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Stavros Zafirìu: Un esemplare itinerario poetico

zafiriuSembrerebbe che un vero e proprio iato si verifichi tra la generazione dell’’80, la prima, credo, che inizi un nuovo ciclo o corso nel mondo letterario greco, e le altre precedenti: e, inoltre, anche la prima capace di proporre una notevole maturazione estetico-formale, pur nella spaziosa varietà e diversità vocale che la qualifica.
Una generazione – anche se meglio sarebbe forse porre il termine tra virgolette – che del tutto esclude qualsivoglia etichettatura, appartenenza a “scuole” o “circoli” o “correnti”, al contrario, nelle cui fila l’assoluta indipendenza è la prima regola, e la spiccata autonomia creativa individuale in nessun modo permette dogmatiche formazioni letterarie o perlomeno parallele confluenze ideali o comuni configurazioni modellari.
I poeti di questa “generazione” sono singoli mondi che ruotano nelle più disparate traiettorie, quasi mai intersecandosi, in una indefinita molteplicità di personali creazioni secondo sperimentazioni assolutamente divergenti, intimamente proprie di ogni temperamento e indole degli autori.
In questa “generazione” dell’’80 figura di particolare spessore, impegno e valenza, Stavros Zafirìu, propone un esemplare itinerario poetico, tra i più sofferti e rilevanti per ricerca filosofica, ricchezza sentimentale, sostanziale sviluppo dell’espressività e perfezionamento linguistico.
È un cammino di non facile percorrimento, quando si consideri in lui l’esistenza si una sensibilità al calor bianco che domina incessante la sua relazione non solo con la congiunturale realtà esterna, ma collegatamente anche con l’interiore universo psicologico che recepisce e giudica.
La letteratura e la poesia nordamericana del movimento beat attrae il primo interesse di Zafirìu, anima di per se stessa inquieta, che trova nello spirito di protesta al conformismo borghese e di ribellione alle modalità della civiltà di massa nei testi poetici di Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, ma forse maggiormente nelle narrazioni di Jack Kerouac, affinità di pensiero e conferme ideologiche delle propria avversione verso una società complessivamente valutata in modo negativo.
Così l’estraneizzazione in un modulo sociale incomprensibile e sentimentalmente devastante nella rapportualità interumana assoggettata alla sproporzione di convenzioni di mero comodo, quindi ad libitum leonine, è un fatto giornaliero vissuto che porta al rifiuto degli “altri”, pertanto ad una vera e propria “segregazione sociale”, forse la prima forma in Grecia di una specie di apartheid non certo razziale, ma piuttosto civile, anzi meglio infracittadino, corrosivamente deformante.
Zafirìu si integra nella gioventù che partecipa alle innovazioni (o almeno ai tentativi di innovazione) che pronosticano le rivolte contro le esclusioni sociali, l’alienazione dei sentimenti, l’abbandono alla solitudine, la soggezione a moduli comportamentali opportunamente suggeriti da più o meno occulti centri di potere politico ed economico.
E i giovani hanno l’anodina possibilità di “sfogarsi” nei locali pubblici di divertimento, ma in atteggiamenti rigorosamente individuali, in una illusione di ”andar contro” alle abitudini di massa, di “disobbedire” ai convenzionali criteri del perbenismo imperante di una società che inizia ad assaggiare davvero, questa volta, la felicità del benessere materiale senza l’ombra di sconvolgenti contingenze politiche.
In questa quadro Zafirìu riscontra il suo handicap generazionale:
“La corruzione parola dominante. Nessuno sta bene. I surrogati a poco a poco vanno in malora. Poco a poco. Restiamo indietro. Nessuno si trova avanti. E l’ultima generazione in equilibrio tra lab gloria del passato e la perplessità del futuro. E l’ultima generazione puttana e omosessuale senza maschera. Continuando però a mantenere i miti. Solo invertendo i ruoli”.
Così comincia la sua presenza umana e letteraria la “generazione” dell’’80, finalmente non coinvolta in lotte fratricide, avversioni ideologiche, adesioni a compromessi politici – la prima generazione a fruire di questa propizia condizione e libera dalle ipoteche delle precedenti!
La “personale poesia”, il vissuto personale di Zafirìu continuerà ancora fino al 1986, arricchendosi di nuove espressività, smussando nel diffuso erotismo di presenze femminili non più accidentali ed accessorie, ma partecipatamente inserite nella vita quotidiana del poeta1, gli eccessi e le asprezze degli anni della protesta, in tal modo spianando il terreno a quella visione che maturerà nei quattro successivi anni di studio intenso e di radicale rinnovamento tematico.2
Nuovi orizzonti si dischiudono, nuovi mondi poetici di rilevante e svariate originalità vengono indagati. Per ciò fare Zafirìu deve affinare la propria sensibilità per essere in grado di penetrare nell’impegno di un patrimonio storico e culturale di paradigmatica verità. Ne risulta la formazione di un’area conoscitiva e intellettiva nella quale i “miti” di personaggi carichi di universale irradiazione ripropongono la riflessione di valore ermeneutici inquadrati nel prisma di una immediata attualità come per far parte costitutiva della presenza della vita.
Mediazione “mitologica” che porta a nuova animazione protagonisti storici (Nerone, Alessandro Magno, Salomè), invenzioni di leggende (Lilith, Amàzzoni), letture letterarie (Sancho Panza, Dighenìs Akritas), tradizioni e figure popolari (il brigante Davelis, L’Unitetta delle narrazioni epirote). Sboccia in tal modo una assoluta novità di valori ispirativi e di scansioni espressive. E ne scaturiscono altresì rinnovate poetiche della arrogante follia e della essenza razziale, della carnale realtà tentatrice, della favola nei paesi leggendari, dell’umile umanità e del mitico eroe, della vittima sacrificale e degli immaginari popolari.
La poesia si amplifica, intesse i nuovi miti nel corpo delle vecchie o antiche memorie arricchendole di altre sensazioni, altri sentimenti, morti, cieli, altre allucinazioni, nell’imminenza e immanenza del “tempo”, un nuovo tempo negli interstizi di ogni molecola, comune denominatore comunque di tutte le “mitologie”:

