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Su “I costruttori di vulcani” di Carlo Bordini

Oggi pubblichiamo alcune recensioni a I costruttori di vulcani di Carlo Bordini: Alfonso Berardinelli su “Il Foglio Quotidiano”; Emanuele Trevi su “Alias”; Fabrizio Miliucci su “Flanerí”; Viola Amarelli su Carteggi Letterari.

Berardinelli

Alfonso Berardinelli su “Il Foglio Quotidiano” del 25 agosto 2010

Adolescenza senza infanzia: “I costruttori di vulcani” di Carlo Bordini

Di Emanuele Trevi

i-costruttori-di-vulcaniUn po’ come il vecchio Caproni, il poeta romano, classe 1938, sguscia via di continuo dall’ombra della sua stessa opera – opera ora proposta nella sua quasi interezza dall’editore Sossella. Un tempo ciclico vi presiede, uno stato di immobile adolescenza.
I costruttori di vulcani è il titolo scelto da Carlo Bordini per il libro che raccoglie (con pochissime esclusioni) tutte le poesie pubblicate dal 1975 fino al 2010, accompagnate da un’affettuosa nota di Roberto Roversi e da una bella e nervosa introduzione critica di Francesco Pontorno (Luca Sossella Editore, pp. 495, € 20,00). Tutte le poesie è ben di più che una neutra constatazione editoriale. Nella formula c’è qualcosa di solenne e anche di minaccioso. La possibilità di un’opera allude, in maniera sottile e anche perversa, alla possibilità di una vita effettivamente «vissuta», come suggerisce Roversi. Ma se c’è una cosa che apparenta strettamente una vita e un’opera è il largo margine di inconsapevolezza con cui procedono. Non esiste, per Bordini, un nucleo astratto di pensiero e di sensibilità che farebbe da presupposto e fonte perenne della scrittura. Al contrario, è la pulsione poetica che potrà dare luogo a quella che, una volta fissata sulla carta, apparirà come un’idea del mondo. «Non si scrive quello che si sa, ma lo si sa dopo averlo scritto». Parole che provengono da una breve ars poetica pubblicata nel 2002, ma che valgono per l’intera parabola creativa.
Tra i poli estremi del lungo poema e dell’epigramma amoroso, sempre sperimentando nuove soluzioni formali e tornando sul già scritto per correggerlo e magari stravolgerlo, il soggetto che vediamo all’opera in questa scrittura è sempre figlio delle sue stesse parole, della quantità imponderabile di illuminazioni ed errori che in esse si annidano. «Io non creo ma sono/creato, non/scrivo ma sono scritto,/e quindi/non sono un/creatore/ma una/creatura». Ne consegue che ben poco, anzi nulla, potrebbe dire di sé questa identità, immaginando di non avere scritto, di essersi astenuta dal salto nel buio che per lei rappresenta la poesia.
Da questo punto di vista, a parere di Bordini, non esiste nulla di più artificiale della vita di un poeta, macchina retorica impegnata nell’interminabile creazione di se stessa. Nell’idea della macchina (declinata in molteplici variazioni) il soggetto e l’oggetto, il padre e il figlio, l’esperienza e la coscienza coincidono perfettamente, mentre lo stare al mondo, con tutto il suo corollario di fenomeni fisiologici e psicologici, si configura una volta per tutte, e senza possibilità di appello, come un’invenzione – la suprema finzione di cui parlava Wallace Stevens. Una conseguenza capitale di questa filosofia è che le stesse leggi fondamentali dell’esistenza vengono radicalmente sovvertite. Ancora più che nelle singole raccolte, è in questa opera omnia che ci rendiamo conto senza possibilità di dubbio che la scrittura di Bordini non è mai stata un riflesso del fatale, ma tutto sommato rassicurante, succedersi delle età della vita. Se il nevrotico, stando a un’illuminante scoperta di Freud, non smette di organizzare in una specie di romanzo i contenuti della sua esistenza, il soggetto che si mette in scena in queste pagine agisce sul versante opposto – quello della psicosi. Producendo tutto se stesso a ogni atto di parola, vive nella ripetizione e nella discontinuità. Se è sensibile a un aspetto del tempo, come metafora o possibile scenario del suo monologo, si tratta del ciclo delle stagioni, e non di quella irreversibile linea retta che fa della vita un prima sempre contemplato da un dopo.
