ritmico del mare, per pentagramma il foglio bianco di quell’ascolto assorto che evoca e accoglie il reale del paesaggio per riconoscerne in sé la forma. Ogni parola è una nota che s’inscrive nel bianco assoluto del silenzio in cui riecheggia e incarna il senso. Come il moto d’onde del mare sulla battigia, il canto sfiora la riva dell’incontro per ritrarsi e rivelare sulla sua scia nuovi profili, sagome stagliate sulla sabbia che era intonsa, gusci duri di ciò che è stato e impronte calcate sul fondo umido del bagnasciuga. Il guscio che si raccoglie tra le mani non è che una parte del tutto. È all’apparenza inerte, desertato dalla vita che l’ha generato. Eppure, portandolo all’orecchio, si può ancora avvertire il canto assoluto del mare, voce dell’universale. La poesia è questo tentativo di racchiudere in una forma conclusa l’infinita perfezione dell’intero. È il tentativo di pronunciare l’immensità di ciò che vive a prescindere dal nostro sguardo, dal nostro concepirlo.

Il movimento del mare è uniforme, cullante. Se restiamo sul bagnasciuga lo sciabordio ci ammalia e magnetizza. Se ci avventuriamo nell’acqua, la corrente ci avvolge le caviglie in un gorgo, coinvolgendoci in un moto immobile che ha il magnetismo di un canto di sirena. L’equilibrio vacilla, i piedi brancolano sul fondo per ancorarsi, mentre l’anima vorrebbe salpare per assecondare il viaggio delle onde al largo. Restiamo fermi, eppure siamo altrove. È il richiamo del mare all’origine di noi, al buio del fondale che convive con la luce della superficie, spezzata dall’incresparsi delle onde, inghiottita e assimilata dalla spuma, sparpagliata in un’infinità di gocce iridescenti.

Dapprima la superficie del verso è piana, uniforme, regolare nel ritmo cadenzato delle onde. Poi un frangente si leva all’improvviso, la superficie si rompe nel convergere e turbinare d’elementi. È la rigenerazione che avviene dal caos di una nuova nascita. La poesia della de Mello Breyner Andersen traduce il senso di presente assenza che comporta l’essere nel mezzo delle cose, ambendo a farne parte, incarna la tensione del desiderio di ricongiungersi con il mondo, per ritrovare l’unità di spirito e corpo, di corpo e paesaggio. Tutto questo grido puro vibra di un anelito alla comunione con la natura, per ripristinare l’unità primigenia che smarriamo nel lasciarci portare dal trascorrere del tempo che ottunde il sentire.

