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Stefano Serri, Se ci fosse luce

Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.  

Da queste parole di Aldo Moro nasce Se ci fosse luce. Poesie da una prigione (Montag 2019), ricostruzione dei cinquantacinque giorni di una prigionia che ha stravolto l’Italia. Immergendosi nelle lettere e nel memoriale di Moro, Stefano Serri attraversa i fatti della Storia e le metamorfosi che avvengono nell’animo di un prigioniero, tra sete di giustizia e tentativi di perdono. Il libro è un piccolo diario dell’addio che, senza ignorare le spietate contraddizioni della politica, ammette la fragilità di ogni fede di fronte alla prova; è anche un canto civile in cerca di eredi, un messaggio di speranza rivolto a chiunque legga queste pagine (Dalla quarta di copertina).

Antieroe

Lasciate al partigiano o al dittatore
la fine eroica che scaccia le paure.
Senza patria e ribelle e insicuro
scardinato e ormai senza fervore
non sarò mai un esempio civile
da seguire con laico coraggio
né uno storico ed edificante
costruttore di vie perentorie.
Non morirò per fare un monumento
della mia stanza – ma qui da solo
e nudo e senza mondo intorno
inauguro una nuova forza di martirio.

Ve lo dico: il vostro vero nemico
è questo piccolo mondo troppo antico.

Non voglio più stato ma solo paese
se devo morire ignorato dal padre
anzi, spinto dal padre e poi subito illuso
che una mano verrà per aiuto.
Antieroe in un paese di busti
creaturale rifiuto di classi
scrivo senza una liberazione
che festeggi il mio corpo trovato.
Non avrò mai un aprile a rialzarmi.

 

 

 

 

 

Al nipote

Il nonno ti ha dovuto abbandonare
così d’un botto all’improvviso:
non sai quanto mi è stato duro
non vedere più quel tuo muso.

Ora che per un poco me ne vado
ti dico (so che sembra strano)
dico che sono più vicino.

Sarò molto bravo a non farmi vedere
sarò sempre il migliore a nascondino
ma sul cuscino o mentre giochi a palla
nell’accendere il motore o in uno spruzzo
avrai la mia carezza sempre.

Di notte ti accompagnerò nel bagno
e poi ti aiuterò a tornare ai sogni:
quando ti svegli avrò le tue scarpette
in mano e pronta già la colazione

e in tutte queste cose – così ho deciso –
sarò con te: sarà il mio paradiso.

 

 

 

 

 

Un’altra forma su quel muro

Mentre ogni ragione si emana rarefatta
in questa soffitta anche la polvere mi è cara
con il suo offrirsi oggetto di un affetto.
Mi hanno colpito il volto – dopo
nell’alone e nelle macchie dei miei occhi pesti
ho intravisto un’altra forma su quel muro.
Un tabernacolo del futuro
appare su quel fondo cartonato
e sopra vi ho posato ricamata
la mia coscienza storica – no: non trasfiguro
e l’urlo resta sberla e il pianto
è senza alcun sostegno e scola.

Nelle carceri ogni anima si sloga
e non più vaga
il mondo lega.

Ma il colpo sul mio capo ha avuto scopo:
ancora sì ho paura: qui si muore
e ancora si vorrebbe avere fuga
ma nego al corpo il bordo
di una porta, resisto
e già radice mi contorco.
Mi porto fuori senza scorta.

 

 

 

 

 

I dossier delle stragi

Autodifesa e autodafé
atti fascisti ogni giorno al governo
l’orientamento del sanguinamento
(odio centrale e paura capitale)
un documento che non mi diventa
il monopolio di una tensione
ogni giorno occasione al terrore.

Per questa occasione sarà reintrodotta
la pena di morte per mano di Stato
che annuisce e si assenta per l’esecuzione
(va fuori a fumare petrolio)
ma a sentenza eseguita si fa indaffarato:
è pieno di carte e vuoto di fiori
(ma noi noi faremo le rose).
Come nell’Italia del Beccaria
la giustizia sia concessa
solitaria e senza carezza.