Non sarà un caso se molti critici hanno constatato nella poesia di Bordini uno stato di immobile adolescenza che non proviene da nessuna infanzia, e non fa da preludio a nessuna maturità. Significativo è un aneddoto ricordato da Francesco Pontorno a questo proposito. Nel 1975 apparve, ciclostilata dall’autore, la prima raccolta di Bordini, Strana categoria. Col suo abituale fiuto, Enzo Siciliano la recensì sul «Mondo». Il critico, nato nel 1934, e il poeta, nato nel 1938, erano quasi coetanei, ma Siciliano attribuì quei versi a qualcuno di una ventina d’anni più giovane. E una raccolta completa come I costruttori di vulcani ripropone ad ogni pagina i motivi profondi dell’equivoco, sottraendosi con grazia e ironia impagabili a ogni sospetto di monumentalità, di vita-in-versi come progressiva acquisizione di saggezza. Viene in mente l’abito mentale del vecchio Caproni, impegnato fino all’ultimo respiro a rilanciare, a sgusciare via dall’ombra della sua stessa opera.
Se l’atto poetico produce il poeta con tanta radicale assolutezza, non lasciando il campo a nessun presupposto, a nessun sapere collocato a monte, è chiaro che le varianti, «infinite» e «bovaristiche come i sogni d’un impiegato», assumono un significato del tutto particolare nell’opera di Bordini. Da un lato, una minima correzione, com’è giusto che sia per chi procede ignorando senso e scopo di ciò che scrive, può generare conseguenze addirittura catastrofiche, come fanno due sentieri che, divergendo in maniera quasi insensibile, finiscono per condurre a luoghi lontanissimi tra loro. Ma ancora più importante è un altro aspetto della questione. Variare e correggere, per Bordini, non implicano mai l’avvicinamento a un’ideale perfezione. Nulla può essere scartato, e nulla testimonia di un ‘meglio’ che non esiste. Quasi identiche, le singole versioni di una stessa poesia vengono riproposte come tali, una accanto all’altra, producendo un singolare effetto, come una rifrazione priva di una luce originaria.
I costruttori di vulcani è un’opera unica, inclassificabile e memorabile come solo la grande poesia riesce a essere. Poesia sommamente politica, bisogna aggiungere, la cui efficacia è garantita proprio dal fatto che il soggetto che la articola non sa mai nulla di ciò che sta per dire, parla sempre per sé, non attinge a un sistema di valori preventivamente disponibile, reagisce all’orrore del mondo senza mai collocarsi su un gradino morale superiore. Grande fagocitatore di linguaggi per loro natura impoetici, Bordini a volte sa ottenere un massimo di raccapricciante evidenza attraverso minimi scarti della mimesi verbale: così in Epidemia, dove riproduce le notizie dei giornali riguardanti la catastrofe della cosiddetta ‘mucca pazza’, ma sostituendo la parola «schiavi» ai più neutri e burocratici «capi di bestiame». In altri casi, come negli apocalittici Diritti inumani, la tecnica consiste nel condurre la razionalità del discorso giuridico-costituzionale fino a un grado di intollerabile follia e disperazione. Istintiva e non mediata da nessuna ideologia, in Bordini, è sempre l’identificazione con le vittime e gli scarti del divenire storico. Come in quel lacerante resoconto dei miti infranti della gioventù e del loro inaffidabile retroterra emotivo che è il Poema a Trotsky: «Mi rannicchiai nella tua ragione, perché avevi ragione,/ma tanto, era ormai una ragione sconfitta, e così,/vivevo nella parte di dietro della storia, e stavo comodo./Nessuno poteva disturbarmi. Tanto ormai tu eri morto».
Rimeditando una celebre antitesi – «socialismo o barbarie» – Bordini scopre nell’«ottimismo rivoluzionario» un’ulteriore finzione, la maschera di una ben più oscura pulsione a contemplare l’immane catastrofe di un mondo che inarrestabilmente «scade verso la barbarie». È sempre, quello di Bordini, un linguaggio politico impuro, perché nutrito e contaminato da ciò che non conviene pensare, e in ogni caso non dovrebbe essere detto. Ma non c’è scampo a una verità che affiora con il movimento stesso dello scrivere. «Sono molto diverso da quando ho cominciato questa poesia», dichiara l’antico seguace congedandosi dal fantasma di Trotsky. È ciò che accade ogni volta che l’adolescente, l’eterno apprendista della disperazione, si rimette a scrivere. È un metodo e un limite – il sigillo di un’autenticità rara e preziosa che non si dimentica.

