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Stefano Serri, Cerco casa

Nella sua intensa prefazione a Tu sei qui di João Luís Barreto Guimarães, che è anche una dichiarazione di poetica, Stefano Serri ha introdotto la splendida immagine dei “poeti delle ringhiere”, quelli che si sporgono coraggiosamente, mirando a un volo sempre un po’ più alto di quello che permetterebbe loro il fiato che hanno in corpo. Senza freno, senza la paura di cadere. Sono i seguaci dello sguardo, sempre pronti ad accogliere la visione ovunque si manifesti. Tutto per Stefano Serri è poetizzabile, ogni cosa del mondo gli parla in una lingua segreta che solo l’esperanto della poesia può codificare. Serri è un poeta vero, perché lo è sempre. Non esiste netta demarcazione tra la sua professione di infermiere e il mestiere di scrivere. Il linguaggio è un corpo di cui il poeta si prende cura a ogni istante nel turno di notte del suo laboratorio. Serri è lettore, traduttore e scrittore prolifico, ma non c’è ombra di approssimazione in nulla di quello che esce dalla sua penna, nulla di forzato oppure occasionale. Che parli di politica o natura, di Aldo Moro, o Liu Xiaobo, che si soffermi su piccoli oggetti del quotidiano o su eventi e volti dell’infanzia, che descriva il consueto della sua terra natale o la sorpresa di quelle visitate da viaggiatore, la scrittura di Serri è impegno, che presuppone un’attenzione maniacale alla scelta delle singole parole, la costante ricerca di una partitura, che la sua poesia segue fedele, disegnano una inconfondibile musica nell’aria. Ogni verso è compiuto e tende all’equilibrio di una irraggiungibile perfezione, quell’orizzonte cui tende lo sguardo al di là della ringhiera che frena ma non ferma il volo. Ogni libro di Stefano Serri sottende un progetto ambizioso, portato avanti in modo puntuale e rigoroso. Nessuno è una “raccolta” di poesia. Ognuno è un discorso rivolto con fiducia al lettore e un dialogo tra qui e l’altrove: tutto quello che passando in fretta non si vede, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Che sia dietro al microscopio o al cannocchiale, lo sguardo del poeta è tutto teso a nominare: ospitare nel linguaggio le cose. La casa ha fondamenta solide radicate nella tradizione, ma non presenta elementi standard di design. Basteranno il tempo e la memoria, la luce, l’aria e l’energia del vento del discorso. Sarà il poeta ad adornarla con grazia e semplicità di oggetti che raccontano il suo occupante agli ospiti e ai randagi che passano con occhi sinceri sulla strada. Lì potranno sfogliare gli album di fotografie che ritraggono le grandi opere dell’Umano e il suo personale santuario, l’orrore e la meraviglia della Storia, le mani della nonna e le fughe di bambino. Lì potranno ascoltare la musica del verso, l’armonia che ci sorprende nel quotidiano e il silenzio altisonante della neve. La casa che abita il poeta non gli appartiene. È di chi decide di bussare, di chi legge con sorpresa sulla cassetta della posta il proprio nome, e sceglie di entrare a piedi nudi ad ascoltare. Nello scrivere il poeta ha già fatto la sua parte, ha preparato le cibarie e il ristoro per lo sconosciuto pellegrino di cui le sue parole si prenderanno cura con la stessa attenzione con cui il poeta ha reso loro nome.

 Chiara De Luca

In his intense preface to João Luís Barreto Guimarães’ Tu sei qui, which is also a statement of poetics, Stefano Serri introduces a splendid image, that of “balcony poets” who lean out bravely, gazing at a flight that is always a bit higher than the one that would allow them the breath they have in their bodies. No slowing down, no fear of falling. These are followers of the gaze, always ready to welcome the vision wherever it appears. For Stefano Serri, everything can be poeticized, everything in the world speaks to him in a secret tongue that only the Esperanto of poetry can codify. Serri is a real poet, because he is always a poet. There is no clear borderline between his profession as a nurse and his vocation as a writer. Language is a body that a poet takes care of at his work place at every minute during night shift. Serri is a reader, translator and a prolific writer, but there are no shades of approximation in anything that comes out of his pen, nothing forced, nothing chancy. Whether he is talking about politics or nature, about Aldo Moro or Liu Xiaobo, whether he is dwelling on small everyday objects or childhood events and faces, or describing the customs of his native land or the surprises in places he visits when travelling, Serri’s writing has a diligence that comes from the obsessive attention he pays to the choice of each individual word, a constant search for a lyrical score that his poetry follows faithfully; all creating unmistakeable music in the air. Each line is faultless, reaching out towards the balance of unattainable perfection, the horizon towards which the eye gazes beyond the balcony, that slows but does not stop the flight. Every book by Stefano Serri is like a pillar supporting a highly ambitious project that he pursues with rigorous precision. Not one of them is a collection of poems. Each is a speech directed with complete trust at the reader and a dialogue between here and somewhere else, everything from the infinitely large to the infinitely small that rushes by and is not seen. Whether the poet’s eye is behind the microscope or the telescope, it is fixated on naming things, enshrining them in language. The house has solid foundations rooted in tradition but does not have standard design elements. Time and memory will be enough, the light, air and energy in the wind of the discourse. It will be the poet who adorns it with grace and the simplicity of objects that tell guests, as well as vagrants walking by on the street with sincere eyes, of the person who lives there. There they can leaf through photo albums that portray the great works of the Human Being and his personal sanctuary, the horrors and marvels of History, granny’s hands and baby’s getaways. There they can listen to the music of the lines, the surprising harmony in the everyday and the sonorous silence of the snow. The house where the poet lives does not belong to him but to the person who decides to knock at the door, who is surprised to see his or her own name on the mailbox, and who chooses to step in barefoot to listen. Simply by writing, the poet has done his bit, has prepared the food and the comfort for the unknown pilgrim his words will take care of with the same attention with which he, the poet, has given them a name.