finché il tempo giunse e vide l’angelo

(Dov’è Alessandro il Macedone)

là il tempo veniva va trovarmi

(La danza di Salomè)

non ha potere il tempo

(Funebre II)

fino alla morte immobilizzato il tempo

(Nerone infuocato)

vie presenti nel perfido tempo

  (Si spenga…)

ma cosa posso nel tempo sceverare

(Vennero Amazzoni antivirili)

oltre il tempo mi congiungo col tempo

(Don Sancho Panza della Murcia)

continuamente eccedeva il tempo

(Appunto di Nikòlaos Ghisis)

sfuggendo alle giunture del tempo

(La danza di Salomè)

e allora il tempo si declina nelle possibili forme dell’esistenza, invischia l’assenza e la presenza, è angoscia di redenzione e sollievo di tormento, è la forza e la fragilità umana, e il poeta ne vive l’incombenza come il sensitivo l’incommensurabile dell’ignoto.
È sempre questo tempo, questa visione del tempo, l’oppressione del tempo senza fine che ritorna più incidente nei versi di Àtropo dei giorni(1998), raccolta assolutamente fondamentale per l’intera evoluzione a venire di Zafirìu e capostipite delle future concezioni poetiche. Già, Àtropo, la terza, “conclusiva” Moira che recide il filo della vita e la morte sopravviene. Àtropo è Morte nel tempo, “nei giorni”. E lungo i giorni il percorso di Àtropo svela la caducità delle cose, la consunzione della carne, il logoramento dei sentimenti, la corruzione delle sensazioni.
Zafirìu entra così decisamente nella filosofica considerazione della “morte annunciata” dell’uomo, in questo suo inarrestabile cammino verso l’estinzione attraverso le complesse conoscenze della vita nell’inevitabilità del tempo che ogni cosa comprende e ogni cosa travolge e travalica.
Tutto concorre alla mortalità. E la fine coonesta sempre le proprie ragioni. Nascite, passioni, tradimenti, guerre, massacri, trionfi, dolori, glorie, amori, sapienze, silenzi, feste, lutti, conoscenze, inganni, felicità, storie: tutto, e tutto arriva sempre un momento in cui riconosce la necessità della morte, la soggezione alla mortalità che attraversa il visibile e l’invisibile, la realtà e il ricordo, il presente e il futuro, il mai e il sempre.
Con Àtropo dei giorni Zafirìu inizia una peregrinazione di ampie dimensioni nella tradizione storico-letteraria mondiale rivisitata con profonda sensibilità e onestà morale, che continuerà peraltro nel successivo Corporis verbum per completarsi nel successivo volume(Territoriali) a conclusione della trilogia.
È il Tempo e la Parola (il Verbum) che inaugurano l’Àtropo dei giorni. Non certo una coincidenza, ma ben una puntuale connessione con la precedente La seconda farfalla e il fuoco, il Tempo, e con la seguente Corporis verbum, la Parola.
Quindi “tempo” e “parola” pongono i termini della speculazione poetica, sono “le dimensioni del mondo” come l’uomo le definisce. È il tempo ciò cheb il poeta chiama “età”, e come i tempi dell’Ecclesiaste, anche l’età nella luce, l’età nella notte, l’età nel corpo, l’età nella lingua. E se è vero che “nel cuore dell’uomo Dio ha messo l’eternità”,3 è in questa eternità che il tempo svela la consapevolezza dell’essere e del morire a una coscienza attenta ed accessibile, palesa la misura delle cose e degli eventi, il valore degli atti e dei moti dell’ anima.
Un viaggio avventuroso da un’età all’altra, da un Tempo ad un altro Tempo: così la conoscenza diventa sangue e idea, accumula il bene e il male, diviene lacerazione ed estasi.
Nella poesia di Zafirìu quindi è questa la fase in cui le significazioni acquisiscono pregnante sostenutezza e la meditazione registra sferiche comprensioni e circoscritte varianti. Certo, permane il pessimismo di fondo, che è un pessimismo non tanto per la vanità delle cose e delle azioni, quanto piuttosto per la falsità di ciò che appare e che induce in errore sì che la verità viene frustrata e viene inficiata la relazione dell’uomo con il naturale e il divino.
Attraverso la meditata articolazione delle composizioni poetiche Zafirìu giunge al finale studio e riconoscimento del “corpo”, dell’uomo-corpo nella parola che lo illumina, lo traccia, lo espone, lo interseca e infine lo esalta a dispetto della morte in millenaria insidia. Un trionfo pertanto sulla Morte.
“Corporis verbum”, dunque, dove il Corpo è anche Logos, e viceversa, e dove la qualificazione del corpo coinvolge la divinità che, non solo ne diventa parte integrante, ma sostanzialmente s’identifica con esso e ne segue il destino nella durata. Ne consegue il trittico Corpo-Dio-Tempo in una vicendevole interferenza di attrazione e repulsione.
Nel Corporis verbum Zafirìu conclude un tragitto nella filosofia e nella religione del Corpo mediante la Parola, il Verbum, luce che si materializza nel Corpo, racconta il Corpo come parola dell’Anima che conforma il Corpo stesso nell’immagine dello Spirito. Perciò è un corpo che vive in una duplice essenza, quella del corpo della sensazione e quella del corpo dell’intuizione, un corpo diviso nell’equilibrio tra ignoranza e conoscenza alla ricerca del “suo esatto aspetto”.
Ma il corpo cerca l’altro sé, che è il suo doppio, indivisibile, idolo speculare, una dualità che si avvicina per molti versi a quella delineata da Jorgos Thèmelis, verso una unione metafisica con il “principio”, laddove corpo è anima, due verità in una, e dove è il fine ultimo questo

sconosciuto uno

teleologico compimento nell’Unità.

