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Le anime dei morti

I cimiteri sono il fulcro della città, il punto dov’è più violentemente viva. Non fa eccezione quello di Ferrara. Ci vengo spesso per sentire quel coro schiacciante di silenzio che ha dentro tutte le lingue del mondo e il principio dell’amore supremo che ci trascende. Non ho morti da queste parti, ma tutti i morti parlano a chiunque, soprattutto a chi è dimenticato come loro. Ma non vogliono essere parlati se non in canto. L’unico mio rammarico è sempre stato quello di non poterci portare i cani. Un cartello sul cancello d’ingresso esige Rispetto! come se l’ingresso degli animali – che di quell’amore soverchiante e puro sono fatti – potesse in qualche modo profanare la sacralità del luogo. Tanto più che il cane ritratto somiglia a un lupo, cioè a un cane al suo principio.

Oggi ho chiesto a mia mamma di andarci insieme, portando anche Titti, per presentare ai morti tutto quello che mi salva e giura ai miei silenzi.

All’ingresso del cimitero c’era una pattuglia della polizia: “Possiamo entrare se la tengo in braccio?” Ho chiesto indicandogli Titti. Lui ha riso: “Ma certo”. Era stupito, come all’oscuro di quell’antico divieto scordato tra le sbarre del cancello. “Quello poi è un leone!” Dalla voce ho sentito che era terrone come noi.

Abbiamo proseguito, passando davanti a tutti i negozi di fiori, che oggi hanno venduto bene, come in occasione di ogni altra festa commerciale. Arrivate dentro il cimitero ho sentito con rammarico che era come tutto il resto fuori: ferocemente umano. Tutte le tombe erano vuote. C’era un silenzio normale, come quello che provi tra gli altri nel mondo fuori. I morti erano fuggiti da chi si ricorda di loro solo quando glielo dice il calendario. Il cimitero oggi non diceva niente. Sono fuggita anch’io da quel silenzio muto.

Mentre tornavamo verso il centro, di colpo ho sentito la sinfonia che sempre li precede in un crescendo che gonfia il fiato nel petto, quello stormire d’ali che scroscia fino al frullo, a spazzare via ogni altro rumore. Ho alzato gli occhi e l’ho visto: lo stormo di storni. Ci hanno accompagnate per tutta la strada, anche quando siamo entrate nel Parco Massari (come sempre deserto, vietato ai cani e morto), per poi riaccoglierci all’uscita e scortarci fino al Palazzo dei Diamanti.

Sono le anime evase dei morti, che si muovono all’unisono come un solo corpo, disegnando figure impossibili nell’aria, una mano, una clessidra, un volto.

Anche l’uomo è un animale sociale mosso dagli istinti. Ma forma piccoli branchi, dove ciascuno resta uno e indifferente al destino dell’altro se non nella misura in cui gli serve. Perciò devi servire a niente e scrivere alto se vuoi preservare il foglio bianco del tuo deserto ed essere vivente. Gli stormi delle anime dei morti invece non hanno risparmio: sono immensi, all’infinito aperti, perché infinite sono le forme del loro moltiplicarsi in uno.

Chiara De Luca

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