 Chiara De Luca
Translated by Gray Sutherland

Stefano Serri, da Cerco casaEdizioni Kolibris, giugno 2020

 

Pisa. Trionfo della morte

È l’anima: mi esce di bocca
presa per i riccioli tirata forte
non so se è il vento o una mano o un passante
l’anima mi esce e mi accorgo
finendo: la mordo
è solo il calcagno ma stringo
che non scappi tutta – che tutta
quest’anima resti e io non sia solo
un mucchio tra pieghe di stracci.

Terra o vagito o squarcio di falce
ecco che resto a sentirmi finire
grumo incapace di fiato e di suono
che ancora squassa un ricordo di gioia.

Ero seduto nel nostro giardino
mentre gli aranci ci davano luce
ero lì fermo a sentire soltanto
di essere al centro di un tempo già poco.
Viene così questa morte sottile
la ninnananna non serve a fermarla:
pietra o singulto o uno squarcio di falce:
io sono solo una zolla in un campo.

Tra le cataste di corpi la peste
fa uno spiraglio – luce già in fondo,
crea una fessura tra tendini e carne
tra osso e pelle si annidano semi:
semi che sono quei giorni vissuti
o solamente sperati e rincorsi
semi che sono quei visi incontrati
ti hanno sorriso anche se sono morti
semi che capitano a ogni creatura
doni del vivere grati del dono.

Questa luce a noi promessa
deve avere intorno un cielo
come un cuore ha la sua pelle
che separa e che protegge
ma non può arrestare il flusso.

Morte bimba che t’inciampi
cadi a terra e in noi rovini
tu non cresci e non vacilli
ma cammini – e tutto è strada.
I tuoi passi dentro il tempo
ci scandiscono le ere –
ci sorridi senza pena:
sai dov’è che ci destini
sai che il muso della vita
non ci morde – ma ci sfama.
Hai il profilo delle ore
che hanno fine in altre ore:
sei una schiena di colline
in un buco hai fondamenta
e fai chiara anche l’assenza.

Triturati nel mortaio dell’istante
ritroviamo in noi il sapore
dell’umano – dell’avere
occhi e labbra e una ragione
da perdere tra polvere e creato.

Nel centro di una vita che si quieta
conosce che in se stessa non è vuota
si accorge della vita che è negli altri
sorella sempre e non più solo serva
si scopre quasi un nulla e non padrona;
nel centro di una vita che riflette
specchia se stessa in altro e resta intera:
è solo vita e percepirsi è grazia
grazia che scorre eppure non è tempo
grazia che salda eppure non è roccia.
Non c’è una pietra che possa fermarci.
Noi anche morti spingiamo la terra:
di gas di vermi radici o reliquie
anche da morti diciamo: si esce.
Passa la morte – scivola la falce:
la grazia anche ferita non finisce.
O spina o rosa qualcosa fiorisce.

Stefano Serri

Stefano Serri, from Cerco casa, being published by Edizioni Kolibris

 

Pisa.   The triumph of death

It’s my soul: out of my mouth it comes
held by its curls dragged hard
I do not know if it is the wind a hand or a passer-by
the soul comes out of me and I realize
it is ending: I bite it
it is only the heel but I clutch it
so that it does not all escape – so that all
this soul remains and I shall not be just
a pile among folds of rags.

Earth or wailing or sickle slashes
that is what is left of me to feel myself ending
a lump incapable of breathing of making sounds
but that still quakes a memory of joy.

I was sitting in our garden
while orange trees brought light to us
I had my foot down and was only feeling
I was at the centre of an already brief spell.
And so there comes this sharp subtle death
a lullaby won’t stop it:
stone or hiccup or a sickle slash:
I’m alone a clod in a field.

Among the heaps of bodies pestilence
makes a slight hint – light already deep down
creates a crack between tendons and flesh
between bones and skin seeds hide themselves:
seeds that are those days that once were lived
or only hoped for and pursued
seeds that are those faces that once were met
that smiled at you even if they have died
seeds that befall every creature
gifts of life that appreciate the gift.

This light promised to us
must have a heaven around it
much as a heart has its skin
that separates and protects
but cannot stop the flow.

Death baby that stumbles
falls down and collapses in us
you do not grow and do not totter
but you walk – and everything is a road.
Your steps in time
mark the ages for us –
you smile at us without distress:
you know where you are leading us
you know that the muzzle of life
doesn’t bite us – but feeds us.
You have the outline of the hours
that have their end in other hours:
you are a ridge of hills
in a hole you have your foundations
and absence you make clear as well.

Ground down in the mortar of the moment
we find in ourselves the taste
of the human being – of having
eyes and lips and a reason
to lose between powder and the created.

At the centre of a life that quietens down
knows that in itself it is not void
it detects the life that is in the others
always a sister no longer just a servant
it finds itself almost nothing, not the queen;
at the centre of a life that reflects
mirrors itself in the other and remains whole:
it is only life and perceiving itself is grace
grace that runs yet is not time
grace that joins yet is not rock-like.
There is no stone that can stop us.
Even when dead we push the ground:
from gas from worms roots or remains
even from the dead we say: you can get out.
Death passes – the sickle shakes:
grace does not end, even when wounded.
Thistle or rose, something still blossoms.

Translated by Gray Sutherland

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