Originariamente pubblicato su “Alias” n. 30 del 24/07/2010 e su poesia2punto0 il 23 luglio 2012

I costruttori di vulcani di Carlo Bordini. Appunti di lettura.

Di

carlo-bordini_flaneri.com_-293x442Già dopo poche pagine, attraversate le prime sezioni di I costruttori di vulcani (Luca Sossella editore, 2014), tutte le poesie (1975-2010) di Carlo Bordini, nonostante la sua opera si immagina in costante elaborazione, emerge l’immagine di un poeta diviso, capace della più profonda depressione e subito dopo di una gaiezza quasi adolescenziale, nell’assorto specchiarsi di una presenza sconosciuta a se stessa.

Per ritrovarsi, il poeta fa affidamento sulla somatizzazione più che sull’autobiografia, descrivendo le varie fasi di una malattia che impersona come un ruolo o una ragione personale, e che estende anche al mondo circostante; la morte e l’idea vagante del suicidio stanno sulla faglia di contatto e giustificano la contraddizione di un io sospeso: «una persona amo sopra tutte le / altre / amo sconfinatamente me stesso […]» (p. 32); «io mi odio al punto, / che odio chi mi ama» (Odio, p. 44). Questi due frammenti in rapida sequenza sarebbero in contraddizione se la prima delle poesie citate non si sciogliesse continuando in questo modo: «non sono chi credete / questo è un nome che / mi hanno appioppato / non so chi sono / comunque    mi amo», con quel lungo ed eloquente spazio grafico fra il conclusivo «comunque» e il «mi amo», meno reciso, evidentemente, di quanto deve apparire.

Il fatto di non poter credere del tutto alla propria esistenza né tanto meno alla propria identità e alla propria discendenza, al punto da voler chiamare il vecchio numero di casa per parlare con il se stesso di vent’anni prima e fare due chiacchiere di circostanza (Poesia scritta di notte, p. 31), ha però la capacità di rompere una impasse apparentemente fatale nella sua radicalità: nella latenza dell’uno e dell’altro polo il poeta costruisce la sua casa.

Inchiodato alla sua indefettibile debolezza interiore Bordini finisce per farne l’apologia, declinandola sul piano continuo della spiritualità e della materia, dall’infanzia all’identità sessuale, tutte cose colpevolmente create all’ultimo momento (insieme alla morte) da Dio e dalla cricca dei suoi aiutanti/disturbatori ingegneri del cosmo (Poesia demente, p. 120).

