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Stefano Serri su “Attraversamenti” di Michele Gangale

Prefazione di Stefano Serri alla raccolta poetica Attraversamenti, di Michele Gangale.
In uscita per Edizioni Kolibris nella collana Swallow – Poesia della migrazione

Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.

Emmanuel Lévinas

 

Abbandonare, ma senza tradire: la poesia di Attraversamenti si fonda su un paese lasciato, ma non dimenticato, un piccolo paese calabrese, un “paese presepe” dove si parla arbyresh, la lingua della popolazione albanese qui insediata da secoli. Parte da lì Michele Gangale, per approdare poi al carso triestino. Da un nido di migrazioni, che ha maturato nel tempo una sua poesia, pur se appartata, nutrita di rapsodie e tradizione orale, Gangale approda a un intrico di confini, con una letteratura ricca e consapevole, con autori come Tomizza, Andrić, Kosovel. Il poeta sembra trovarsi in buona compagnia con questi traghettatori di culture, tra terre sempre lontane anche quando raggiunte, e città dove, anche se si è arrivati da tempo, non si è poi sicuri di viverci davvero dentro. Da Mostar alle favelas, dalla Calabria al nord-est italiano, l’autore delinea  «con la sobrietà e il pudore propri dei narratori popolari del passato» molte traiettorie, concentrato sui percorsi degli altri più che sul proprio, raccontandoci di averli intercettati piuttosto che di averli lui intrecciati; parco nell’esporsi, ma carico della forza d’attesa di chi, il mondo, lo vive se lo attraversa.

È una parola ricca di sfumature, quella scelta da Michele Gangale per il titolo del suo libro. Se dovessimo, per verificarne le sfaccettature semantiche, tradurla in altre lingue, forse approderemmo all’inglese crossings o allo spagnolo cruces, termini che mostrano subito l’intersecarsi delle direzioni, con una croce sottesa. In francese, forse eviteremmo passages, così legata nel nostro immaginario a una città come Parigi, ma preferiremmo franchissements, con quel senso di superare un valico, un limite, conquistando un pezzetto di libertà. Ma è forse il latino transitus che meglio ci aiuterebbe a tradurre la dimensione esistenziale di questo titolo: non solo un’indicazione geografica, ma piuttosto una prospettiva, un riconoscimento di quante ineludibili metamorfosi attendano l’uomo, nella vita e forse oltre.

Udhitari, invece, è la parola arbyresh per definire il camminatore, partito dal e rivolto al suo katundi, il paese. Spaesati, come intitola una sua poesia, sono gli uomini e le donne delle pagine di Gangale:

Si allontanava dal paese
dove viveva spaesato,
come nei deserti della luna

Non so voi. Io, lontano da casa, in cerca di patria, non vorrei dover lasciare testamenti, spedire telegrammi o lanciare SOS sperando che vengano ascoltati e non siano traditi. No: io vorrei scrivere e mandare cartoline, cartoline con i paesaggi più belli e due parole soltanto di saluto; oppure, strette strette, arrampicate ai bordi, tutte le frasi che non ci siamo detti. E sono cartoline, le poesie di Attraversamenti, inquadrature di senso, istantanee di sentimento spedite da un paese (calabro, arberysh, carsico) al lettore.

Cartoline, soprattutto, perché è lo sguardo che motiva il discorso e organizza lo spazio della pagina, aprendo gli occhi di colpo sulle parole o fissandosi a lungo su una frase. Sguardi lampo, come occhieggiando in fretta negli scorci, approfittando di occasionali squarci nel muro dell’inesistenza; oppure lente peregrinazioni delle pupille di un osservatore di confini, un abitante di passaggi che vuole «ricomporre la vita», esercizio che la lingua compie a volte meglio di quanto possa fare la memoria.

«Lo sguardo rivolto altrove / silenzioso ascoltava […] uno sguardo nuovo lo seguiva.» Il passaggio da uno sguardo all’altro: è così che si costruiscono le storie. Nel libro di Gangale molte volte lo sguardo è la causa, la casa, il cuore, lo snodo del poema. Abbiamo occhi piegati che non riconoscono le strade. Oppure abbiamo lo sguardo benigno di un’anziana, capace di proteggerci da un triste destino, o gli occhi inquieti di chi vive braccato: «si nascondevano a ogni segno, a ogni presenza di guardiano». Sembra quasi che a camminare siano, più degli uomini, i loro occhi, giocando a nascondino con le paure e i nemici. Lo sguardo è protagonista già nel titolo di una delle poesie più belle della raccolta, Nessuno ti vedeva.

