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Stefano Colli

 

Inediti

 

Epifania

 

Cresce nella profondità della parola

inconscia e impalpabile mimesi

il senso nascosto

la radice di ogni significazione

sorella dell’impassibile notte.

Ignota è la genesi

sostanza di ogni ispirazione

che battezza l’epifania del verso

figlia di lima che cesella

o forse di sovrumani silenzi.

Chissà quando si recide l’innesto

il trauma che sottrae irrevocabile

la parola all’abbraccio dell’origine?

Fatale è l’atto

che profana la pangea del grembo

la luce che è arcano silenzio

ma come potrebbe senza l’ombra stridente

sorgere il parto delle sillabe

che ci consegna al calvario del tempo?

Mai fu più benefica e sofferta

la deiezione che incrinò la quiete

l’eterna dimora dell’inizio.

 

 

 

A Genova

 

Noi non sappiamo come apparirà

fra cent’anni e oltre

il tragitto del sole dietro i monti

il mormorio dell’acqua rovesciata

dalla coltre illividita di un cielo

offeso dalla umana insensatezza.

Forse il nostro cammino

a non facili approdi condurrà

dove divampi eterno lume di saggezza

una progenie di eterni nomadi

nel tempo di una terra martoriata.

O forse ci toccherà un discendere

fino all’orlo estremo

dell’Erebo e della Notte

nel buio fitto, persa la memoria delle stelle.

 

 

 

8 settembre

 

Stavamo come palle da biliardo

proprio come color che son sospesi

vacillanti sull’orlo della buca

morta la patria e confusi i colori

breve la gioia come una stella cadente.

Quell’otto settembre fu un compendio bizzarro

dei vizi e virtù di una nazione

gesti eroici e cambi di casacca

ma i più confusi nella zona grigia

troppo rosso il sol dell’avvenire

nero come la morte l’abbraccio infame

con un nemico che sdegnò l’Ade e la notte

mentre Stalin e Churchill giocavano a scacchi

sulle macerie di un’Europa imbarbarita.

Quel giorno c’era il sole come oggi

io in spiaggia a limare questi versi

e una ragazza tedesca che non avrà diciotto anni

passa a riva con un simpatico cane

cullati entrambi dalla brezza marina

figli di una storia che viene da lontano.

Altre buche ci attendono al varco

nel panno verde di una memoria liquida

perché siam rimasti palle da biliardo

muta solo l’eleganza del panno

ma prima o poi si ricade in buca

e allora adagio ricomincia la partita.

 

 

 

Il bacio della notte

 

Ci attendono nella penombra dell’esilio

custodi di memorie sepolte

nei frammenti di un inconscio liquido

le parole dei nostri versi. Chissà da quanto

aspettavano un cenno lieve

a restituir loro la verginità perduta

in un postribolo di mediocrità

che ne abusa senza ritegno

come se fossero volgari puttane.

Si affacciano timide al crepuscolo

simili alla nottola di Minerva

a scolpire il giorno trascorso

esile trama di un mosaico senza senso.

Si apprestano a ricevere solerti

il bacio infinito della notte

e a far da eco al canto delle maree

salvate dal linciaggio quotidiano.

O forse sono loro a salvarci

donando una parentesi di pace

ai poeti amici del silenzio

che vivono al riparo dai postriboli

e attendono pazienti le parole

mentre escono a riveder le stelle

dalla babele di vocali e consonanti.

Ecco perché un giorno senza versi

è come vivere una seconda morte

e tradire amanti impareggiabili.

 

 

 

Al chiarore del meriggio

(A Dino Campana e Alda Merini)

 

Per le deserte strade nella più lunga

notte dell’anno, quando gelido

il vento sferzerà i minuti, fendendo

nell’attesa di un tempo rinnovato

le ombre e le foglie stramazzate

vagherò come un viandante solitario

specchiandomi nel sorriso della luna

ammaliato dalla sua efebica luce.

Non brucerà le mie membra

la fiamma straziante che vi afflisse

segno di scomode presenze

all’ordinaria mensa dei normali

Dino e Alda, di giorno albatri impacciati

e di notte inimitabili cantori

di una passione che brilla nel meriggio

a sfidare l’immensità del firmamento

e le labili maschere di cera

segno vivente di un misero Panopticon

gendarme delle nostre paure.

Dei vostri versi umile lettore

con tale baldanza sfido la vita

perché i veri poeti incidono sulle pietre

liberi come cavalieri nella Pampa

le tracce profonde di un cammino

scolpito nel calvario della notte

ad invocare la fulgida Chimera

di questo angusto circo assai più vera.

