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Soprattutto Canzoni: “Il corridoio di vetro” di Paul Henry (anticipazione)

Soprattutto canzoni. Il corridoio di vetro di Paul Henry*

di Stefano Serri

 

Come le api il polline, i poeti portano con sé il silenzio che riusciamo a suscitare e a conservare dentro di noi nell’incontro con l’altro, così come curano e custodiscono lo spazio che rifiutiamo di occupare e che lasciamo aperto a chi abbiamo di fronte, al passante, al vivente senza nome, quando restiamo disponibili agli incontri così come alle invasioni: spalancati, indifesi, ma sempre di vedetta, sempre attenti.
La poesia è una lotta contro il rumore bianco, una lotta gentile e determinata per delineare il profilo insostituibile di una parola precisa (la tua parola) che si staglia aldilà dell’immediato conforto di un suono cullante; è una ricerca di accordi, cui contribuiscono schemi musicali antichi così come armonie nuove, suoni dissonanti della materia e frequenze inesplorate della voce umana: accordi, per non sprofondare nelle sabbie mobili di un sottofondo orecchiabile.
Immagina un incontro.
In una stanza d’aspetto, sommersa da una musica d’ambiente rilassante, il poeta non accetta l’imposizione di un’atmosfera, ma ovatta gli altoparlanti (se potesse, staccherebbe la spina) e parla con il mondo vicino, con l’uomo che ha accanto e che come lui aspetta: dialogo di occhi, di storie, di giornate di lavoro, mani chiuse a pugno o lasciate cadere in omaggio alla stanchezza degli anni. Il minimalismo decorativo di un pianoforte adattato ad accompagnare compravendite pubblicitarie o servizi strappalacrime al telegiornale, nel nome di un malinteso senso dell’armonia come ripetizione del già noto, questo tappettino di suoni che malamente copre ferite e parti vive vuote: tutto questo non serve al poeta, non gli serve un accompagnamento musicale ai suoi versi, i versi lui sa bene che sono ficcati dentro la musica, non sopra. Il poeta tiene i piedi nudi perché sa che la terra vibra.
Nella sua lotta al rumore bianco, l’alleato del poeta è il silenzio. Nelle città dei lavoratori di Paul Henry, tra i suoi worker carichi di dubbi e ripetizioni, carichi, come i protagonisti dei film di Ken Loach, di una storia unica e comune, in queste città dove non sembra esserci posto per pellegrinaggi o per epifanie, ma solo traiettorie disperate, sfiorarsi senza accendersi in un contatto, ecco che il silenzio cerca casa. Respinto al bordo delle strade, come i rifiuti sui marciapiedi, ricacciato dentro gli appartamenti in serie e anche lì triturato o risucchiato da elettrodomestici catodici che lo rendono poltiglia fastidiosa (buttalo giù nel lavandino, tira lo sciacquone, chiudilo nel congelatore), finalmente il silenzio trova casa nel solo luogo che non lo può cacciare: chiamalo anima o cuore. Non le orecchie, pronte a farsi otturare; non il cervello, trottola delle distrazioni; neppure la memoria, facile da ingannare con fotografie e calendari: il nostro cuore sintonizzato sull’adesso, ecco la casa del silenzio che si apre dietro ogni singolo nome del fitto coro di personaggi che ospita Il corridoio di vetro di Paul Henry.
Questo libro, così come il precedente Ragazzo di corsa, è composto di tre parti, come tre sono le tentazioni poetiche che Paul Henry asseconda, senza esaurire in esse il senso dell’opera: la tentazione del poema, la tentazione del planetario e la tentazione del canzoniere. Le chiamo tentazioni perché adottando una di esse come forma esclusiva della propria opera, magari ingaggiando un nobile duello con i maestri e gli esempi del passato, un poeta contemporaneo rischia di esaurire in un modello culturale la complessità del mondo. Perché il mondo è complesso e l’arte deve fare i conti con questa complessità. Nei libri di Paul Henry l’opera d’arte accetta di non essere un cosmo omogeneo e coerente, evidenziando fratture e differenze: il poeta ci porta nel suo mondo di canzoni, guidato da mappe poetiche, tentando più volte di non terminare in un singolo componimento l’intero discorso che lo anima, ma né il canzoniere, né il planetario e neppure il poema diventano forme definitive.
La mappa senza nome della terza sezione del libro si intreccia con il poemetto, una canzone si fonde con un paesaggio, il tutto e il frammento non si contrappongono, la natura e l’umano non stabiliscono confini netti. L’acqua dei fiumi è percorsa, increspata e fatta vibrare da uccelli: uccelli che cantano, sì, ma che soprattutto volano, segnano l’aria, sono presenza visiva. La natura è vicina all’umano: a volte è inutile definire dove una finisce e dove l’altro inizia.

