Facebook

Tamara Kamenszain

 

a cura di Chiara De Luca

 

TamaraNata a Buenos Aires nel 1947, Tamara Kamenszain ha trascorso l’infanzia a stretto contatto con la tradizione ebraica – incarnata nella figura del padre – immersa nei suoi riti e nelle sue tradizioni, che, in seguito, sarebbero entrati a far parte integrante, in forma esplicita o implicita o allusiva, della scrittura dell’autrice, fungendovi da elemento di congiunzione o disgregazione, movente della lingua che riflette se stessa e si ri-conosce per distanze e contiguità con la lingua dei Padri. Il primo avvicinamento della Kamenszain alla letteratura è avvenuto per tramite del nonno “fabulador nato”, cantastorie nato, che le raccontava fiabe ispirate alla Bibbia e al Talmud, stimolando in lei l’attenzione e la curiosità per la tradizione dell’oralità e per la narrazione di storie. La stessa Kamenszain racconta che la sua vocazione letteraria è nata e si è sviluppata in conseguenza dell’amore per la tradizione letteraria trasmessole dal nonno. All’influenza di questa iniziazione letteraria possiamo forse in gran parte ricondurre le modalità stilistiche della poesia della Kamenszain, accuratamente studiata nei ritmi e nelle assonanze, percorsa da una musica che ne informa ogni minimo movimento, intrisa di una energia comunicativa che nasce dall’incontro – e spesso dal cortocircuito e dallo scontro – tra un linguaggio alto e letterario ed espressioni colloquiali (talvolta forzate in funzione di una personalizzazione o rivisitazione), parole d’origine ebraica e parole straniere, che si inseriscono con naturalezza tra i versi, armonizzandosi con elementi linguistici familiari, mutuati da un lessico quotidiano. Il tutto sostenuto da una struttura di riferimenti intertestuali che ci rimandano a una tradizione da cui la parola poetica si distanzia solo per tornarvi costantemente, come alle origini di sé, e dell’esperienza stessa dell’autrice.
La Kamenszain ha effettuato i suoi studi superiori e universitari a Buenos Aires, laureandosi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, per poi intraprendere una intensa carriera in ambito letterario, collaborando con numerosi giornali e riviste letterarie, tra cui «Revista 2001», «La Opinión», «Plural», «UnoMásUno» e case editrici, tra cui Granica e il gruppo Aguilar-Altea-Taurus-Alfaguara. Ha inoltre preso parte come insegnante o coordinatrice a numerosi workshop di saggistica, poesia e scrittura teorica alla Universidad Nacional Autónoma di Città del Messico. Dal 1979 al 1991 ha insegnato al centro culturale San Martín e al Colegio Argentino di Filosofia in Argentina e tenuto corsi presso le università di Argentina, Messico e Stati Uniti. È stata visiting professor alla Johns Hopkins University e fellow per la poesia presso la John Simon Guggenheim Memorial Foundation. Attivissima nel campo della promozione e diffusione della letteratura, ha preso parte a un gran numero di conferenze, conversazioni e seminari. È stata coordinatrice delle attività extracurricolari della UBA. Attualmente insegna presso la sede argentina della New York University
Tra le sue opere poetiche ricordiamo De este lado del Mediterráneo (1973), Los no (1977), La casa grande (1986), Tango bar (1998) El ghetto (2003), Solos y solas (2005), El eco de mi madre (2010), La novela de latapa Poesia completa_TK poesía (2012). Tutte le opere poetiche della Kamenszain, insieme ad alcuni inediti, sono state poi raccolte dall’autrice stessa nel volume La novela de la poesia. Poesía reunida (Adriana Hidalgo Editora 2012), che la Fundación El Libro, ente organizzatore della Fiera del Libro di Buenos Aires, ha eletto “miglior libro di creazione letteraria pubblicato nel 2012”.
Tra i suoi scritti critici ricordiamo Historias de amor y otros ensayos sobre poesía (2000), che raccoglie le precedenti opere di saggistica della Kamenszain, e La boca del testimonio (2007).
Sue poesie scelte e raccolte poetiche sono state tradotte in inglese, francese, portoghese e tedesco.
Tra i riconoscimenti che le sono stati attribuiti ricordiamo: il primo premio municipale e il terzo premio nazionale per la saggistica, la borsa di studio della Fondazione John Simon Guggenheim, il premio Konex de Poesía, la medaglia al merito Pablo Neruda del Governo del Cile e il primo premio di poesia latinoamericana Festival de la lira.