Per questo i versi si scrivono col sangue

affacciati sulla soglia dell’abisso

e anche dopo la morte dei poeti

cavalcheranno le ali delle tenebre

per parlare agli uomini nel sogno

e faranno sempre più rumore

di chiacchiere piene di niente

e di maschere sciolte al chiarore del meriggio.

 

 

 

Ragazza di Kobane

 

Nella sera che ghermisce le sue prede

vorrei per poco tenermi al riparo

da un’epoca impazzita che ci assale

con il suo voyeurismo feroce

ma la TV è una sirena ammaliatrice

che nell’aria effonde le sue note

ed eccoti, come per incanto,

ragazza di Kobane. Non capisco

il tuo nome, preso dalla bruciante

intensità dei tuoi occhi, fissi

sull’obiettivo e fermi

nel difendere la città oltraggiata

dall’assedio di gente senza onore.

Hai l’età dei miei alunni,

ragazza di Kobane, loro così fragili

nell’ansia della routine scolastica

e tanto lontani dai colpi di mortaio

che violentano la tua giovinezza smarrita.

Loro non immaginano, per fortuna, la smorfia

che deforma il volto di un coetaneo

e cosa significa al riparo di un muro

aspirare una rara sigaretta

da noi segno di ‘così fan tutti’

per te soffio libero che sfida

un destino a scandire minuti

senza la certezza del domani.

Tristezza non noto nel tuo sguardo

ma un piglio fiero e un fuoco che sfida

l’ignavia del libero occidente

la viltà di schiavisti frustrati.

Il vento scompiglia i tuoi capelli

che agili brindano alla vita

e a chissà quando un’altra sigaretta

perché adesso è ora di combattere

in questo mondo consumato così in fretta.

Ogni mattina pregherò per rivedere

quel bagliore nello sguardo di ragazzi

ignari del tempo che impiega

una sigaretta a consumarsi, lenta

tra le rovine di una città assediata

e la vita che scorre, indomita

con il fumo confuso tra i capelli

e in tasca soltanto la speranza.

 

 

 

Il fiore azzurro

 

Perché mai affannarsi alla ricerca

nel tempo degli Dei che son fuggiti

del fiore azzurro che indomito sale

a sfidare il fragore degli oceani

l’abbaglio accecante della folgore

mentre viola l’immensità della notte?

Volate bassi, ammonisce imperiosa

la voce ufficiale dei conventi

con i monaci chiusi a difesa

delle loro celle severe, da cui

angusta fuoriesce la parola

criptica nella sua lingua oracolare.

Che senso ha indugiare sul quesito

“perché non hanno un pubblico i poeti?”

se i versi non si aprono alla vita

e il poetare è questione di castelli

privi di un ponte levatoio?

Forse val la pena di arrischiarsi

ad uscire nel cuore delle tenebre

e prendere il volo verso le stelle

a rischio di bruciarsi le ali

ed essere accecati nel conato

che condusse Prometeo verso gli uomini

in nome di un eterno fuoco sacro

splendente oltre le pareti

di conventi impermeabili alla luce

del fiore azzurro che ride alla luna.

 

 

 

Uomini soli

 

Gli uomini soli affrontano la notte

misurandola con passo sicuro

e solo i gatti hanno per amici

liberi nel gioco delle tenebre.

Se per caso sono anche poeti

il mondo è un rosario di spine

e le parole l’unico sudario

in grado di redimere i giorni

trascorsi come pesci alla deriva.

Ma quando l’estate restituisce le sue prede

e la luce lascia il posto al limbo

della lieve nostalgia d’autunno

i poeti hanno motivi per resistere

all’implacabile rito quotidiano

che stordisce come subdolo assenzio.

Essi possono attendere al crepuscolo

il verso stridulo della civetta

che fa da eco ai loro versi augurali

in attesa della fine e dell’inizio

di nuove aurore che tremano rapite

dallo stupore infinito del silenzio.

 

 

 

I poeti traducono nell’ombra

 

Quando la notte sussurra di nascosto

le cifre dei giorni consacrati

a invocare porti sconosciuti

i poeti traducono nell’ombra

come custodi di un’altra lingua

l’ammaliante enigma della vita

quasi fosse la prima volta

di neofiti in cerca di un amplesso

che violi la verginità delle parole

per consegnarle al calvario delle ore.