E quando, al di là della morte e al di là del tempo, la parola narra l’interminabile vicenda del corpo che è comune ricettacolo dell’umano e del divino, questo stesso umano “dialoga” con l’imprescindibile divino in una dialettica articolata sulle due fondamentali equazioni:

il corpo è il mio spirito, Signore

e

il mio corpo è…..

del tuo Verbo il bisogno e lo stupore

essendo questo corpo/spirito narrato dalla Parola che tende ancora verso l’”uno” in sostituzione del proprio “zero”, la “forma” di questo corpo destinata a spartire con l’”uno” l’immortalità della Parola.

Λίλιθ

 

Και η δωδεκάχρονη αμαζόνα

με το βαθύχρωμο σαλβάρι

και τα μικρά βυζιά κάτω απ’ το μαύρο μπολερό

Έλα, μου είπε

να κοιμηθείς μαζί μου

βραδιά σου υπόσχομαι με χάρες νυφικές

σώμα ζεστό στα σχήματα της φλόγας

 

Τυφλός την ακολούθησα σε σκοτεινές στοές

απ΄ τη βοή ξεφεύγοντας της αγοράς

 

Κι είδα κιλίμια περσικά, χρυσές χοάνες

σκηνές ερωτικές με παχουλά κορμιά

και στο μιντέρι καθισμένη η γριά

μισόγδυτη, τρελή, με τα μαλλιά

σαν ξέπλεκους ιστούς πάνω στου ώμους

και το μαρκούτσι του αργιλέ στο στόμα

 

Κι ύστερα είδα την ωραία αμαζόνα

με τα μικρά βυζιά κάτω απ’ του τόξου τη χορδή

και στον καθρέφτη είδα

νύχτα που βάθαινε

μαύρη τη σελήνη

τους τέσσερις μοναχικούς προσκυνητές

γύφτους που χόρευαν έξω από τους ρυθμούς

μες στους ρυθμούς των μαύρων τους σωμάτων

κι ένα κοπάδι πέτρινα άλογα

καλπάζοντας ορμητικά ν’ ανηφορίζουν

στα γκρίζα πέτρινα λαγόνια τους

τη λάμψη του ιδρώτα

και στα ρουθούνια τους αφρούς, δρόμος μακρύς

τη λάμψη του ιδρώτα

ως του γκρεμού το χείλος

ορθοποδίζοντας σαν γυμνασμένοι ακροβάτες

μ’ ένα χλιμίντρισμα άγριο πήδηξαν στο κενό

 

Τα μάτια ανοίγοντας βρέθηκα πίσω

 

Γυμνή, ανάσκελα πεσμένη στο μιντέρι

με το βαθύχρωμο σαλβάρι, το μαύρο μπολερό

πλάι στο μαξιλάρι διπλωμένα

μ’ ένα χαμόγελο στεγνό μέσα από άδειο στόμα

είδα μονάχα τη γριά

έλα, μου είπε

να κοιμηθείς μαζί μου

το μαύρο χάθηκε στο κόκκινο

θα σβήσω τα κεριά

 

 

 

 

 

Νεκρικό Ι

 

Να κάψεις πρώτα τη βελόνα στη φωτιά

ώσπου το ατσάλι, της φωτιάς

το πύρινο δαιμόνιο ν’ ανταμώσει

στ’ ακρόνυχα μετά να τη σταυρώσεις

και στου νεκρού τον αφαλό

μέχρι το μάτι της κλωστής να καρφώσεις

 

Λόγια αρχαία που δε βρίσκονται

γραμμένα σε χαρτί να ψιθυρίσεις

έτσι θα λάβει σχήμα εντός του η σιωπή

και θα’ ρθει ο θάνατος πολύς

να λύσει το κορμί σου

 

Έτσι δε θα γυρνά γυμνός τις πόρτες να χτυπά

λερός από τα χώματα τυφλός από τα φίδια

ούτε καβάλα σ΄ άλογο μαύρο θ΄ αναζητά

τα δάση που ποτίζονται απ΄ του αίματος τις στέρνες

 

Μόνον τ’ αχνάρια του σκυφτού νερού θ΄ ακολουθά

στην όχθη σημαδεύοντας της νύχτας τα λιθάρια

 

 

 

 

 

Διήγηση χωρικού σε μικροαστό νέο

 

Τις νύχτες που ο άνεμος καθαρίζει τους ήχους

 

ακούς ν’ αδειάζουν τα χωριά

φεύγουν οι σαλεμένοι

πίσω τους μαγεμένα ακολουθούν

τα παιδιά μας με το φεγγάρι στα μάτια

 

Κι αφού διαβούν τα πέτρινα γεφύρια

σταυρώνοντας ψηλά τα δάχτυλά τους

στα μέρη εκείνα φτάνουν που τα λένε

των άσαρκων η χώρα

εκεί οι γύφτοι στήνουν τις φωτιές τους

και με τα ντέφια τους κρατάνε τους ρυθμούς

εκεί οι μάγισσες τ’ αγόρια ξελογιάζουν

 

Κι όταν του τράγου πέφτει το κεφάλι

γυμνώνουν οι κοπέλες τα βυζιά τους

και τα μαλλιά τους άσεμνα τα λύνουν

τότε γεννιούνται τα παιδιά τους

αλαφροΐσκιωτα με την τρίχα στην πλάτη

αλαφροπάτητα μην τύχει και ταράξουν

το δείπνο των δαιμόνων

 

Σαν επιστρέφουν πριν απ΄ την αυγή

έχοντας κόμπο στο μαντήλι τους δεμένο

τα μάτι του διαβόλου

πια δεν μιλούν

κάθονται στο κατώφλι και κοιτούν

τους τόπους που φουσκώνουν τα ποτάμια

Σ’ τα λέω αυτά κι ας μην καταλαβαίνεις

γιατί εσύ ποτέ σου δεν ημέρεψες

με το βλέμμα το βλέμμα του σκύλου

όταν γυρίζει μέσα του το αγρίμι

γιατί κι εσύ μες στις δικές σου νύχτες

καθώς στερεύουν όλα τα κανάλια

αυτά που δεν καταλαβαίνεις ονειρεύεσαι

 

 

 

 

 

Από Ηλικία στο φως

 

α’

 

Τότε απλώθηκε ο Λόγος σαν ιστός

και παγιδεύτηκε στο κέντρο του ο χρόνος,

προσμένοντας την αδηφάγο αράχνη.