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La poetessa canta all’unisono col mondo, mentre il battito del cuore “sostiene il ritmo delle cose” (“Le mie mani mantengono stelle”), per ritrovare i frammenti di sé, per ricomporre il proprio essere, sparpagliato e smarrito dei molteplici esseri che costituiscono la sostanza del mondo, suddiviso e condiviso con la natura cui vuole appartenere per tornare una, con lei e con se stessa. La sua voce canta “sull’orlo di un silenzio”, confinando con l’estatica dissoluzione nel pulsare della natura (“Sento i morti nel freddo delle viole”). Ed è come se il canto si diffondesse ed entrasse nelle cose, che ne divengono controcanto, ma che ne sono state all’origine la chiave. La poetessa si spoglia della visione esteriore e oggettiva di sé e del mondo, per farsi voce che penetra il reale e riecheggia nel suo nucleo di mistero. La parola poetica arriva a coincidere con la voce stessa delle cose, con la loro più intima essenza: “Qui, deposta infine la mia immagine , / Tutto ciò che è gioco e che è paesaggio, / All’interno delle cose canto nuda”, scrive la poetessa in (“Qui”). Per insinuarsi nel mistero, il canto non necessita parole ricercate, desuete, né parole auliche, raffinate o letterarie. Molte canzoni immortali, profondamente inscritte nel nostro immaginario, sono state create su un solo giro di accordi, che sposano parole semplici. Analogamente, nella poesia della de Mello Breyner Andersen è la combinazione di note e voce, di musica e parole, di rime e assonanze, a formare la melodia che avvince e che riproduce il ritmo della natura. “Parole che ho spogliato della loro letteratura,” scrive ancora la poetessa, “Per rendergli la loro forma primitiva e pura, / Di formule e magia.” (“Il giardino e la notte”). Ogni minimo elemento di natura, ogni minuscola cosa ci canta un senso, in parole che ci parlano e che ci pronunciano. La relazione tra il senso e il canto genera quell’armonia che riproduce l’immediatezza del bello, la sua purezza intatta. Le parole preesistono al nostro intonarle, sono già insite dentro le cose (“Andremo assieme da soli per la rena”), le parole sono il nome stesso delle cose (“Risorgeremo”). Sta al poeta portarle alla luce, allo stesso modo in cui lo scultore estrae la statua dalla materia che già la contiene, o il tessitore intesse stuoia e cesto come se coincidessero, come se la materia (le parole) e il manufatto (la poesia) fossero inscritte l’una nell’altra fino all’identità, che il tessitore riconosce, legittimandola, per celebrare “il suo umano matrimonio con la terra” (“Stuoia e cesto”). È nel gesto stesso dell’intreccio che il tessitore ripristina l’unità dei suoi sé. È nell’atto di riconoscere l’identità tra la parola e la cosa che essere e stare coincidono per il poeta “nell’uno delle nozze” (“Cicladi”). È in questa comunione che il poeta coincide con la propria creazione, e assieme a lei viene alla luce. Poiché la parola incarna la cosa, che a sua volta incarna il proprio nome, non è l’uomo a raccontare il mondo, bensì piuttosto la parola a riportare l’uomo all’uomo e al mondo: “Da lontano molto lontano fin dall’inizio / l’uomo ha saputo di sé grazie alla parola / E della parola fa potere e gioco / E trasforma la parola in moneta / come si fece col grano e con la terra (“Con furia e rabbia”).

La poesia è la parola originaria, la parola pura, nuda e scabra, quella che permane, frammento dell’universale, anche quando il tempo l’abbia separata dal suo oggetto. Come la conchiglia che riecheggia e riverbera il mare anche quando l’abbiamo portata via con noi molto lontano da lui: “Eppure la poesia permane / Come se la divisione non si fosse data / Permane anche molto dopo ch’è stato spazzato via / Il sussurro di tigli presso la casa dell’infanzia” (“Abitazione”).

“– Pietra fiume vento casa / Pianto giorno canto animo / spazio radice e acqua” (“Patria”): sono queste le parole chiave della poesia della de Mello Breyner Andersen, queste le fondamenta su cui la poetessa erige la casa del mare della sua poesia, dove il mondo avviene in forma di musica e movimento, racchiuso ma non concluso nel rigore di forme che tendono alla perfezione, in un equilibrio armonioso che genera l’incanto che ci avvolge alla lettura. Molteplici e ricorrenti, in questo grido puro, sono i riferimenti alla classicità e numerose le poesie dedicate alla Grecia, i cui abitanti, che “ripetevano i gesti che ristabiliscono / Lo stare-essere-intero iniziale delle cose – “(“I Greci”), assurgono a emblema dell’inesausta ricerca di perfezione che anima la poetessa. Le parole elementari sono gesti essenziali che afferrano le cose nominate, per liberarle nel momento stesso in cui sono pronunciate: “E per la limpidezza di così amate / Parole sempre dette con passione / Per il colore e per il peso delle parole / Per il concreto silenzio netto delle parole / Da cui si ergono le cose nominate / Per la nudità delle parole incantate” (“Patria”). Le parole non si limitano a dire il mondo. Esse lo avvolgono e lo rigenerano, lo ri-creano sempre nuovo, puro: “E sopra la sabbia sopra la calce e sopra la pietra scrivo: in questo mattino io ricomincio il mondo.” (“Ingrina”). Scrivere è quindi riprodurre l’atto iniziale della Creazione, “ricominciare la festa del terrestre”, cantare all’unisono con le cose, vestirne la purezza in una “nudità d’allegria” (“In quest’ora”), che ha il sapore di una nuova nascita eternamente rinnovata. Così come eternamente rinasce e si ridisegna e si riscrive il poeta sulla pagina bianca, dove compie il suo ufficio “per la ricostruzione del mondo” (“La forma giusta”).