Dall’altra parte della fame, il poeta ha orrore della distruzione che comporta il vile atto della nutrizione, e per esprimere il profondo schifo e il profondo terrore di un esercito di stomaci che digeriscono il mondo, la sua poesia retrocede alla parodia di una petulante voce materna che ingiunge al figlio di Mangiare (questo il titolo della sezione che comincia a p. 71). La sostanza, anche quella economica («mangia mangia / Lo stipendio», p. 98), si pone dunque al centro di un horror pleni che può essere riscattato solo dalla pre-vita, dalla debolezza dei secoli, dalla mollezza del sedimento:

Se non fosse stato debole non sarebbe potuto nascere,
né farsi penetrare dal sole. Se la tempesta
non l’avesse sbattuto non si sarebbe frantumato e non avrebbe
raggiunto piano piano la palude, coi suoi simili frantumati,
per farsi penetrare dal sole.
Così nacque la vita. Dalla polvere, dalla
catastrofe. Dal frantumarsi e dai detriti
frantumati. Così nacque la forza. Dalla
debolezza, dall’argomentare della
debolezza. Dal suo accettare di farsi
penetrare dal sole.
(da Polvere, p. 134)

La maturità di Bordini si gioca sul prodigio di un tono familiare e di uno stile discorsivo e narrativo orchestrati in scene in cui si conducono i momenti dell’orrore e del terrore esistenziale come se fossero piccole feste, riunioni collettive in cui amici e parenti si stringono intorno al suicida fallito che spiega placidamente i motivi del suo gesto, mentre sembra spirare un paradossale vento di fiducia e di rigenerazione sociale e personale (Fine della tragedia, p. 146-7); è sullo scampato pericolo, sul dopo la catastrofe che Bordini ragiona con pazienti elenchi di cose e di motivi, con pensieri semplici e affilati, menando una lirica che non può non essere del quotidiano, dell’effimero, della dolcezza fredda e diffidente, se davvero può essere ancora. Bordini guarda il mondo come un bambino, intellettuale e incasinato, si rivolge all’albero che ha ucciso per stampare l’ultima variante del suo lavoro «inutile, o, comunque, evitabile», (p. 158) si siede insieme al suo lettore davanti alla tv e commenta l’ingiustizia delle cose che passano sullo schermo.


Amico

ho visitato un amico che stava morendo.
mi perdonò di essere vivo. mi sono accorto
che m’ero sempre vergognato. lui invece mi spiegò
che non era una colpa. non l’avevo fatto apposta, io.
mi spiegò che essere vivo non era una colpa. non facevo male
a nessuno. ma ci volle lui per spiegarmelo. a lui ho creduto.
mi spiegò che se facevo male non era con intenzione. mi perdonò.
mi consolò. sei simpatico, mi disse, anche se non stai morendo. nella
vita avrai tante cose belle, piacerai alle donne. mi fece far pace
con la vita, come si fa con una fidanzata riottosa.
(p. 199)

È nella faticosa conquista di sé, nella pace con la vita che si fa vedendo un amico che muore, che l’autore matura il suo più profondo senso di condivisione. Rivolto col pensiero all’intero genere umano, il poeta di La genesi di un pensiero (p. 261 e ss.) ha i suoi capisaldi nella conservazione della natura e nell’eterna simpatia per le vittime, gli ultimi, gli esclusi, anche al di là dei semplici diritti umani, come dimostrerà l’ultima provocazione prima delle Effimere conclusive. Il poeta misura su di sé l’entropia, si dibatte pensando che il mondo così com’è non può andare avanti, è atterrito e sollevato dall’idea della fine collettiva, confronta i titoli di giornale col suo senso di colpa e di nuovo è sospeso fra la fiducia verso i movimenti utili e necessari, e gli inganni dei potenti e delle classi dominanti, una sintesi storica sembra irraggiungibile.