Εκείνη δρασκέλισε το νεύρο του πράσινου φύλλου,

εκεί όπου διάφανο φώλιαζε το νερό,

με πόδια εμπρός και πόδια πίσω ισορροπώντας,

σέρνοντας και προσθέτοντας το βδελυρό ένδυμά της,

ξεκίνησε απ’ τον ίσκιο του Λόγου,

κατεβαίνοντας στη μεριά μας,

μια κι εμείς ορίζουμε τις διαστάσεις του κόσμου

κι ο κόσμος υφαίνει το σχήμα του γύρω από εμάς,

μια κι εμείς είμαστε ο ίδιος ο χρόνος

κι ο χρόνος εκκρίνει τον χρόνο χάρη σ΄ εμάς.

 

 

 

 

 

γ’

 

Υπήρχαν όμως τα νερά του ποταμιού και οι τσιγγάνες

που ολημερίς φουμέρνανε τα άφιλτρα

και πίνανε γκαζόζες.

 

Το έσκαγα, να βλέπω τις φωτιές

στην άλλη όχθη,

τα ντέφια με τις παρδαλές κλωστές,

το άγριο ξεπέταγμα του αλόγου,

σαν οσμιζόταν της φοράδας τον ιδρώτα.

Απαριθμώντας γύρω τους βήματα του χορού,

καθώς η φούστα σηκωνόταν στην ψυχή τους

κι έμεινε ασάλευτη ώρα πολλή,

τόση που η κάψα της σάρκας

γινόταν κάψα της προσευχής κι η ανάσα

βαριά στης προσμονής ανάμεσα τις παύσεις.

 

Τόση που οι δυο ντουφεκιές στάθηκαν στο αέρα,

σαν δυο τελώνια στα μπράτσα αγκιστρωμένα.

 

Και χάθηκαν τα τσαντίρια μέχρι το άλλο πρωί,

που ακούστηκε εύθυμος ο θρήνος του γάμου.

Ένιωσε τότε για πρώτη φορά σύνορο τα νερά,

αυτό που ήταν θάνατος να φαίνεται ζωή

και την οδό προς τη θάλασσα

επιστροφή στις πηγές.

 

Προχωρώντας παράλληλα στην πομπή,

στον χορό των γερόντων,

ενώ προσμέναν σε κάθε στροφή

των νεκρών το ζευγάρωμα,

τη ματωμένη, ανεμίζοντας, πουκαμίσα της νύφης,

εκεί όπου η σφαίρα εξαγόρασε

την αντοχή της αγάπης,

κρατώντας τους τα βλέφαρα ανοιχτά

και τα μάτια του ενός

στραμμένα στα μάτια του άλλου.

Τέλος τους φόρτωσαν στο κάρο για τα μνήματα.

 

 

 

 

 

Από Ηλικία στο σώμα

 

ε’

 

Σαν απ’ τους δυνατούς προστατευόμενος

έφυγα πάλι.

Οπλισμένος με σίδερο και χρησμούς,

λεηλατώντας τις ακτές, μεθώντας τους θανάτους,

ξορκίζοντας στις χούφτες το χώμα,

το σώμα μου.

Άγριος πια, με όλες τις πλάνες ανοιχτές

και με τον οίκτο να ξεπλένει τα σωθικά μου,

γερασμένος σαν τον σπόρο της ελιάς,

μάταιος και ανιαρός σαν τον παράδεισο

έφτασα κάτω.

Έμαθα τότε για τις εποχές.

 

Χειμώνας, των νεκρών ο άνοστος δείπνος

κι οι μέρες οι κενές της ιστορίας.

Άνοιξη, των θεών η μετάσταση

και της αγάπης η αήθης προσήνεια.

Θέρος, η ερημοσύνη των νερών

και των μυγών ο βόμβος στα κρανία.

Φθινόπωρο του δέσμιου φωτός

κι η κίνηση η αργή των ιοβόλων.

 

Λοιμοκρουσμένες οι πόλεις

στολίζουν τους άγιους.

 

 

 

 

 

Αναπαύσιμον

 

 

Σπίτια τελειώνουν και σπίτια θεμελιώνονται,

σχήματα όσων βρέθηκαν στον κόσμο,

κάμαρες μοιρασμένες, για τα σώματα,

αφήνοντας στο διάβα τους πόρτες

ξεκλειδωμένες, ραδιόφωνα όπου έμαθαν

τον θάνατο του βασιλέως Παύλου,

λογαριασμούς για τ’ άλευρα

και την ταγή των ζώων,

ρούχα φθαρμένα, φορεμένα στη δουλειά

και ρούχα κυριακάτικα, της βόλτας·

 

σε τούτο το ανάκλιντρο έπλεκε η γιαγιά,

– πια δεν υπάρχει –

φτιαξιά λιγνή, κιμπάρικη, που επίταξε

τα παιδικά μου χρόνια,

τερλίκια έπλεκε και με το τσιγκελάκι

μοτίφια ανατολίτικα, όλο περικοκλάδες,

με τα μισά ελληνικά, «πλάσε» και «μπέντο μέσα»,

πάει να πει «μπρος πλάγιασε»,

μπες μες στο κρεβάτι»,

καθώς απόσβηνε το τελευταίο ξύλο

στη μασίνα και σκλήριζαν στη συστολή

του μαντεμιού τα τζάκια, σαν πανηγύρι

απόκοσμο παίρναν μορφές οι ήχοι,

ζάρωνα εκεί μαρμάρινος

μην και μ’ ανακαλύψουν·

 

τίποτα δεν βοήθησε στη ήσυχο της τέλος,

«μη με αφήνεις μόνη μου πουλάκι μου,

μη φεύγεις»,

έφυγα όμως κι έμεινε μονάχη της στα μαύρα,

με λυγισμένα γόνατα – αδύνατο να ισιώσουν –,

με το λευκό της σάβανο· το είχε

διαβασμένο στα Ιεροσόλυμα,

κάτω απ’ το φως της Παναγίας,

κρατώντας ένα κόκκινο σκουπόξυλο,

μην πέσει.

