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Su “La polvere nell’acqua” di Mario De Santis (Crocetti 2012) Featured

de_santis_cover-205x300L’acqua è uno dei soggetti più affascinanti da osservare, ma è anche uno dei più sfuggenti e sorprendenti. Ritrarla fedelmente per come appare, o per come il nostro sguardo interiore la vede e vorrebbe rappresentarla, è una delle sfide più ardue. L’acqua non sta ferma un secondo, muta da un istante all’altro, si trasforma. Nell’acqua, sulla sua superficie, così come nei suoi abissi, avviene sempre qualcosa, qualcosa muore, qualcosa nasce, qualcosa si metamorfosa e origina altra vita o agonizza in un ibrido di vita eternamente quiescente. La polvere che si deposita sull’acqua non resta ferma, si sparpaglia e ricompone in nuove forme, traccia nuovi disegni. Perfino l’acqua stagnante non è mai ferma come sembra, ma accoglie un mondo brulicante, un movimento incessante. Anche il fango sul fondo forgia e disfa di continuo l’informe. L’acqua è vita e morte in un’alternanza mulinante, luce inghiottita e poi riflessa o rivelata, buio che si accende e si fa assoluto. L’acqua è caos, come il crogiuolo della creazione poetica. L’acqua è il soggetto più difficile da ritrarre, proprio perché non è mai come la vediamo, perché il quadro o la fotografia ti mostra sempre anche ciò che non avevi colto, che spesso è anche ciò che non volevi cogliere né rappresentare: geroglifici di polvere da decifrare. Le poesie di Mario De Santis nascono in quest’amnio buio. Il poeta inquadra l’acqua, attende, e resta a osservare con noi quello che riaffiora alla superficie di carta, l’emergere di minuscoli punti che tracciano profili, forme indistinte lentamente messe a fuoco. Polvere nell’acqua, questo siamo, ed è questa la scia che lasciamo, come ci ricordano i versi di Paul Celan in esergo. Minuscoli grani eternamente in viaggio, sballottati dalle onde, trascinati dalle acque del fiume, sollevati dal vento per spargerci nelle nuvole in attesa di una pioggia che non viene, abitiamo una vita “in cui si fugge”, per poi sempre ritornare, depositarsi a guardare le cose dal basso. Polvere sulle tracce di polvere che abbiamo lasciato, pulviscolari frammenti di noi stessi, ci disfiamo e ci addensiamo in una nuova identità di cose solitarie, o cani solitari, che si aggirano per strade “senza targa” di Genova, di Roma, di tutte le città addormentate che precipitano nel buio senza direzione. In quel buio dove inquieti “occhi-scarafaggi”, “si muovono impazziti”, il poeta stesso vorrebbe poter guardare “dalla stessa prospettiva degli insetti”, perché non c’è tempo per guardare in alto, né ha senso espandere “il cerchio stretto dello sguardo” in cerca di una promessa di pioggia, nella consapevolezza che non porterà nulla “che non sia previsto dalla sera prima.” Il cielo serve solo a “dividere / l’acqua dall’acqua”, è intervallo dello sguardo, pausa della corsa d’acqua che porta la vita a sfociare nella morte, e viceversa. Anche quelli che crediamo “colpi dentro il cielo” sono “solo promessa di pioggia che non c’è”, disattesa sul nascere, menzogna.

Ogni parola in questa raccolta di Mario De Santis è sasso gettato con forza sulla superficie dell’acqua, dove liberato rimbalza, lasciando dietro di sé una scia di piccoli vortici che spezzano l’uniformità della superficie trasparente in volute fratture del verso, sollevando e sparpagliando minuscole gocce che ricadono, generando nuove figure di polvere a pelo d’acqua. Ogni parola è goccia in bilico sul ciglio del verso, che fluisce a precipizio nel verso successivo, seguendo la cascata d’acqua che fin dal titolo informa questo libro, indirizzando lo scorrere franto e l’andamento inglobante dell’esondazione di questa ricerca che ripercorre la scia di polvere che ci lasciamo alle spalle. L’acqua è vita, sì, principio, ma è anche il suo opposto, in una costante compresenza di buio e luce che ci staglia come ombre sulle ombre.