Il tuo sguardo dolente ha indugiato
prima di lasciare la vita,
ma nessuno percorreva
le campagne di creta in agosto,

nessuno ti vedeva

Ma quali storie ci raccontano questi sguardi? Cammini, tristezze che trovano casa o silenzio, riti funebri o cene frugali. E le storie sono nomi, nomi propri: Nora, Mara, Antonio, Mira, Said, Demetrio, Piero, Nasir e altri ancora. Alcuni sono morti, sono ndiemi, perdonati da Dio, un termine arbyresh che si mette davanti al nome di una persona scomparsa, nella speranza e nel desiderio di saperla in un luogo migliore. Sono storie portate a termine, che non si interrompono davanti alle esistenze degli shkreti, espressione quasi intraducibile che connota chi è stato segnato da un destino sfortunato, persone ai margini che conoscono la solitudine o un disagio, fisico o psichico.

A scuola ascoltava parole
che non capiva:
non raccontavano storie
agli occhi che guardavano altrove,
quasi spenti e sorpresi –
come sono gli occhi degli stranieri
e dei poveri del paese.

Lo sguardo nasce sempre da un volto e a un volto vuole tornare. Ogni sguardo spera, chiede un volto; dove non può averlo, lo crea. Proprio il volto è la chiave ermeneutica dell’esistenza per il filosofo del dialogo Emmanuel Lévinas, citato in esergo. In numerose opere, ma forse con più compiuta chiarezza nel saggio Totalità e infinito, Lévinas riconosce nella ricerca e nell’incontro con il volto dell’Altro il senso non solo di ogni filosofia, ma di ogni esistere umano. Un incontro, quello tra i volti, che non asseconda volontà di sottomissione, assimilazione o fusione, tutte espressioni di un potere che può presentarsi con sembianze apparentemente positive. L’alterità del volto è il cuore di ogni resistenza. Così scrive nel suo saggio Lévinas:

Il volto si sottrae al possesso, al mio potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile, che è ancora afferrabile, si muta in resistenza totale alla presa […] il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza.

Le poesie di Attraversamenti, composte dal 1968 al 2016 e qui raccolte dall’autore, non cercano in nessun modo di esercitare un potere sul lettore, né da un punto di vista delle rivendicazioni politiche, né da un punto di vista letterario. La povertà lessicale, l’apparente ingenuità della lingua, il rifiuto di citazioni o manierismi letterari: i versi di Gangale non si appoggiano ai temi e agli stilemi di correnti o capiscuola contemporanei; non cercano di ingraziarsi nessuno, non vogliono neppure manifestare una rivolta o lamentare un’estromissione come minoranza.

Tra i non molti riferimenti letterari che vorrei comunque nominare, Cesare Pavese è il più importante. Non solo perché citato espressamente in una poesia del libro, Verdeluna, e neppure perché ad accompagnare l’autore lungo gli anni è proprio un libro di Pavese, ovvero La luna e i falò, romanzo di partenze e di ritorni, difficili entrambi. Pavese è presente, se non nella prosodia e nel verso disteso, nei molti nomi propri, nei ritratti modesti, nella naturalezza con cui si citano cose e mestieri, nella diffusa povertà dei paesaggi umani.

Per certa asciuttezza di linee e immediatezza, come in «il cuore tremava e il volto / aveva il pallore dei sassi», mi vengono in mente le poesie-cartoline di Ungaretti, poeta che conobbe l’esilio e l’estraneità alla terra e che ne seppe, in una poesia come I fiumi, farne ragione di rinascita e monumento di individuale universalità. Anzi, a ben pensarci, da Dante e Petrarca fino a oggi, la poesia italiana è spesso poesia dell’esilio, della fuga dal paese e della ricostruzione di una casa in terra straniera, piuttosto che dell’esaltazione incondizionata del patrio suolo e delle italiche sponde. Quella di Attraversamenti non è certo una Divina commedia, dove collocare i destini in base a meriti o colpe, e neppure una Spoon River dei senza patria. Ma, come in questi due capolavori, anche nel poetare di Gangale, quasi sempre in terza persona, la parola viene data alle singole esistenze incrociate nel tempo, senza che il poeta si accaparri il microfono del testo per cantare, mascherato, il proprio io.