Dall’eterno ritorno al suo vizio assurdo (Suicidio, p. 310) Bordini si concede molte vite, una serie di esistenze fredde e crudeli, in cui l’io recitante può ammettere senza troppi fronzoli di vivere senza che per lui sia possibile fare il bene degli altri. Il meglio della sua tecnica è espresso in certi (anti-)apologhi fulminanti in cui lo vediamo, ora, alle prese con la maturazione del trauma, prima e durante lo sbaglio che lascerà sulla vecchia carcassa della sua anima ammaccata una nuova microfrattura, un’intolleranza, una stranezza, una crisi di nervi. L’esistenza non può non essere il campo privilegiato di questo infastidito e un poco settecentesco avventuriero del dolore, che torna con la memoria a tutti i momenti in cui ha amato perdere, fallire, fare e farsi del male perfino, nell’imperativo assurdo e straniante di non essere umano.


Microfatture

L’idea della catastrofe, una catastrofe silenziosa,
appena avvertita, ma inevitabile.
Oppure le microfratture psichiche,
le microfratture di un’anima.
La mia anima è piena di
microfratture. Sono i piccoli traumi nascosti,
dimenticati, che tornano ogni tanto, quando l’anima è sotto sforzo,
quando non te ne accorgi. Dentro sono franato tutto. Non me ne accorgo,
ma lo sono. Magari quando attraversi una strada e un rumore ti fa rabbrividire,
quando tremi alla pronuncia di un nome, quando
hai un improvviso soprassalto di insicurezza. Le microfratture
sono le telefonate e gli appuntamenti che ti snervano,
improvvisamente,
l’andare in una stanza e chiedersi: che ci sto a fare,
ecc. ecc.
tutto un elenco dei nervosismi, dei soprassalti, delle cose che ti feriscono,
e le minuzie che ti snervano, ecc ecc
il cervello che funziona troppo,
(p. 313)

Solo alcune parole sullo straziato pugile sentimentale di Strategia, la breve sequenza uscita in prima edizione da Savelli nel 1981 e qui posta nella seconda metà del volume, in cui l’autore, all’apice della maturità, offre la sua cosa all’apparenza più adolescenziale, un corpo a corpo apertamente amoroso che racconta un lungo e complicato rapporto sentimentale, un «Rosa fresca aulentissima finito male» (p. 10) e scritto per non impazzire, come ricorda Francesco Pontorno nella sua introduzione.
Rinuncio per ora ad approfondire i motivi metrici, che pure sarebbe vantaggioso indagare nello specifico. Soltanto un cenno alla varietà della voce, che dal frammento di pochi versi può arrivare all’estensione del poemetto e ancora del discorso-fiume organizzato in capitoli, come nel caso di Pericolo (p. 222 e ss.). Si segnala la grande libertà con cui l’autore estende il suo strumentario di effetti grafici (passaggi in corpo maggiore, spaziature o interlinee doppie, sottolineature, a capo marcati) nel tentativo di accentuare o meglio indirizzare il tono della lettura, ma anche per assecondare un moto di ribellione e provocazione contro la gabbia testuale, a tal proposito si può confrontare la poesia tu sei la mia (p. 376) che lambisce il margine inferiore del foglio, quasi a oltrepassarlo.

Dal 1975 al 2010, e dal 2010 al 2014 con la nuova ristampa, il tutto-Bordini, che nella fascetta Guido Mazzoni definisce «uno dei libri più importanti usciti in Italia nel XXI secolo», è l’occasione per incontrare e conoscere la voce di un divino dilettante, positivamente sospeso sulle potenzialità del mezzo, avanguardista, informale, sperimentatore e comunicativo nel senso pieno, come l’ultimo geniale Sereni (quello di La poesia è una passione? e Un posto di vacanza) quasi imbarazzato davanti alla cronaca della propria e dell’altrui vita, perplesso e corroso dal senso di colpa, ma anche orgoglioso, rifugiato dentro il tic delle lettere come nella camera separata della sua odiata/amata esistenza.

Come dice Roversi nella prefazione, I costruttori di vulcani, rivissuto e ricostruito in occasione dell’accorpamento di tutte le raccolte, è un fiume, lo scorrere dalla fonte al mare di una massa liquida a volte impetuosa a volte in rigagnoli, in molte occasioni, e per lunghissimi tratti, insabbiata sotto la superficie del suolo.

