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SUTHERLAND, Gray

Dove gli spiriti chiamano ancora

Su A Homecoming di Gray Sutherland

Gray Sutherland non è solo poeta, ma anche traduttore e narratore. Queste tre esperienze di scrittura convergono e si armonizzano nel suo verso, che sa passare senza cedimenti da un’accesa tensione lirica a un più ampio respiro narrativo, ma sempre con un notevole controllo formale, che deriva da un paziente lavoro di cesello.

Il gerundio sostantivato homecoming, così come il sostantivo tedesco Heimkehr è difficilmente traducibile in italiano. Qui ho scelto di renderlo con “ritorno a casa”, ma non è esatto, è un tradimento. L’inglese home, infatti, non corrisponde alla house, la casa, l’edificio, così come il tedesco Haus non corrisponde allo Heim. House è un luogo fisico, un edificio, fatto di pareti, pavimenti, un tetto, porte, finestre, ecc. Home è piuttosto un luogo mentale, è l’idea che abbiamo di casa, che non corrisponde necessariamente all’edificio, ma richiama ciò che esso rappresenta a livello affettivo, ciò che esso custodisce in termini di memoria, di storia individuale, del suo intrecciarsi con quella universale, in cui si inscrive il tempo che viviamo, abbiamo vissuto, e i nostri antenati hanno vissuto prima di noi, il già stato, che dà senso al momento presente. Allontanarsi dalla propria “casa interiore” provoca una sofferenza intensa, perché è come allontanarsi dal Sé, dalla propria essenza più autentica, da quell’inizio cui circolarmente la storia individuale ritorna, a legittimarsi. Per questo nostalgia in inglese si dice homesickness, sofferenza per la (perdita/lontananza) della propria home, così come nel bellissimo equivalente tedesco Heimweh.

“To come home” significa dunque tornare al Sé, a un proprio luogo interiore che si riflette e concretizza all’esterno, ma che quattro pareti non possono contenere. Implica un ritorno alle proprie origini, attuato attraverso un coraggioso percorso di memoria. Comporta ri-vivere il ricordo, facendo sì che il ricordo stesso non muoia. Si possono cambiare diverse case (house), ma non la home, che è il luogo dell’infanzia, meta dell’eterno ritorno. È dove ci si ritrova, ovvero dove si sta, ci si avvede di essere, e dove si incontra di nuovo l’Io che si è stati, che ancora ci abita, con l‘essenza e l‘esperienza di tutti quelli che ci hanno preceduto e hanno costruito per noi, a partire dal «tempo prima che il tempo iniziasse» (“Ritorno a casa”).

Il tema della memoria è uno dei leitmotiv che più contribuiscono alla coesione e solidità di questo libro. Il passato è ciò che ci parla di noi, ci giustifica, spiega. È ciò che siamo stati, le persone che ci hanno preceduto e abbiamo amato, anche in absentia, perché hanno contribuito a trasformarci in ciò che siamo, a costruirci, proprio come quel luogo che portiamo dentro e cerchiamo al di fuori. Se non si tiene in vita il passato, pare suggerire il poeta, non si dà pienezza di presente. Se dimentichiamo, lasciamo alle spalle qualcosa di noi, siamo destinati a restare incompleti.

La poesia di Sutherland è ben dentro la realtà, ma non si limita a metterne in luce la presenza oggettiva, bensì va in cerca di ciò che è segreto, nascosto, di ciò che ri-chiama dal buio, da quel luogo in cui gli spiriti ancora vivono. E gli spiriti non sono tanto figure irreali, partorite dalla fantasia per dare un corpo, seppur evanescente, all’invisibile, all’inspiegabile, bensì presenze concrete, autentiche, che la poesia contribuisce a tenere in vita. Gli spiriti si trovano nel punto in cui passato e presente convergono, sono ricordi che prendono corpo, rivivono, fanno rivivere.

«Cerco un luogo dove gli spiriti sorridano ancora» scrive Sutherland, «indulgenti al cadere dei bimbi, / con gli avambracci ghiacciati, dentro lo stagno; o sguscino da dietro le pietre / per osservarci mentre, imprudenti, / deragliamo dal corso che ci hanno indicato». Quei bambini sono ciò che siamo stati, il nostro passato, e ciò che ancora siamo quando recuperiamo la furia dell’infanzia, il coraggio di “deragliare” rispetto a una legge interiore non scritta.

L’occhio del poeta è sempre rivolto a ciò che sta dietro, al di là, oltre, a ciò che pare sottrarsi, verso cui tutto in realtà tende (Confluenza), spesso trovando forma soltanto nel silenzio (“Fare a pezzi il silenzio”), laddove il dire fallisce, pur continuando ad accennare, a spezzare il tacere, con la goffaggine del piccolo Andrea, che, con la sua tenacia e felice incoscienza, diviene maestro del padre, vanificando il ruolo di autorità e convenzioni. Per Sutherland la vita è teatro su cui noi siamo gli attori (“Rubare un momento”), ma dove non esistono canovacci né copioni già scritti, dove non si danno ruoli prefissati e statici, ma tutto è affidato all’improvvisazione, alla fantasia, all’eterno ritorno a un luogo del Sé che non è mai uguale, da cui ripartire rafforzati del proprio passato e della propria esperienza, ma con lo stesso fiducioso e inesausto slancio bambino del piccolo Andrea, perché «[…] anche se manca / il copione in qualche modo le battute scaturiranno / da ciò che siamo, il nostro fare ed essere fusi / nell’anello di luce che gettiamo sul palco». Ancora una volta la parola si rivela incapace di dire la realtà nella sua essenza più segreta. A parlare è la storia che incarniamo, nel nostro essere e nel nostro fare. Ecco perché, nella poesia Nuove partenze, risulta inutile cercare «[…] mitologie ricercate/ che spiegassero il senso di perdita, quel sole altro // splende dentro, perché nella sua forma / brillano ali e aureola, / ai confini del muro che la perdita ha alzato / senza mai penetrare la nebbia di pianto». Il “sole altro” è quello che illumina una realtà altra, ma non seconda, quella interiore, la home cui si vorrebbe tornare, in cui non si riesce mai davvero a penetrare, a meno di non affidarsi al silenzio, quello in cui ci si può vedere e vedersi rispecchiati nel mondo, il luogo in cui gli spiriti parlano ancora, dove «un’anima potrebbe sedere finché la sua ombra / infine si disferà lentamente, disperdendo / paura, sospetto, pena per rimpiazzarli con la fiducia […]» perché «dove il sentiero curva al punto al di sopra del mare / che trema appena, allora potresti vederli». (“Questa è una costa su cui vivere soli”).

Chiara De Luca

In “Fili d’aquilone”, n° 7, luglio-settembre 2007

 

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