 

Σ’ ένα σακούλι πλάϊ της ακούμπησαν

του γέρου της τα κόκαλα

– δεν τα είδα –

Να βλέπονται άραγε οι νεκροί;

ξέρω μονάχα

πως τα μεγάλα νύχια τους

χτενίζουν τα μαλλιά τους.

 

 

 

 

 

Συλλείτουργο

 

 

Μα ούτε φαντάστηκα ποτέ

ότι μπορεί να λιώσει

η σάρκα της σε μια φωτογραφία.

Απόμειναν τα κόκαλα μονάχα

 

– τι καλοκαίρι αυτό γεμάτο ασέλγεια,

ζωσμένο από θρυλούμενα παλιών πολιτειών,

στενοί γοφοί ασμίλευτοι, σαν φως

που δεν διαθλάται,

στήθη μικρές υπεκφυγές,

ακάλυπτα στη μοίρα,

πεσμένα πίστομα, κραυγή

απ΄ τη διακόρευσή της,

σπαθιές νυχιών στους ώμους της, επιδρομή

ενστίκτων, ταχύκαρδο φτερούγισμα

πουλιού, αδέξια στην ξόβεργα πιασμένων·

τι καλοκαίρι αυτό, συλλείτουργο σωμάτων,

κάτω από τόξα γοτθικών παραφορών –

 

τι καλοκαίρι, με τα κόκαλα στη στάση

όπου μοχθούν να κάψουν

τα προσχήματα.

 

 

 

 

 

Παράκλησις

 

Ποιο σώμα είναι αληθινό

έξω από τη σκιά του,

να ξεπερνά η φτέρνα του το γρήγορο σκοτάδι,

να φτάνει πρώτο στο σημάδι της ζωής,

 

ποιο σώμα έχει τη δύναμη

να γίνει νοσταλγία,

παράκληση επιστροφής από την ίδια οδό,

κρατώντας από κάθε του εποχή

όλα της τα φτιασίδια·

 

τα ξύλινα αλογάκια, τα στρατεύματα,

τις ντρίπλες τις περίτεχνες, τα χαμηλά

εκτελεσμένα κόρνερ,

κρυψώνες και φυλλώματα, να μη βρεθεί

η μέρα, εφόδους και κατάληψη

του κόκκινου οχυρού, τα ξέφτια

που απόμειναν οι αφισοκολλήσεις,

τον παφλασμό του έρωτα,

το άναφρο της αγάπης

και να θυμάται:

μια φορά κι έναν καιρό,

καθώς τρεχούμενα νερά τρώγανε τα λιθάρια…

 

 

 

 

 

Succubus

 

 

Μαστάρι μαύρου φεγγαριού που το αρμέγει

η Σίβυλλα, να θρέψει μαύρη κόρη,

κορμί ολάκερο γυμνό

στο κέντρο του ιερού, ένυλη μνήμη

ο ξεδιάντροπος χορός, το φλογισμένο

φούσκωμα του στέρνου,

ριγώντας μες στο παρελθόν·

απ΄ το σκοτάδι του είχε προφητέψει

το πρόσταγμα του σώματος να γίνει αθανασία,

να σβήσει η ύβρις του άμετρου

και να γυρίσει ο κύκλος.

 

Δεμένος πάνω στον τροχό ο θηλυκός της

οίστρος, να διατρυπά την ύπαρξη

και να ξαναφωτίζει

οράματα ανυπόταχτα σε μια καινούρια τάξη,

σκύλα, γυναίκα αδέσποτη που ξεψυχά

σαν θύελλα, καθώς γλείφει το αίμα

από την άλω του στερνού της εραστή·

 

να ο κόσμος, νέος, άχρονος, χωρίς μπροστά και πίσω,

αληθινός σαν δωρητής, να ο αναγκαίος κόσμος,

φτιαγμένος απ’ το τίμημα, όχι από τη συγγνώμη.

 

 

 

 

 

Madonna Ognissanti

 

 

Υπάρχει μόνο ένας δρόμος για το άρρητο,

όμοιος δρόμος·

 

μακρύς σαν θραύσμα συνεχές,

μακρύς, μακρύς και πιο μακρύς ακόμα·

στη μέση και στη μέση της ή στα μισά της μέσης,

πάντα σου μένει άλλη τόση διαδρομή.
Κι ένα σημείο, το ελάχιστο

σημείο της σκιάς και του φωτός,

αυτό που ξετυλίγει τις διαστάσεις,

ιεραρχώντας την προοπτική

 

του κόκκου και του κρύσταλλου

και του αργαλειού που υφαίνει το ύφασμα

του ορίζοντα και του ψεύδους κενού.

 

Όπως η σπείρα ξετυλίγει τον εαυτό της,

τροχιά θαρρείς περιδινούμενων σχημάτων,

μοιράζοντας το λίγο στο πολύ

και το πολύ μοιράζοντάς το στ’ όλο,

σαν αλληγορική δημιουργία

ή θαύμα δουλεμένο από τον νου,

που βάζει τάξη στο πλήθος των αγίων

και στων αγγέλων τα κλειστά φτερά.

 

Αυτά σκεφτόταν εφτακόσια χρόνια πριν

ο Ιταλός ζωγράφος Τζιόττο ντι Μποντόνε

ενώ μετρούσε κάτω απ’ τις γραμμές

σε ορθές γωνίες

– σαράντα πέντε μοίρες τ’ ουρανού

σαράντα πέντε μοίρες του ανθρώπου –

τους τόνους αντιθέτοντας της τέλειας ομορφιάς

στην ‘Ενδοξη Μαντόνα του

που κάνει πως χαμογελά, το γόνατο

χαϊδεύοντας του Βρέφους.

