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Stefano Leoni (Forlì, 20 marzo 1961 – Forlì, 11 maggio 2014)

Da Basse Verticali / Excerpt from Basse verticali, Edizioni Kolibris 2010

Translated by Gray Sutherland

Il condominio

 

Non sono che l’anima di un pesce
con le ali
volato via dal mare
per annusare le stelle
difficile non è nuotare contro la corrente
ma salire nel cielo
e non trovarci niente.

Ivano Fossati, Ho sognato una strada

 

Il tempo lascia scie al passaggio
penitente delle nocche ossute
sulla superficie granulosa della parete
e sparge sottili lingue di pelle
dal rosa al rosso

L’amore passa distrattamente
aggredito dalle ombre e luci
tra le lamelle delle veneziane

C’è un lamento ondulato,
l’allarme di una abitazione al piano attico
scivola nella strombatura delle scale
aumentando l’altezza dei gradini
– non ci abita nessuno, qualche sera
rumore di tacchi, a volte lo stridio
delle ceramiche ad impilarsi –

Il corpo risponde con contrazioni
e qualche inesattezza nei ritmi,
le iridi invece si dilatano nel ricercare le tracce
Il sorriso sul volto è angolare
gemono i cardini delle parole sull’uscio

Capire, cogliere l’istante nel quale la somiglianza
spiega il percorso, illuminarsi
prima di una caduta asciutta nel pulviscolo,
nella foschia di uno sguardo destinato
(come la morte improvvisa del tabaccaio
– e non aveva mai fumato, faceva 5 km a piedi
tutti i giorni dal negozio alla famiglia – )

raccolti tutti i dolori procurati senza consapevolezza
inghiottite le colpe immanifeste di essere vivo,
di essere parziale, di essere
eternamente inesistente, esistito per essere annullato,
il sospetto

C’è nel verdognolo, nel giallino, nell’alone
ciò che resta di un passaggio veloce
un oggetto scagliato
la scia immaginata, la rifrazione di energie
colte dall’imperfetto,
l’imperfezione immaginifica dell’occhio molecolare,
deforme traduzione per infiniti idiomi

Alla signora dell’ammezzato
è sufficiente un delirio radiotelevisivo
l’uso nucleare della menzogna
nemmeno la necessità del pensiero doppio
nemmeno;
succhia la polvere con il suo macchinario
vorace assorbe inghiotte
polvere di cemento, sassi d’asfalto
cellule d’epidermide, ragni e capelli

(illusa necessità di essere incorrotti,
estranei, soli)

privati del perdono.
Acciambellarsi come un gatto
sui cuscini di una dormeuse
nel breve distacco dalla terra, tesa,
parallelamente
collocarsi nell’ingannevole per spingere
via da sé, né oltre né alle spalle,
la responsabilità di essere brevi.

 

Tre figli nell’appartamento del secondo piano
tre misteri generati dall’assurdo desiderio
di occupare un tempo improprio
sei gambe nuove a calpestare
a correre, a saltellare
inutili quanto immensamente necessari
corpicini finitamente infiniti
(la creazione incessante del parziale)

Eppure lì la deflagrante
compromissione della piccolezza
il dovere di credersi superbamente rinnovati,
la consegna del replicante, inaspettatamente

Silenzio. Qualche schiocco solitario:
il linguaggio dei legni, dei giunti,
la terra che si assesta, improvviso
ricordare che tutto è in movimento,
tutto è divenire, anche la Terra, anche i muri.

 

Al terzo piano un poeta diserba i campi,
avvelena la lingua, la strozza,
estirpando scopre l’orizzonte
(l’immenso è sempre essenziale).
Parla a un Dio parallelo, alla moltitudine
evanescente che popola il deserto.
Il poeta sa cosa stracciare, nutre di spazi nulli,
di silenzi, e non sa se la magrezza
riempie i vuoti o il vuoto mastica
la sua temuta impotenza.

Ma i poeti sfiatano la massa bruciante,
fanno tremare la crosta, lanciano al cielo
getti come inarrestabili geyser,
sputano sperma nell’universo a fecondare
il mai nulla, il mai vuoto,
così nascono le galassie, bruciano le stelle
e le comete indicano.

Un pianto muta i cieli in polvere,
le pareti precipitando mostrano l’oleoso confine
a esigere l’ordine innaturale dei percorsi
(Fummo fatti per scrutare l’infinita complessità
delle povere cose, l’amorevole abbraccio
delle fondamenta e il timoroso sospiro al sovrastante)

Così il cuore si sfrangia, abituato al crepuscolo
e alle voci di marmo di improvvise certezze.