Un ultimo affratellamento poetico, più suggestione che giudizio, è quello con la poesia di David Maria Turoldo, un autore che potrebbe affermare, come Jean-Claude Tardif, che la poesia è un “parlare semplice, come si vive”, semplice come il gusto del pane. Come Gangale, anche Turoldo è poeta dello sguardo, uno sguardo che non ha mai abbassato, né davanti al fratello i shkret né di fronte alle ingiustizie; un poeta che, fedele alla croce del suo Cristo, ha saputo restare a lungo nel sabato santo, prima di cantare la domenica di resurrezione. Turoldo, soprattutto, è un poeta che ha come primo comandamento l’umano:

Il libro che più mi ispira è il volto umano, fino al punto che non riesco a parlare, e nemmeno a formulare un pensiero, se non mi sta davanti qualcuno: almeno uno, un essere vivente […] A osservare bene, tutta la mia poesia è un colloquio.

Le cartoline, gli sguardi: ci portano destini o esistenze? Sono storie segnate da un unico gesto, un destino condannato da un passo falso, l’errore al bivio, la porta trovata chiusa; oppure sono esistenze, dove le scelte hanno un peso e accompagnano e modellano i giorni? Quello che capiamo, con Attraversamenti, è che nel nostro migrare, nel tentativo di «trovarsi in paese meno fragile», ci sono cose piccolissime che hanno un peso enorme. Un tozzo di pane e due olive: così si scandiscono i giorni, così si riassume per l’uomo la sera, «l’ora che intenerisce gli sguardi», meglio descritta che in tanti fulgori vespertini o tremanti tramonti. Un tozzo di pane e due fave. Nulla a che fare con le pur splendide definizioni di tanti poeti, come quella lapidaria di Malcolm Lowry in Sotto il vulcano, libro di un esilio consumato dal sole, che trova nel crepuscolo la propria cifra: «A occidente un’agonia al mercurocromo». Niente clamori. Un tozzo di pane e due olive.

Anche quando ci parla di sofferenza e sconfitte, di morte e di perdita quotidiana della quotidiana speranza, Michele Gangale non urla, non declama, ma neppure tace, spaesato ma non spoetato: sceglie le parole, poche, con un pudore memore della fatica e dei chilometri percorsi, chilometri che non sono traiettorie lineari sotto cieli tersi e neutri, ma gomitoli di strade sotto cumuli di volti e lingue e culture addossate l’una all’altra. Rimane attento ai gesti, il poeta, come quello antico della mano che porge un dono, ritrovato tra i pescatori di Lampedusa che accolgono i dispersi del mare,

o il gesto gentile
del cugino venuto da lontano
che un piccolo dono porgeva –

una palla,
un’ocarina di latta.

Gjaku jon i shprishur rron: la nostra semenza dispersa continua a vivere. Questo è il saluto arbyresh dopo lunghi distacchi in terre straniere, ricordo degli antenati partiti tra il XV e XVI secolo dai balcani verso le coste italiane. Ty shrpishur: uomini disseminati.

Come puoi prendertela con un seme? Un seme non puoi fermarlo per perquisirne il senso, e dirgli: aspetta! devo vedere se la vita che hai dentro va bene alla mia terra. Non lo puoi respingere, un seme, o avrai un futuro senza frutti, ma anche senza fiori. Il seme parla solo quando cade in una terra; se lo si chiude troppo a lungo in una cassa o lo si butta in acqua, muore (forse) inutilmente.

Ma i poeti… cosa possono farci i poeti? Con le poesie, come queste di Attraversamenti, ci mettiamo tutti un po’ di terra nelle tasche, per portare con noi, nascosti e difesi, ancora vivi, i semi degli altri. Le poesie, inutile dichiararle alla dogana. «Quella terra / non è una terra straniera / per chi ha attraversato il deserto.» Così, quegli uomini e questi uomini non sono stranieri, se abbiamo attraversato il nostro deserto. Passato il confine, abbiamo interi paesi dove confidare alla terra i semi degli altri e ricominciare a raccogliere. Io sono un paese, dice ogni volta il poeta.

Stefano Serri

 

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