 

Αδυνατώντας όμως να εξηγήσει

πώς κάτι που αλλάζει διαρκώς

μπορεί και παραμένει πάντα το ίδιο

σε μια ιδεατή αναλογία.

όπου ό, τι μοιάζει αληθινό δεν είναι βέβαιο,

ενώ τα βέβαιο δεν μοιάζει αληθινά.

 

Αυτά σκεφτόταν ταξιδεύοντας

στο τραίνο των οχτώ,

δεύτερη θέση Σιένα-Φλωρεντία,

εξήντα εφτά χιλιόμετρα σε σταθερή τροχιά

με ώρα άφιξης εννέα παρά πέντε.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Η τέταρτη διάσταση

 

 

Και οι εποχές αντέγραψαν η μια την άλλη

με τα ίδια κενά στις αράδες ανάμεσα,

με τις ίδιες ανορθόγραφες λέξεις,

τους δικούς της θνητούς κάθε μια

που τους είπε αθάνατους,

τους δικούς της σαλούς

που τους είπε προφήτες,

νικητές που κυρίεψαν έθνη αλλόδοξα,

ηττημένους που αντάλλαξαν τη ζωή με την πίστη,

 

Με αριθμούς τρομερούς

που οιωνίζονται φόβητρα,

με σφραγίδες που ανοίχθηκαν

μια προς μια, συνάζοντας τα όρνια

τ΄ ουρανού για τον μεγάλο δείπνο.

 

Ευτυχής είναι αυτός

που διαβάζει τα μέλλοντα

και τα μέλλοντα λόγια μιλά,

ότι θα πάψουν οι γιορτές κι οι νουμηνίες

και θα στεγνώσει το αίμα στον βωμό·

 

και αυτός που με οδύνη ασκείται

στην πτώση του, μετανιωμένος πλέον

για τη γνώση, καθώς συντρίφτηκαν

τα σκεύη από πηλό και ομολογήθηκαν

τα ονόματα της πλάνης.

 

Κι απ’ τους αιώνες διαλέχτηκαν χρόνια χίλια

μέχρι την πρώτη ανάσταση,

όπου κατά τα έργα τους κρίθηκαν οι νεκροί·

και άλλοι εβλήθησαν στη λίμνη του πυρός

και άλλοι εξάλειψαν τα δάκρυα απ’ τα μάτια.

Και τα πάντα γεννήθηκαν νέα.

 

Ευτυχής είναι αυτός που αγρυπνά

και φυλά ό, τι κατέχει,

τις διαβάσεις, τ’ αξόδευτα θαύματα,

τη φιάλη τη χρυσή των μυστηρίων

και τους θεμέλιους λίθους των τειχών·

τη γλώσσα που μιμείται όσα ειπώθηκαν

στις μέρες της φωνής

και όσα στη φωνή δεν βρήκαν ήχο·

 

αυτός που αθροίζεται στον χρόνο του σωστά,

ενώ ο χρόνος έχει τελειώσει.

 

Και μετρήθηκαν πάλι το άπειρο

και οι ανοιγμένες πύλες του απείρου

κατά τις τέσσερις διευθύνσεις του ορίζοντα,

κατά τις τρεις διαστάσεις του νοητού.

 

Κι έμεινε αμέτρητη μόνον η τέταρτη διάσταση

κατά το μέγα,

το ελάχιστο του ανθρώπου.

Lilith

 

E l’amazzone dodicenne

coi foschi calzoni a bracaloni

e le piccole tette sotto il corpetto nero

vieni, mi disse,

a sdraiarti con me

ti prometto una notte di gioie nuziali

un corpo ardente nelle forme della fiamma

 

Accecato la seguii nelle buie gallerie

scivolando fuori dal frastuono del mercato

 

E vidi tappeti persiani, dorati grammofoni

scene erotiche di corpi carnosi

e seduta sul sofà la vecchia

mezza spoglia, folle, i capelli

come tele stessute sugli òmeri

e il bocchino del narghilè in bocca

 

E poi vidi la bella amazzone

con le piccole tette sotto la corda dell’arco

e nello specchio vidi

notte sempre più fonda

la luna nera

i quattro pellegrini solitari

zingari che danzavano fuori ritmo

nei ritmi dei loro corpi oscuri

e un branco di cavalli pietrificati

in salita cavalcare impetuosi

il lampo del sudore

sulla loro ànche di pietra

e le froge schiumanti, lunga strada

fino al ciglio del precipizio

sollevandosi sulle zampe come acrobati allenati

con selvaggio nitrito balzare nel vuoto

 

e gli occhio aprendo mi ritrovai indietro

 

Nuda, supina sul sofà

i calzoni scuri, il corpetto nero

piegati accanto al guanciale

con un sorriso arido sulla bocca vuota

la vecchia vidi soltanto

vieni, mi disse,

a sdraiarti con me

il nero s’è perso nel rosso

spegnerò le candele

 

 

 

 

 

 

Funebre I

 

 

Prima l’ago nel fuoco brucia

finche l’acciaio incontri

l’infuocato dèmone della fiamma

e poi incrocialo sulla punta delle unghie

e all’ombelico del morto

fino alla cruna del filo inchiodalo

 

Parole antiche sussurra

che non stanno scritte sulla carta

così il silenzio in lui prenderà forma

e possente morte verrà

a sciogliere il suo corpo

 

Così a bussar le porte non vagherà ignudo

lordo di terra accecato dai serpenti

né a cercar in groppa al cavallo nero

le foreste irrigate dal sangue delle cisterne

 

Seguirà solo le tracce dell’acqua reclina

sulle sponde a bersagliar le pietre della notte

 

 

 

 

Racconto di un contadino a un giovane piccolo borghese

 

Le notti in cui il vento deterge i suoni

senti svuotarsi i villaggi

se ne vanno le ninfe e i domatori di orsi

se ne vanno i dissennati

e affascinati li seguono

i nostri figli con la luna negli occhi

 

E attraversati i ponti di pietra

in alto incrociando le dita

giungono in questi luoghi chiamati

terra degli spettri

dove i gitani accendono fuochi

e sostengono i ritmi coi tamburelli

Lì le streghe ammaliano i ragazzi

 

e quando ròtola la testa del caprone

le ragazze si denudano i seni

e impudiche si sciolgono i capelli

allora nascono i loro figli

veggenti col pelo sul dorso

levissimi i loro passi per non turbare

la cena dei demònî

 

E quando prima dell’ alba ritornano

stretto nel nodo del fazzoletto

l’occhio del diavolo

non parlano più

sulla soglia stanno a guardare

le contrade coi fiumi in piena

 

Ti dico tutto questo anche se non capisci

perché tu non hai mai ammansito

con lo sguardo lo sguardo del cane

quando la fiera gli ritorna dentro

perché anche tu nelle tue notti

mentre gli àditi tutti inaridiscono

sogni quello che non capisci.