Il questa raccolta il poeta non adombra alcuna possibilità di redenzione individuale o collettiva. Chi potrebbe, infatti, salvarci se perfino Dio è condannato dal nostro stesso cercarlo alla prigione dell’esistere eternamente, del “[…] vedere tutto, l’irreparabile, / sapere tutto del disastro che da qui va dentro”. L’esistenza dell’uomo è un’“acqua che diviene spreco”, la Storia sembra procedere per un’infinita serie di deflagrazioni che a loro volta lasciano dietro di sé una scia di polvere da raccogliere e ricomporre in vista di una nuova dispersione.

Neppure l’acqua che ci viene dall’altro concede la catarsi, non ci monda. La pioggia stessa non è che “acqua piegata”, “come una bandiera di solitudine che invita al mare aperto, / arresa docile di fronte all’acqua muta.” Non è la vertigine a parlarci, non è la caduta di cascate né la forza dirompente del fiume in corsa, non è il nascere repentino dell’onda, né il suo crescere maestoso. È l’acqua muta a sussurrarci chi siamo, a rifletterci in volto il nostro stesso sguardo, piegandolo verso l’interno, rimbalzandolo come un’eco nel grande vuoto aperto dell’ascolto, quell’anfiteatro immenso in cui su tutto risalta silenziosa “la ferocia delle cose”, che ci si parano davanti come dighe. Non è nel profilo delle cose conosciute che risiede la remota possibilità di un mutamento, non nella solidità delle forme, nella consistenza dello spessore, nella certezza tangibile di ciò che è misurabile e quantificabile. È dentro un impercettibile fluire d’acqua ferma che si cela l’ombra di una verità da sarchiare, dentro un minuscolo moto d’acqua che ristagna, dentro un’invisibile trasformazione senza direzione. La musica dell’esistenza, con tutto il vuoto inscritto nell’assenza di un Oltre, risiede nel ritmo scomposto di piccole gocce che martellano nel buio il richiamo di una realtà ridotta a moto concentrico che ossessivamente torna su se stesso, implodendo fino al buio: “Guardo lasciando che nel buio / cadano gocce rumorose. L’acqua / che non ha spessore, che non è diretta, / porta il suo ritmo verso il niente, / diviene danza ossessiva di pianeti.”

In La polvere nell’acqua lo sguardo del poeta non cerca una bellezza d’acqua limpida, non cerca di penetrare la trasparenza, non insegue affascinanti giochi di luce sulla superficie riflettente, perché anche la luce è inganno quando “il male sciolto in forma luminosa di fulmini è più forte”. Lo sguardo del poeta scandaglia le acque torbide del magma del reale, scrutando a Mantova le “acque incompiute / del mezzo del fiume di larve e cromature di barche a secco”; per fissarsi ad Atene sulla “perdita, lo scolo / da un giunto mal ritorto, la falla di un piccolo / guasto, di cielo, chissà.”

Essere liberi non è stagliarsi nel sole. “La libertà è l’estrema via dell’ombra”, il percorso della conoscenza serpeggia per vie traverse, si addentra in un labirinto contorto, “gora di palude”, o “nulla di melma sotto-fiume”, oppure acqua che “diviene spreco e dispersione”, vita dissipata e rinnegata che si raccoglie in pozze in cui nessuno guarda, polle di buio. È in quelle pozze d’acqua sprecata che il poeta si cerca, come cosa tra le cose, spazio della propria ombra (perché anche l’acqua “è un’ombra”), o cosa “abbandonata tra gli agguati”. Ciò che parla all’ombra tra le ombre non è il grande oceano di Pessoa, magnifica e infinita “acqua di malato”, bensì il “lago strabico”, il “fiume monco” che contiene il “mondo cavo”, a sua volta aperto a raccoglierci come uno sperpero di pioggia precipitata.

La mutevolezza dell’acqua, il movimento informe, la sua consistenza priva di spessore riflettono il vertiginoso susseguirsi delle stagioni sulla terra assetata della memoria “sconosciuta” che si cerca, della memoria “cane senza coda” che non sappiamo come ritracciare al fine di evitare un nuovo spreco, mentre l’io si specchia nel torbido, nell’acqua sfuggita dalla fonte ormai dimenticata, su cui si deposita la polvere sparsa di un passato individuale e condiviso che rischia di essere inghiottito dall’ombra dell’inutilità.

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