Non riesco a distinguere un gufo
da un nome nel vento,
le voci nel filo
dalle voci nelle foglie.

Nei versi di Ragazzo di corsa, tradotti da Chiara De Luca e pubblicati da Kolibris, la musica era presenza necessaria e costante. Il libro terminava con un song e di musica si nutriva in ogni suo snodo: campane, poster, LP, Segovia, canzoni d’amore, un soprano che prova, un cane che abbaia a tempo, fino a «un duetto di acqua corrente / e canto d’uccello». Il volume culminava, con la terza e ultima sezione, nella piccola epopea tascabile di un musicista, Davy Blackrock: tra glorie e fallimenti, si vede come la musica riesca a sottolineare e sostenere le vite dei lavoratori nei sobborghi, divenendo un filo essenziale nella trama dei ricordi e degli affetti. Henry ci parlava in Ragazzo di corsa di una «listening earth», di una terra che ascolta, e di un «unfinished song», una canzone incompiuta.
Hesitant Song, la canzone esitante, è invece il titolo della prima sezione ne Il corridoio di vetro. E l’esitazione del canto si traduce in silenzio, questo strumento che Henry dimostra di conoscere profondamente, con le sue melodie che assumono il profilo delle persone, con i suoi pesanti accordi capaci di diventare blocchi di senso, come lo spazio bianco al termine dei versi.

Mi sono trasferito nel silenzio
poi il silenzio mi si è trasferito dentro.
Mio padre chiuse la sala della musica
e gettò via la chiave.

Siamo di fronte a una vera e propria formazione musicale dell’artista, con frequenti immersioni nell’infanzia. La natura è pentagramma, il corpo è sinfonico, e poi arpe, oboi, soprattutto il pianoforte: le presenze e le metafore musicali diventano in queste prime pagine del libro fondamentali per il discorso. Senza ricorrervi, il poeta non potrebbe dire nulla di sé. Soprattutto, è l’indicazione del pianissimo (come non pensare a Sbarbaro?) che meglio caratterizza la voce di Henry, alla ricerca di un lettore attento all’impercettibile di una partitura-mondo dove i molti nomi che troviamo tra i versi (persone e luoghi, titoli di libri e di canzoni) arrivano copiosi e puntuali in una loro dignità fonica autonoma, come eventi sonori suscitati da una umanissima alea.
Se in Ragazzo di corsa la musica era sempre raccontata come evento positivo, con Il corridoio di vetro si procede per sottrazione, spingendo la soglia del pianissimo verso quella dell’inudibile e del silenzio, quasi che l’essenza della lirica sia racchiusa nell’istante prima che la cantante inizi il suo song, quasi che la musica si manifesti sempre già prima del suo accadere.
L’autore vuole «orchestrare il silenzio» arricchendo la sua compagine strumentale di tutto ciò che è vivo, nell’uomo, nella città, nella natura. Nella seconda parte del libro, con il poemetto eponimo, capiamo che la vera sinfonia è fatta delle storie taciute, tra violenze e piccole epifanie quotidiane, quelle storie che si scontrano senza mai incontrarsi davvero, sostenute da un pedale di silenzio urbano. La Spoon River di Paul Henry è fatta di quelle storie, raccolte dal poeta con attenzione e rispetto, in un libro di persone vive: non più epigrafi, ma soprattutto canzoni.

*Prefazione a Paul Henry, Il corridoio di vetro, in stampa per Edizioni Kolibris

Collana Goldfinch – Poesia gallese contemporanea
Paul Henry, Il corridoio di vetro
Prefazione di Stefano Serri
Traduzione di Chiara De Luca
ISBN: 978-88-99274-56-6
pp. 138, € 12

henry

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