 

 

 

 

Da Età nella luce

 

I

 

Allora il Verbo si diffuse come ragnatela

e nel suo centro fu intrappolato il tempo,

in attesa del vorace ragno.

E questo scavalcò la nervatura della verde foglia,

là dove l’acqua s’ annidava trasparente,

in equilibrio con le zampe davanti e dietro,

trascinando e accrescendo la sua veste orrenda,

si avviò dall’ombra del Verbo.

scendendo verso la nostre parti,

poiché noi fissiamo le dimensioni del mondo

e il mondo intesse la sua forma intorno a noi,

giacché noi siamo il tempo medesimo

e il tempo secerne il tempo grazie a noi.

 

 

 

 

 

ΙΙΙ

 

Vi era però l’acqua del fiume e le zingare

che fumavano da mane a sera senza filtro sigarette

e bevevano gazzose.

 

Scappavo per andar a vedere i fuochi

sull’altra riva,

i tamburelli coi nastri variopinti,

il balzo selvaggio del cavallo

che fiuta il sudore della giumenta.

E tutt’intorno numerando i passi della danza,

mentre la gonna si sollevava sulle loro anime

e a lungo rimaneva immobile,

tanto che il bruciore della carne

diventava ardore della preghiera e il respiro

pesante in mezzo alle pause dell’attesa.

 

Tanto che le due fucilate rimasero nell’aria,

come due spiriti agganciati alle braccia.

 

E le tende sparirono fino al mattino dopo,

quando s’udì gioioso il lamento delle nozze.

Allora per la prima volta percepii le acque come confine,

ciò ch’era morte apparire vita

e la strada verso il mare

ritorno alle fonti.

 

Avanzando a fianco della processione,

nella danza dei vegliardi

che attendevano ad ogni giravolta

l’accoppiamento dei morti,

sventolando l’insanguinata camicia da notte della sposa,

là dove la pallottola riscattò

la saldezza dell’amore,

tenendogli dischiuse le palpebre

e gli occhi di uno

rivolti agli occhi dell’altro.

Alla fine li caricarono sul carro per il cimitero

 

 

 

 

 

Da Età nel corpo

 

V

 

Come protetto dai potenti

nuovamente sono partito.

Armato di ferro e oracoli,

saccheggiando le coste, inebriando le morti,

nelle palme delle mani esorcizzando la terra,

il mio corpo.

Ormai selvaggio, con tutte le illusioni manifeste

e la compassione a sciacquare le mie viscere,

invecchiato come la semenza dell’ulivo,

disutile e molesto come il paradiso

giunsi in basso.

Allora seppi delle stagioni.

 

Inverno, l’insipida cena dei morti

e i giorni vuoti della storia.

Primavera, la metàstasi degli dei

e l’indegna amabilità dell’amore.

Estate, il deserto delle acque

e il ronzio delle mosche nel cranio.

Autunno della luce prigioniera

e il lento movimento dei perfidi.

 

Le città percosse dalla pestilenza

adornano i santi.

 

 

 

 

 

Requiem

 

 

Case finiscono e case si edificano,

parvenze di quanti si son trovati nel mondo,

camere separate per i corpi,

lasciando al loro passaggio porte

aperte, apparecchi radio dai quali hanno appreso

la morte del re Paolo,

conteggi per le farine

e i foraggi degli animali,

vestiti sdruciti, indossati al lavoro,

e vestiti della domenica, per il passeggio:

 

su questo canapé la nonna sferruzzava,

– non c’è più –

corporatura scarna, signorile, che precettò

i miei anni d’infanzia,

pantofole di lana apprestava e coll’uncinetto

disegni orientali, tutto piante e rampicanti,

col suo greco approssimativo, “stendi” e “vai dentro”,

cioè ”su, sdràiati,

entra nel letto”,

mentre spegneva l’ultimo tizzone

nella stufa e nelle contrazioni della ghisa

stridevano i focolari, come sagra d’altro mondo

i suoni assumevano sembianze,

ed io lì pietrificato m’ impiccinivo

che non mi scoprissero:

 

nulla giovò alla sue serena fine,

“non lasciarmi tutta sola mio pulcino,

non andartene”,

me ne andai però e rimase sola vestita di nero,

con le ginocchia piegate – impossibile raddrizzarle -,

col suo candido lenzuolo funebre: l’aveva fatto

benedire a Gerusalemme,

sotto il cero della Madonna,

tenendo un manico di scopa rosso,

per non cadere.

 

E in un sacchetto accanto a lei posero

le ossa del suo vecchio

– non le ho viste -.

Chissà, si vedono i morti tra di loro?

so soltanto

che con le loro unghie lunghe

si pettinano i capelli.

 

 

 

 

 

Concelebrazione

 

 

Né ho mai immaginato

che la sua carne potesse

dissolversi in una fotografia.

Rimaste solo le ossa

 

– che estate questa piena di lascivia,

circondata da leggende di antiche città,

fianchi sottili sbozzati, come luce

che non si riflette,

seni piccoli sotterfugi,

indifesi alla sorte,

grido della sua deflorazione

caduto bocconi,

sciabolate di unghie sulle sue spalle, incursione

di istinti, sfrenato volitare

d’uccello maldestramente impaniato:

che estate questa, concelebrazione di corpi,

sotto archi di gotici ardori –

 

che estate, con le ossa nella postura

in cui si affannano a piegare

i pretesti.