Affascinanti riverberi dorati al quarto piano
battono sulle porte d’ebano dai mille catenacci
l’avida centralità di un sogno mozzo,
superba supremazia di cose e cose;
cantano i talleri balzando sugli intarsi,
il meglio stretto fra le dita, credendo,
o chi per esso, arrendevole, supplendo,
di avere tanto in cumuli impazziti.

Sento il respiro corto nella notte,
le dita artiglio, l’arco del ventre teso
pronto alla lotta: difendere e colpire.
Sento il rantolo cupo fra le sete,
il ghiaccio degli occhi e la paura,
la polvere posata sull’altare.

 

Una linea più scura all’altezza delle mani
un corrimano senza dimensione
prova di passaggi ripetuti e di incertezze
un’ombra di vissuto smarrito e rimasto
fino alla prossima vernice
lungo le scale e lungo la memoria
come il trucco su inevitabili rughe.

Qui al primo piano sto pallido.
Nel crepuscolo delle mani chiuse
affido il respiro alla vitale incoerenza
Mi piace stare nudo fra i muri
accontentarmi di immaginare una ferita
che faccia luce e interrompa la pelle,
che inumidisca le guance, e stringa
in un abbraccio.

Il condominio accudisce le esistenze
ascolto l’urlo delle differenze
e attendo un tempo di spazi annullati
Avrei potuto scegliere altre stanze.

Amore mio, carne e campagna,
così lontano in questa notte di pietre

 

Da Basse verticali, Edizioni Kolibris 2010.

The Block of Flats

 

I am no more than the soul of a fish
with wings
that has flown up from the sea
to sniff at the stars
it’s not hard swimming against the current
but it is rising to heaven
and finding nothing there.

Ivano Fossati, I dreamed a road

 

With the penitent passage of scrawny
knuckles time leaves traces on
the grainy surface of the wall
scattering thin strips of skin
from pink to red

Love passes distractedly
assailed by the shadows and lights
from between the slats of the blinds

There’s a wavering lament,
the alarm in a penthouse flat slips
down the blaring scale of the stair
increasing the height of the steps
no one lives here, some evenings
you can hear heels, sometimes the screech
of pottery piling itself up –

The body responds by making contractions
and some irregularity of rhythm
while the irises dilate seeking traces
The smile on the face is angular
on the door the hinges of words weep

To understand, to seize the moment when
resemblance explains the way, seeing the light
before tumbling dryly into the dust,
into the haze of a fateful gaze
(like the sudden death of the tobacconist
– and he’d never smoked, walked three miles
every day from the shop back to his family – )

gathering all the pains unwittingly obtained
swallowing the unblatant blows of being alive,
of being partial, of being
eternally nonexistent, having existed to be erased,
suspicion

In the greenish, the pale yellow, the halo
is what remains of a quick passage
an object flung
the imagined trace, a refraction of energy
gathered from the imperfect,
the highly imaginative imperfection of the molecular eye,
the deformed translation through an infinity of idioms

For the lady of the mezzanine
radio and TV delirium is quite enough
the use of nuclear deceit
not even the need for doublethink
not even;
she sucks up the dust with her machinery
greedily absorbs, swallows
cement dust, asphalt pebbles
epidermis cells, spiders, hairs

(deluded need of being incorrupt,
extraneous, alone)

deprived of pardon.
Curling up like a cat
on the cushions of a chaise longue
just above the ground, all tensed up,
and in parallel
settling down in deceptiveness to push
away, neither far nor from behind,
the responsibility for being short.

 

Three children in the second-floor flat
three mysteries born of an absurd desire
to live in an unsuitable time
six new legs to trample on,
to run, to jump over
useless and immensely necessary
finitely infinite little bodies
(unceasing creation of the partial)

Yet even here the explosive
compromisingness of smallness
the need to believe yourself superbly renovated,
the delivery of the replicant, unexpectedly

Silence. A few solitary idiots:
the language of wood, of joints,
earth settling down, unexpected
recall that all is in movement,
all becoming, even the Earth, even the walls.

 

On the third floor a poet weeds the fields,
poisons his tongue, strangles it,
and uprooting discovers the horizon
(the immense is always essential).
He speaks to a parallel god, to the evanescent
multitudes that dwell in the desert.
The poet knows what to rip up, feeds with empty spaces,
with silences, and does not know if scarcity
fills the void or the void chews up
his dreaded impotence.