Originariamente pubblicato su Flanerí

Su I costruttori di vulcani di Carlo Bordini


Di Viola Amarelli

carlo-bordiniChi sono ”I costruttori di vulcani” ? I poeti, i versi, gli esseri umani? E che senso ha costruire vulcani: un afflato eroico, un delirio cosmogonico, una sindrome da dr. Stranamore? Nell’ottimo e pregevole peritesto del libro di Carlo Bordini (I costruttori di vulcani-Tutte le poesie 1975-2010, luca sossella editore, ristampato nel dicembre 2014) c’è soltanto un rimando alla coesistenza di indifferenza e fuoco e ad Empedocle (nell’introibo di Roversi) e tuttavia, per citare l’autore, ..il titolo è sempre necessario e tanto più, sembrerebbe, questo, con la sua carica allegorica e ambivalenza ossimorica. Conviene quindi rivolgersi al testo, a questo lungo poema (un “fiume” per Roversi) travestito da summa riepilogativa per cercare il senso della freccia direzionale.

Un primo indizio è, indubbiamente, Efesto, l’attempato fabbro, claudicante come il ritmo della scrittura di Bordini, “zoppo” (“poesia zoppa” del resto si intitola uno dei testi) e incisivo al tempo stesso, rallentato e potente. Ne è testimone l’esibito ricorso in tutta l’opera (si vedano tra l’altro le sottosezioni “Varianti sui becchini”, “Varianti di una poesia” e le due versioni del poemetto “Polvere”) alle variazioni-varianti, persino minimali, che si rinvengono in funzione quasi di anafora anche all’interno delle singole poesie. E’ un tornare sui passi, un circolare intorno al cono, a controllare la lava: un labor limae, la ricerca di una precisione che dia conto del proprio percorso euristico (come due strade che si allontanino in modo impercettibile, ma che poi, dopo diversi chilometri, conducano in due posti completamente diversi,pag. 192), e il rinvio a un’arcaica pulsione al “ritornello” quale strumento cognitivo e mantra rassicurante di deleuziana memoria. A livello formale, una tale scelta delinea un fraseggio sonoro che, su un basso continuo di sottofondo, intrama tutta la versificazione, con un andamento jazzistico, a coprire lunghe sequenze poematiche (cfr il lungo flusso di onirica autocoscienza di “Pericolo”) e lampi quasi aforistici, questi ultimi, ad esempio, prevalenti nella sezione “Mangiare”, dove l’allegoria uomini-topi in una cornice alla homo necans si condensa in distici e uni-versi folgoranti.

Un ulteriore indizio è Prometeo con la sua tensione titanica e lo stoicismo eroico (Hale: Le scintille del fuoco sono più belle/della cometa.). Il “Poema a Trotsky” nella sua dimensione autobiografica diventa così quasi una parabola della ragione sconfitta e della fascinazione del perdente (.. Soggiacqui/al fascino di/ Trotsky”,/uomo perdente..(…) Un guerriero / che sa morire), mentre la figura degli eroi ricorre con una lucida ambivalenza nella poesia dall’omonimo titolo ( bestie infette../..da non avvicinare per contrarre simile sprezzo di sé,) e s’intravede in alcune delle poesie dedicate al “Corteo” (pag. 177),  dove quest’ultimo si scioglie …nella solitudine,/piangendo,/con una lieve zoppìa, nel buio già della sera,/perché la dignità si vede/quando non ci sono spettatori.