Qui lo scrivere assomiglia al tradurre

laddove scava percorsi mai uguali

infiniti in potenza ma unici nell’atto

la lingua messaggera della notte

che scandaglia la linfa delle sillabe

e si fa dimora di profondità inaccessibili

a chiacchiere piene di equivoci.

Vivere è il suicidio più lento

che prolunga l’esilio dei poeti

a mala pena sopportabile se i versi

riempiono l’assenza e strappano

indispensabili brandelli di senso

all’ineffabile angoscia del nulla.

 

 

 

In fondo alla notte

(a Sebastiano Vassalli)

 

Forse assomiglia al nulla la solitudine

il ritrarsi dell’animo in disparte

alla ricerca del silenzio e di immensi

spazi in cui potersi sprofondare

obliando il tarlo del tempo

al cospetto di ciò che sfugge alle parole.

Se sia mare o montagna non importa

il paesaggio è soltanto ciò che ospita

nel cammino che conduce all’erranza

lasciandoci il mondo oltre la porta

a gridare e sopraffarsi nel rumore.

I soli stanno soli e fanno luce

in attesa di approssimarsi alla soglia

liberi da chimere di ogni tipo

per giungere fino in fondo alla notte

che annulla la fine nell’inizio.

E ci ingoierà la pace come il ventre della notte.

 

 

 

Il pianeta gemello

 

Quale meraviglia l’inattesa notizia

che l’universo nasconde un gemello

di questa nostra terra martoriata

ma raggiungibile solo nei sogni

vista la distanza proibitiva

almeno per l’uomo postmoderno.

E io da eterno guastafeste

mi domando dove stia la novità

se quanto osserviamo è un lontano passato

come il nostro alto medioevo

e chissà se saranno esistiti amanuensi

per preservare le radici di millenni

su questo nostro fratello maggiore

senza che ciò sedimenti la memoria

di abitanti in grado di ripetere

un film sempre uguale a se stesso.

Il gusto dell’effetto o la ricerca

di chimere che addolciscano il presente

ci rende incapaci di vedere

che la poesia riduce le distanze

più di una scienza che vaga ammaliata

verso nuove colonne d’Ercole

perché la parola nomina le cose

disvelandone la patina opaca

come l’innominabile luce dell’inizio

che nessun calcolo potrà mai catturare.

Dormi tranquillo, Kepler

e rendi sempre omaggio ai tuoi poeti

se ne esistono dalle tue parti

senza affrettarti a conoscere gli uomini

che hanno sempre schiavizzato le frontiere

calpestando ciò che i sogni promettevano

come quest’epoca che disprezza i suoi poeti.

E le stelle brindano sul tappeto della notte.

 

 

 

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Stefano Colli nasce a Grosseto 11 ottobre del 1970. Si laurea in filosofia all’Università di Siena il il 24 febbraio del 1998 con 110/110 e lode con una tesi sulla fase mediana della Dottrina della Scienza di Fichte. È docente di ruolo di filosofia e storia al liceo scientifico di Grosseto. Scrive poesie dal 2005 e al momento, oltre ad alcune liriche inserite in varie antologie di altrettanti concorsi di poesia, ha conseguito i seguenti risultati: premio speciale della Giuria (4° posto ex aequo) al premio Penna d’autore 2006 di Torino (sez. silloge inedita); premio riservato ai poeti della provincia di Grosseto per il Dino Bavona di Montepescali, ed. 2007 e 2014; terzo posto al premio “G. Pascoli” 2011, sez. silloge inedita; 2° posto al premio di poesia Il Litorale 2013, sez. silloge inedita. Sue poesie figurano nel sito www.aphorism.it. Stefano Colli ha pubblicato due romanzi: L’estate di Emma, uscito ai primi di Marzo 2013 con la casa editrice Europa Edizioni; Qualcosa di insolito, I Libri di Emil, Bologna 2014, che ha ottenuto il Premio speciale della giuria al concorso San Domenichino di Massa. Alla fine di novembre 2014 è uscita la prima raccolta di poesie con le Edizioni Tracce di Pescara, dal titolo Non lasciate che uccidano i poeti, segnalata al concorso Il Litorale 2015. Alcune liriche sono in attesa di pubblicazione sulla rivista Poesia, nella sezione Cantiere di poesia, curata da Maria Grazia Calandrone. La cosa certa è che, indipendentemente da premi e pubblicazioni, la scrittura sarà una passione che accompagnerà il sottoscritto per tutta la vita.

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