 

 

 

 

 

Supplica

 

 

Quale corpo è verace

fuori dalla sua ombra,

e il suo tallone superi la rapida tenebra

e giunga primo nel segno della vita,

 

quale corpo ha la forza

di diventar nostalgia,

supplica di ritorno per la stessa via,

conservando di ogni sua stagione

tutti i suoi belletti;

 

i cavallini di legno, gli eserciti,

gli splendidi dribbling, i calci d’angolo

battuti bassi,

nascondigli e fogliami, non esser

scoperto il giorno, assalti e occupazione

del fortino rosso, le filacce

rimaste dagli affissi,

lo schiumar dell’amore,

la quiete dell’affetto

e ricordare:

una volta tanto tempo fa,

mentre acque fluenti erodevano le pietre…

 

 

 

 

Succubus

 

 

Mammella di luna oscura che la Sibilla

munge per nutrire una figlia nera

un corpo tutto ignudo

nel centro del santuario, memoria materica,

la danza svergognata, l’ardente

gonfiore dello sterno

rabbrividendo nel passato:

nella sua tenebra aveva predetto

l’intimazione del corpo a divenir immortalità,

a spegnersi l’ingiuria dell’eccesso

e rinchiudersi il cerchio.

 

Legato sopra la ruota il suo femminile

eccitamento a perforare l’esistenza

e nuovamente illuminare

indomabili visioni in un nuovo ordine,

cagna, donna libera, che spira

come tempesta leccando il sangue

dall’aureola del suo ultimo amante:

 

ecco il mondo, novello, atemporale, senza avanti e indietro,

vero come donatore, ecco il mondo necessario,

generato dal prezzo, non dal perdono.

 

 

 

 

 

Madonna Ognissanti1

 

 

V’è una sola via verso l’indicibile,

immutabile via:

 

lunga come scheggia continua,

lunga, lunga e ancora più lunga:

e dovunque ti fermi per riposarti,

nel mezzo e nel suo mezzo o nella metà del mezzo,

ti rimane sempre altrettanto percorso.

 

E un punto, il minimo

punto dell’ombra e della luce,

quello che sdipana le dimensioni

e gerarchizza la prospettiva

 

del granello e del cristallo

e del telaio che intesse il drappo

dell’orizzonte e del falso vuoto.

 

Come la spirale svolge se stessa,

diresti una traiettoria di vorticose forme

il poco ripartendo nel molto

e il molto ripartendo nel tutto,

simile ad allegorica creazione

o miracolo elaborato dall’intelletto,

che regola la moltitudine dei santi

e le ali chiuse degli angeli.

 

A tutto ciò pensava settecento anni fa

il pittore italiano Giotto di Bondone

facendo calcoli sotto le linee

in angoli retti

– quarantacinque gradi di cielo,

quarantacinque gradi di uomo –

contrapponendo le tonalità della perfetta bellezza

nella sua Gloriosa Madonna

che finge di sorridere carezzando

il ginocchio del Bambino.

 

Ma non potendo spiegare

come qualcosa che cangia di continuo

possa rimanere sempre la stessa

in un’ideale analogia,

dove ciò che appare come vero non è certo,

mentre il certo non sembra vero.

 

A questo pensava viaggiando

nel treno delle otto,

seconda classe Siena-Firenze,

sessantasette chilometri di rotaia stabile

e ora d’arrivo le nove meno cinque.

 

Mario Livio nel suo libro “The golden ratio” edito a Baltimora, si riferisce alle asserzioni, piuttosto indimostrabili secondo cui nel dipinto di cui trattasi(Madonna di Maestà nella Chiesa di Ognissanti) Giotto utilizzò il c.d. Aureum Verbum, noto anche come Numero Aureo o Sezione Aurea o Divina Proporzione, ovvero quel numero φ il quale deriva dalla proporzione ad es. del nove che sta al tre come il sei sta al due, ciò che produce il valore continuo 1,61080339887…Tale proporzione fu definita per la prima volta da Euclide intorno al 300 a.C. e denominata ragione estrema e medια.

 

 

 

La quarta dimensione

 

 

E le stagioni a vicenda si sono copiate

con gli stessi vuoti intermedi.

gli stessi errori ortografici nelle parole,

ognuna con i propri mortali

detti eterni,

i propri insensati

chiamati profeti,

vincitori conquistatori di nazioni allodosse,

vinti che la vita scambiarono con la fede.

 

Con numeri tremendi

che presagiscono spauracchi,

con sigilli aperti

uno ad uno, a radunare gli avvoltoi

del cielo per la grande cena.

 

Felice colui

che legge cose future

e dice parole future,

che cesseranno le feste e i noviluni,

e il sangue si disseccherà sull’altare:

 

e colui che dolorosamente s’addestra

nella propria caduta, ormai pentito

per ciò che conosce poiché gli utensili

di argilla si sono frantumati

e i nomi dell’inganno rivelati.

 

E fra tutti i secoli mille anni sono stati prescelti

fino alla prima resurrezione,

dove i morti secondo le loro opere son stati giudicati:

chi nel lago di fuoco è stato sprofondato

e chi dagli occhi le lacrime ha rimosso.

E ogni cosa è nata novella.

 

Felice è colui che veglia

e protegge ciò che possiede,

i valichi, i miracoli avanzati,

la dorata ampolla dei misteri

e le pietre angolari delle mura:

la lingua che imita ciò ch’è stato detto

nei giorni della voce

e ciò che nella voce non ha trovato suono:

colui che nel proprio tempo in modo giusto si assomma,

mentre il tempo s’è concluso.

 

E nuovamente l’infinito e le porte

dischiuse dell’infinito si sono contati

secondo le quattro direzioni dell’orizzonte,

secondo le tre dimensioni dell’intelligibile.

 

E solo la quarta dimensione non è stata numerata

secondo la grandezza,

la minimezza dell’uomo.

Introduzione e traduzione di Crescenzio Sangiglio

 

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