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Stefano Serri, I poeti e il ping-pong all’americana

Forse non lo sapete, ma i poeti si allenano.

Alcuni lo fanno fuor di metafora. Penso, ad esempio, a Chiara De Luca, poetessa ed editrice di voli letterari, che percorre ogni giorno chilometri in corsa dentro e fuori Ferrara, spesso in compagnia dei suoi amici a quattro zampe; oppure a Pier Paolo, l’ala Pasolini, che triangolava e sudava nei campi di periferia e nelle borgate della vita; o al giovane Hector de Saint-Denys Garneau, poeta canadese che, pur conoscendo il difetto cardiaco che si portava dietro, un giorno si mise a nuotare e a nuotare, finché non arrivò a una spiaggia dove rimase immobile. Sfogano il fiato con i passi, sfatano il destino spingendo palle o fingendo falli, sfondano il cuore finché ne rimane: questo e altro fanno i poeti, artaudiani atleti del cuore, del cuore in salto e soprassalto, ma anche atleti del cuore che si  ferma.
Se devo scegliere, tra i tanti, uno sport per rendere in metafora la poesia (ormai che mi sono spinto fino a qua, è d’obbligo chiudere il cerchio del paragone), ne scelgo uno forse non così nobile o antico rispetto ad altri. Certo, ci sono poeti maratoneti, come Walcott, mentre altri sono atleti della passeggiata, come Baudelaire o Gozzano. Penna e Kavafis sono ottimi lanciatori di giavellotto, Stevens e Luzi saltano in alto e insieme in lungo; alcuni come Omero sono nuotatori infaticabili, altri sul calcio hanno scritto meraviglie, come Saba, Sereni o Galeano (ma attenti, che anche un integerrimo panchinaro come Leopardi si è pronunciato sul gioco del pallone). Abbiamo maestri di arrampicata come Dino Campana, altri che invece lo sono nella caduta, nei versi e dalla vita, come Amelia Rosselli. Certo, alcuni poeti forse possono essere solo scacchisti, ma altri hanno la stoffa dei lottatori e non ti mollano e non ti lasciano finché non sputi sangue a terra.
Ma io, il poeta, lo penso impegnato in una partita a ping-pong, intento in questo agone allo specchio, in uno scatto dialogico contro l’altro, continuamente sorpreso dai limiti asimmetrici del proprio tavolo, di gioco o di scrittura. In particolare, penso a quei tornei a giro che vengono detti all’americana, dove ho giocato fiaccamente qualche volta anche io, nei pochi anni di oratorio in cui ho cercato, senza troppi sforzi, di essere giovane e divertirmi. Lì, dopo aver colpito la palla, si corre all’altro lato del tavolo, mettendosi in fila dietro ai restanti giocatori: si procede così, con l’ansia dopo un colpo di arrivare in tempo, ricevere la palla, mettere in difficoltà l’avversario quel tanto che ti permette di guadagnare un metro.
Cambiare posto, ma continuare a fare centro: il poeta cerca questo. Mi riferisco anche ai diversi ruoli, per qualcuno ben demarcati e invalicabili, che ognuno di noi può ricoprire in questo grande campo da gioco che è la poesia. Lettore, scrittore, traduttore, partecipante a un concorso, giurato, curatore, prefatore, editore: a parte l’ultimo, mi sono per ora cimentato in tutti gli altri. Forse a far troppo, o a voler fare un po’ tutto, non si fa nulla per bene; oppure, spostarsi dal solito posto aiuta a capire che aria tira dalle parti dell’Altro; comunque sia, questo correre di qua e di là tra le diverse postazioni (senza fretta, ma con velocità; senza perdere precisione, ma anche senza perdere tempo) ti fa sudare un po’ di più, e un po’ di più divertire.
Potete allenarvi anche voi, se volete. Tra il racconto della prefazione e questo mio breve apologo forse un po’ troppo moraleggiante, ci sono loro, i testi: esercizi di riscaldamento, corse a bordo campo, tentativi, sforzi, crampi, campi. Potete leggerli così, come la cronaca di una lunga partita a ping-pong, all’americana, gratuita, fortuita, cordiale.
Per il concorso di poesia che in questo libro trova voce e inizia a diventare già un po’ storia, mi trovo a essere stato, nell’ordine, giurato, poi concorrente, di nuovo giurato e, infine, eccomi a scrivere questa post-fazione. Mentre leggevo le poesie in gara, di alcuni autori immaginavo quali sarebbero state le pagine successive, il libro che le avrebbe contenute, la voce che le avrebbe fatte risuonare alte e nette. Alcune saranno state scritte di getto e spedite così come sono, o quasi; altre, riviste e rilette chissà quante volte, per un po’ chiuse nel famigerato cassetto in mezzo ad altri fogli, ma sempre bene in vista nel cuore, sempre pronte a ritrovare il loro peso e il loro fiato.
Leggendo, o almeno scorrendo l’indice, spero abbiate immaginato, nella diversità di forme e temi, i volti e le esperienze di chi scrive: con qualcuno vi vorreste forse complimentare, chiedendo come e dove sia nata quella frase; con qualcun altro, invece, stareste un po’ imbronciati, quasi a dire: ma quella cosa lì, io, non l’ho capita fino in fondo, mi puoi spiegare?
L’importante è immaginarsi occhi, immaginarsi altri occhi oltre ai vostri. Quelli dei poeti, certo, ma anche quelli (otto, circa) dei giurati, gente che da tempo ha messo da parte la matita blu e rossa e si avvicina alle pagine in cerca di amici. Forse alcune poesie sono state lette di getto e giudicate d’impulso, a una prima lettura, o a una prima occhiata addirittura; altre, sono state riviste e corrette chissà quante volte, in cerca di una chiave, tra confronti e richiami, provando a intuire o azzardare un profilo per poi, alla fine, come in una fraterna moviola, ricordare che cosa ci muove e giocare a ping-pong dentro gli occhi dell’altro.

Stefano Serri
Postfazione a Rime amiche, Incontri Editrice 2020.

Rime amiche è un ebook nato per raccontare la storia del Concorso di Poesia Rimalmezzo, attraverso i versi finalisti delle quattro edizioni del concorso e la preziosa postfazione di Stefano Serri. Abbiamo cercato di festeggiare non solo la Poesia e le relazioni che è capace di creare, ma anche il decimo compleanno del Friends’ Date, festival di cui il Concorso è parte, che ogni anno anima di eventi, musica e incontri il centro di Sassuolo.

Rime amiche sostiene con il suo intero ricavato l’Emporio della Solidarietà “Il Melograno”, una realtà sassolese che aiuta centinaia di famiglie in difficoltà, fornendo loro cibo e un luogo in cui sentirsi accolti, seguiti e, magari, trovare degli amici.

L’autrice delle immagini si chiama Beatrice Mucci.

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