La poetessa non dice soltanto per riportare e rappresentare, dice “per vedere” (“Lisbona”), e dalla visione estrae il canto che dà voce alla “veemenza delle cose” (“Arte poetica”). Lo sguardo è ciò che “cerca di riunire il mondo che è stato sconvolto dalle furie” (“Il sole il muro il mare”), vedere significa piantare i semi delle cose, scrivere è arare il reale per estrarne le cose come frutti in parole che lo incarnano: “Scrivere la poesia come il bue ara il campo / Senza che inciampi nel metro il pensiero / Senza che nulla sia ridotto o esiliato / Senza che nulla separi l’uomo dal vissuto” (“Omero”). Ripristinare l’unità tra il presente e il vissuto, ricongiungersi con i propri ricordi significa anche tornare interi, puri, come le cose stesse. L’atto dello scrivere è un percorso di redenzione, che restituisce al poeta l’innocenza dello sguardo sul mondo, liberandolo dal tempo che lo spossessa. Scrivere è fare di sé un foglio bianco, per lasciare che il reale vi s’imprima per tramite della visione, che è congiungimento: “E la redenzione verrà sulle tue linee / Dove nessuna cosa è svanita / Del miracolo delle cose che erano mie” (“Casa bianca”).

Tutta la poesia di Sophia de Mello Breyner Andersen è ricerca della purezza primigenia del mondo, che nel silenzio si offre al sentire. “Tutto è vestito di solennità e di nudità”, scrive la poetessa nella bella prosa poetica Le grotte, “Lì io vorrei piangere di gratitudine con la faccia accostata alle pareti.” Tutto, in natura, emana il senso della sacralità dell’incorrotto, tutto è esposto, sincero e nudo, allo sguardo che si fa grato di bellezza fino alla commozione: “La selvaggia esalazione delle onde “ è “In ascesa verso il mare come un grido puro” (“Mare”); la notte è “solitaria e pura” (“Il giardino e la notte”); le foglie “nuove e tenere” offrono la propria “indicibile purezza” alla “sete di freschezza” della poetessa che, nella fusione con l’attorno, aspira a una nuova, ripristinata interezza (“Il giardino”); la spiaggia serena accoglie con “mani pure” il marinaio, che tiene gli occhi aperti sulla lontananza. Di contro, nient’altro che abbandono e smarrimento attendono il marinaio “senza più casa”, quello che ha cioè abbandonato la dimora primigenia del mare, rinunciando all’interezza del proprio essere e alla purezza del proprio sentire, per soccombere così al trascorrere del tempo, che ci divide da ciò che siamo stati: “Egli morirà senza mare e senza navi / Senza rotta distante e senza alberature lievi / Morirà tra pareti di grigio” […] “Perché egli si è perso da quel che era eterno / E ha separato il suo corpo dall’unità / E si è consegnato al tempo diviso / Delle strade senza pietà” (“Marinaio senza mare”). Diversamente avviene per chi, come Santa Chiara, “ha saputo del paesaggio / Riconoscere l’unità promessa” (“Santa Chiara di Assisi”), per chi, come il pescatore, mantenga aperto il proprio sguardo sopra il mondo, identificandosi con l’esterno: “Questi che sta intero nella sua vita / Ha fatto del mare e del cielo il suo essere profondo / E ha mantenuto con serena lucidità / Aperto il suo sguardo e posto sopra il mondo”.