But poets leave the burning mass out of breath,
make the mask tremble, hurl at the sky
jets like relentless geysers,
spit sperm into the universe to render fecund
the never anything, the never empty,
and so are born the galaxies, so burn the stars
and comets indicate.

A wailing cry turns the heavens into dust,
as they fall the walls point out the greasy edge
to demand the unnatural order of the ways
(We were made to observe the infinite complexity
of poor things, the loving embrace
of the fundamental and the timid sigh to the overlooking one)

Thus used to the twilight, the marble voices of
unexpected certainties, the heart becomes unravelled.

On the fourth floor fascinating gilded reflections
beat on the ebony doors with the thousand latches
the avid centrality of a cut-off dream,
the superb supremacy of things and things;
dancing on the inlay the dollars sing,
at their best clenched between fingers, believing,
or who for this, yielding, entreating,
for having so much in crazy mounds.

At night I feel short of breath,
I clutch my fingers, tense my stomach
ready for a fight, to defend and strike.
I feel the dark rattle between my longing,
the ice of my eyes and the fear,
the dust placed upon the altar.

 

A darker line level with my hands
a handrail of undetermined size
proof of repeated passage, of uncertainty
a shadow of having lived missing and remained
until the next painting
along the stairs, along the memories
like make-up on inevitable wrinkles.

Here on the first floor I am pale.
In the twilight of my closed hands
to vital incoherence I entrust my breath
I like standing naked between the walls
to enjoy imagining an injury
that makes light and interrupts the skin
that humidifies my cheeks and fastens
in an embrace

The block of flats sees to the existences
I hear the scream of the differences
and await the time of deleted spaces
I could have chosen other rooms.

My love, meat and countryside,
so far away this night of stone

 

Excerpt from Basse verticali (Edizioni Kolibris, 2010)

Stefano Leoni Forlì 1961 – Forlì 2014). Laureato in Economia, è stato cofondatore dell’Associazione culturale “Poliedrica” di Forlì e suo Presidente dalla data di fondazione (2007) al 2014. Ha allestito diverse mostre di poesie in immagine fondendo fotografia e poesia. Nel 2005 ha pubblicato la sua prima raccolta finalista al premio “Renata Canepa” di Torino 2006 e tra i vincitori al premio– Città di Lendinara 2008.

Maurizio Cucchi ha segnalato sue poesie nella rubrica “Scuola di poesia” su “Specchio” n. 511 de La Stampa e su “Tuttolibri” de La Stampa del 7 dicembre 2007. Vincitore e finalista in diversi premi nazionali di letteratura, fra i quali il Città di Forlì, e, sue poesie sono pubblicate su riviste e nelle seguenti antologie di LietoColle: Nel febbraio 2008 ha pubblicato la raccolta Nel marzo 2008 è stato incluso nell’antologia Il silenzio della poesia, pubblicata da Fara Editore, Rimini, e nel novembre in Storie e versi (Fara Editore). Il suo terzo libro, Basse Verticali, è stato pubblicato a Bologna da Edizioni Kolibris nel 2010.

Stefano Leoni was born in Forlì in 1961. In 2007, after graduating in economics, he co-founded the Poliedrica Cultural Association in Forlì and chaired it from the date of its foundation until he died, in 2014. During this time he organized a number of exhibitions combining poetry and photography. In 2005 he published his first poetry collection, Ipotesi sottili (Il Ponte Vecchio, Cesena), which was a finalist for the 2006 Turin Renata Canepa prize and one of the winners of the 2008 Lendinara Arcobaleno della Vita prize.

Leoni’s poetry was mentioned by Maurizio Cucchi in his “Poetry School” column in La Stampa’s “Specchio” No. 511 and in the “Tuttolibro” column in La Stampa on 7 December 2007. He won or was a runner-up in various Italian literary prizes, such as Prosapoetica 2007 (City of Forlì), and Pubblica con noi 2008 (Fara Editore). His work was published in magazines and two LietoColle anthologies, Il segreto delle fragole 2007 and Stagioni e Verba Agrestia 2007. In February 2008 his collection Frane e frammenti was published by Casa Editrice Lietocolle in Faloppio (CO), in March he was included in the anthology Il silenzio della poesia, published by Fara Editore in Rimini, and that November in Storie e versi (Fara Editore). His third book, Basse Verticali, was published by Bologna publisher Kolibris in 2010.

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