L’evocato millenarismo, la pietas rinnegata e tuttavia sempre sottesa (si veda ad esempio, oltre “La pietà”, la splendida “Animali”) giocano, come in ogni moralista, un ruolo celato ma essenziale nella scrittura di Bordini, capace di una cruda ironia e di una profonda e secca condivisione della catastrofe della Storia. Se è da escludere una qualsivoglia parentela con la poesia cosiddetta civile, se non per uno sguardo di oggettiva indignazione circa l’uso del fuoco da parte degli umani (violenza crea violenza/disse il macellaio), tracce di un epos “generazionale” segnano l’inizio e la fine dei costruttori (noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria/un po’ folle e nebulosa) mentre una sorta di cosmogonia di ceneri e lapilli anima entrambe le versioni del poemetto “Polvere”. L’indubbia tensione saggistica e narrativa rilevata da Pontorno nella introduzione all’opera si avvale anche di tecniche di cut-up, di collages, che peraltro più che a esperienze della avanguardie vecchie e nuove sembrano collocarsi nella griglia delle interpolazioni, del montaggio documentale proprio del lavoro di storico di Bordini. Si pensi, ad esempio, alla sezione delle “Trascrizioni”, costruite come indica l’autore “montando testi di giornali dell’Ottocento e di riformisti settecenteschi” o a “Epidemia”, cronaca orwelliana dove i capi vittima della “mucca pazza” degli articoli giornalistici diventano “schiavi”.

La capacità di indagine tipica della scrittura di Bordini dà conto del terzo indizio richiamato da Roversi: Empedocle, gettatosi, secondo alcune versioni biografiche, nel fuoco del cratere dell’Etna, o anche, a voler tener conto di figure più storicamente delineate, Plinio il Vecchio. Si tratta di un’attitudine “scientifica” che giunge ad abolire il confine tra osservatore e osservato, facendo del sé un’ulteriore materia – lavica, appunto – di studio, e di allucinazione. La tematica onirica, nelle forme dei sogni e spesso degli incubi, solca tutto il poema, delineando una sorta di sonnambulismo, quando non di vera e propria trance, che consentono da un lato di approfondire un “io” – avvertito come ingombrante (Io mi odio al punto, /che odio chi mi ama) – anche nei suoi aspetti più compulsivi (cfr le sequenze di “Strategia” e “Sondaggio” sulla passione amorosa, modulate la prima in chiave ironica, la seconda in termini di crescente ossessione), dall’altro di visualizzare in ottica surreale un’esperienza che cessa di essere propria per diventare un autonomo e sconcertante flusso, mentale e materico nel contempo.

A comprova di elementi parasurrealisti (Paolo Febbraro ha scritto di “razionalismo onirico” e Filippo La Porta di “dormiveglia vigile”) vi è sia una riconosciuta influenza di Apollinaire, sia l’esplicito omaggio a Magritte nella omonima poesia, ma soprattutto la dichiarazione di poetica contenuta ne “La poesia, l’unica che dica la verità”: Io non creo, ma sono creato. Non scrivo, ma sono scritto. In tal senso, la scrittura poetica per Bordini si conferma uno strumento cognitivo (Non si scrive quello che si sa, ma lo si sa dopo averlo scritto), un percorso per arrivare a dire, appunto, la “verità”, riconducendone la pregnanza – quindi – a un terreno gnoseologico ed etico.

Convergono nella lucidità della scrittura di Bordini una miriade di linee di forza/debolezza da far tremare i polsi, rendendo “I costruttori” di una polifonia unica; di qui le difficoltà di inquadramento e, nel contempo, la sua distanza da modelli, canonici e non, della poesia italiana contemporanea, una distanza peraltro che sembra, sottotraccia, coltivata. Taluni accostamenti, da quelli di una “poesia narrativa post-pasoliniana” (Di Consoli) a quelli di “loose writing” (Giovenale), come anche quelli che puntano sulla sua valenza “saggistica” e “moralista” (Pontorno), sono indubbi marcatori di una scrittura in versi di ricerca, che scava, più che sul versante formale, nella dimensione antropologica del mondo, facendosi largo con ironico nonché – consapevolmente – inutile sforzo, nel magma dell’umano,  attraverso un corso irruente e scorrevole, rallentato e frenetico, come accade a chi viaggi al centro della terra.

Originariamente pubblicato su Carteggi Letterari

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