I dossier delle stragi sempre aperti
a prendere aria per l’odore forte
che hanno addosso… Chissà quanto orrore
all’apertura del vaso di Pandora
dell’ultimo dossier che è (poi) la Storia.

 

 

 

 

 

Sessantotto

La parola d’ordine è sessantotto
e va tutto bene finché è maggio.
Ma una nebbia ciclica sulla memoria
non fa trovare più motivi di gioia
e sembra sia rivoluzionaria
solo un’azione civile rabbiosa.

Grigia e tiepida sinistra
solo fumo della lotta
nulla è incandescente in piazza:
fuori da troppo tempo
lo stato ormai è freddo e spento:
una quasi interna pace,
strategia che è quasi strage
mescolata tra cortei e tortura.

L’indifferenza ai diritti e alle esigenze
del paese e della gente conferisce
un vago retrogusto di regime
a questa epoca che si va esaurendo.
Hanno trovato un modo borghese
per far marcire i problemi del paese.

Bisogna dirlo: dobbiamo aprirla
bocca di uno per l’urlo di tutti
per sovrastare il rumore
di un paese ridotto sempre a folla.
Se fossi più giovane vorrei scappare
se fossi più vecchio vorrei terminare
lontano: invece resisto italiano.

 

 

 

 

 

Discorso alle camere

La retorica può annichilire la verità.
Alalì alleluia alalà
un po’ di fascismo qua e là.

Con i patti collateranensi
tra dittatura e dicastero
il demo-potere cristiano
s’insedia e s’inscettra e s’incorona
e un latino liceale insidia la bicamerale:
nell’intervento parlamentare
tutto è retorica neo-coloniale.

Democrazia dimessa
deontologia di massa.
Moro non si baratta
allora ci si batta.

Esporteremo un consenso nuovo
estratto da miniere di memoria
estratto con la nitroglicerina
tra schegge d’ira e vene di storia.

La costituzione si è costituita:
da una diplomatica detonazione
la tensione è in libera caduta.

Nel nome del papa del duce
e dello Stato italiano. Amen.

 

 

 

 

 

Cantico del prigioniero

Sii laudato mio Signore per le tue serrature
specialmente quelle vuote
che permettono d’intravedere
la sagoma di qualche uscita
e la tua immagine di chi quasi viene
o altissimo carceriere.

Sii laudato per sorella grata
che rimpicciolisce il sole
e permette a lui di entrare – e a me la fuga
nel fantasma di illusione.

Sii laudato per l’ora d’aria
che a me non è mai permessa
(basterebbe un accenno di promessa
per scalfire l’orologio).

Sii laudato sulla parete
muto cinema della mia quiete
e per fratello mio soffitto
dove celebro il cielo di tutto
nel paradiso che lo ha contraffatto.

E sii laudato per nostra figlia morte corporale
che verrà a prelevarmi dal budello
dove mi hai chiuso – e per le scale
scenderò laudando il mondo
la tua salma nel mio corpo
mio Signore non risorto.

Stefano Serri, Se ci fosse luce. Poesie da una prigione, Montag 2019.

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Stefano Serri (1980) vive a Fiorano Modenese. Laureato in Discipline teatrali presso l’Università degli Studi di Bologna, lavora come infermiere. Tra i libri pubblicati, il romanzo Cuore diverso, i testi teatrali di Eurovisione e le raccolte di poesia Rumore a sinistraLirico e civile, Nonostante la fine del mondo. Poesie tra le crepe dell’Emilia, Diario di un risorto, Manicomio lirico, Se ci fosse luce. Poesie da una prigione.

Ha curato e tradotto opere di E. Pépin, W. Cliff, J.B. Para, H. de Saint-Denys Garneau.

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1 comment

  1. Michele Nigro Reply

    Poesie che, pur riferendosi a un preciso periodo storico del nostro paese, interrogano il senso civico di ognuno di noi, in ogni tempo…

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