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C’è nella poesia della de Mello Breyner Andersen una forte consapevolezza della transitorietà dell’attimo presente, che non vuole doversi mutare un giorno in sterile rimpianto, bensì farsi nel presente stimolo urgente a inspirare dentro di sé quanta più acqua, più luce, quanto più cielo possibile, senza sprecare un solo istante, ubriacandosi del guardare, della vicinanza con il mare: “Quando morirò tornerò a prelevare / Gli istanti che non ho vissuto accanto al mare” (“Iscrizione”). La casa del mare è l’unica vera dimora che apre le sue porte sul silenzio e sulla solitudine necessari alla pacificazione, nel punto dove ogni cosa converge, là dove avviene l’incontro con le cose che ci parlano, pronunciandoci, e chiedono di essere date alla luce con noi: “Vi è nella casa qualcosa di rude e elementare che nessuna ricchezza umana può corrompere, e, nonostante il suo alone di solitudine e il suo isolamento nella duna, la casa non è margine ma piuttosto convergenza, incontro, centro” (La casa del mare). Soltanto le parole, nella loro identità di cose, sono in grado di “divorare” il tempo, neutralizzando il potere annichilente della dimenticanza (“Il poeta”).

Ma la casa del mare non è solo armonia ed equilibrio, non è solo pacificazione e convergenza. La casa del mare non è esclusivamente bellezza. Essa contiene infatti in sé il sublime dell’esistere: l’estremo dell’estasi e quello del terrore, l’abisso oscuro e inconoscibile del fondale e la meraviglia della luce che si rifrange e infinitamente si moltiplica sulle rocce: “Eppure, a volte, lo spazio si fa appassionantemente vuoto, come se lo popolasse soltanto un lungo e monotono e allucinato mare e tutto fosse impossibilità, separazione e distanza, o come se quella stanza fosse lo stipite del vuoto, dell’indicibile, della solitudine totale, del caos, della notte, dell’indecifrabile” (“La casa del mare”). Questa tensione, che porta al parossismo, deriva dallo scontro tra “l’ansia pesante d’impossibile” che anima la poetessa e l’“armonia perfetta” della natura (“Il giardino e la notte”), dalla soggiacente consapevolezza di non potersi mai del tutto e perfettamente dissolvere, smarrire e ricomporre, nel canto del reale, di poterlo soltanto auspicare: “Un giorno sarò io il mare e la rena, / A tutto quanto esiste mi dovrò unire, / E il mio sangue trascina in ogni vena / Quest’abbraccio che un giorno si dovrà aprire” (“In tutti i giardini”). Per questo la poetessa si cerca costantemente nel vento per ritrovarsi nel mare (“Io mi perderei”); “spersa nella notte”, si riappropria di sé nel respiro del mare, alla “vigilia di una nuova nascita” (“Itaca”), fino a spogliarsi del tutto e valicare il limite, per ritrovare “il sigillo della saggezza iniziale”, “Attonita e giovane come le statue arcaiche / Con i gesti avvinti ancora nelle pieghe del tuo manto” (“Itaca”).

In questa sua ricerca di autenticità e di totale comunione con il reale, la poesia di Sophia de Mello Breyner Andersen assume toni di purezza cristallina che hanno davvero “una dolcezza immensa di ritorno” (“Pirata”), trasportandoci in una casa bianca al di fuori dello spazio e del tempo, dove siamo sempre sulla soglia di un’alba, di un nuovo inizio che è tensione e promessa, dove il buio si sfalda e il silenzio si colma di un canto assoluto, presente: “Questa è l’aurora che io aspettavo / Il giorno iniziale intero e netto / Dove emergiamo dalla notte e dal silenzio / E liberi abitiamo la sostanza del tempo” (“25 aprile”).

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