El_ghettoLe poesie che qui presentiamo sono tratte dalla raccolta poetica El ghetto, in cui Tamara Kamenszain ripercorre la propria storia, inscindibile dalla storia collettiva del suo popolo (dei suoi popoli) di appartenenza e delle sue infinite peregrinazioni. La parola poetica si fa strumento epistemologico della lettura del reale, oltre che strumento di ricerca della propria identità in quanto donna e scrittrice, figlia e madre. “Scrivere presuppone appellarsi alla lingua materna, all’origine, al grado zero della scrittura”, scrive Tamara Kamenszain in Toda escritura es feminina y judía [Tutta la scrittura è femminile ed ebrea], “lì dove abita la Torah, o, per dirlo al plurale, lì dove abitano le Scritture”[1]. Questa concezione si concretizza nelle prose poetiche di De este lado del Mediterráneo, direttamente ispirato alle Sacre Scritture, di cui la Kamenszain fornisce una rilettura e una rielaborazione, lasciandosi portare e guidare dalla scrittura stessa, che percorre un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio verso la propria sorgente. Verbalizzando la tradizione orale e interpretando le Scritture, l’autrice ricerca un contatto con le radici ancestrali, per raccogliere e serbare i valori primigeni in cui si radica la sua esperienza di donna e di scrittrice. Ma questo viaggio nelle Scritture verso la propria origine non è finalizzato a una fuga dal presente, bensì a un’attualizzazione del passato, tesa a recuperarne il senso e a farlo vivere, perché possa arricchire, giustificare, spiegare il presente stesso.
In El ghetto questa ferma, salvifica convinzione, sembra vacillare a causa del tracollo d’ogni certezza provocato dal dolore straziante provocato all’autrice dalla morte del padre, che la porta alla percezione del proprio totale abbandono a un cordoglio che non può essere condiviso. La tradizione ebraica, a lei familiare fin dalla prima infanzia, le diviene improvvisamente estranea a seguito della scomparsa di colui che ne era il principale rappresentante, vero e proprio ponte tra passato e presente, tra ricordo e percezione, fulcro spirituale e punto di riferimento. Soltanto attraverso questo violento “taglio delle radici”, che è anche salto nel vuoto e caduta dal nido, soltanto attraverso il senso di estraneità e smarrimento che ne consegue, l’autrice esperisce davvero a fondo l’estrema solitudine dell’animo umano – già tema portante di tanta della sua poesia precedente.
“En tu apelido instalo mi ghetto”, scrive Tamara Kamenszain al padre, Tobías Kamenszain, alla cui memoria dedica il libro. Il cognome del padre, custode delle radici, emblema di un passato da cui si scaturisce e che al contempo c’inghiotte, diviene rifugio, e dimora, ma anche prigione. Uscirne, esserne in qualche modo espulsi dalla morte, implica ritrovarsi soli di fronte a un mondo che non accoglie, che non ha confini, pareti note e toccate palmo a palmo. Anche la cerimonia ebraica della veglia funebre diviene un cerchio chiuso e impenetrabile, esclusivamente maschile, dal quale la figlia si percepisce estromessa. Ma è proprio dalla percezione di essere senza appigli né difese di fronte al mondo, brancolando nel vuoto del dolore e del lutto solitario e incondiviso, che la Kamenszain riesce ad acquisire il necessario distacco che le permette di prendere piena coscienza della propria singolarità d’individuo. È proprio l’isolamento nel dolore, l’improvvisa estraneità alla propria storia che consente all’autrice di identificarsi, morendo a se stessa per rinascere a una nuova consapevolezza, in cui la tradizione non è più bagaglio che in qualche modo grava sulle spalle, bensì parte integrante, integrata, della propria stessa essenza. Perdere il padre è nascere orfani. Ed è soltanto attraverso il dialogo a distanza tra la sua storia e quella dei propri antecedenti, e la riflessione su un passato comune eppure diverso, che l’autrice trova la forza di ricostruire il proprio stesso passato e di riconciliarsi con esso. Impossibilitata a superare la propria stessa estraneità, l’autrice giunge infatti a considerarsi parte di una solitudine più estesa, di una unione di solitudini che formano una comunità sparpagliata e dispersa, quella degli esuli argentini, patria di un ovunque fatto di mille altrove che sta alla parola poetica ricongiungere.

Chiara De Luca

 

 

 

Escudo de David

 

 

Debajo de su boina negra

hay un techo inflamable

turbulencias

las nubes rojas de trópico

flamean acaloradas

media asta sobre la Habana Vieja

donde nadie sabe decir

dónde reposan los restos

lo que resta de mí

me deja a merced

de mi propio mausoleo

jinetera

detenida sobre sus pies

no espero a nadie

e insisto en que alguien

tiene que llegar

un mesías

sobre su boina negra ladeado

el ojo de la tormenta

el manto celestial que arranque

puntas estrelladas

de los anteojos de Trostky

esquirlas de un héroe que se estampa

entre el pecho y la espalda

una camiseta herida

vale de escudo.

 

 

 

Scudo di David

Sotto al suo basco nero

c’è un tetto infiammabile

turbolenze

le nubi rosse del tropico

sventolano furiose

a mezz’asta su l’Avana vecchia

dove nessuno sa dire

dove riposino i resti

ciò che resta di me

mi lascia in balia

del mio personale mausoleo

jinetera

prigioniera dei propri piedi

non aspetto nessuno

e insisto che qualcuno

deve venire

un messia

sul suo basco nero inclinato

l’occhio del ciclone

il manto celestiale che strappa

punte stellate

dagli occhiali di Trostky

schegge che un eroe si affonda

tra il petto e la spalla

una maglietta strappata

fa da scudo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Antepasados

Adónde van?

Me voy con ellos desciendo de mis hijos

hasta donde quieran llegar astros rodantes

si a la hora del nacimiento calcularon ascendiente

no lo abandonen más.

Desde el Mar Negro hasta el Estrecho

se naturalizan conmigo de mí vienen

chicos de apellido descompuesto

viajando para ser argentinos

inmigrantes por vomitar en cubierta

dados vuelta nos vuelven a nosotros

como vinilo rayado de beatles

de Rusia para acá

y de aquí a la URSS que fue

dueños de un desierto que avanza

bisabuelos de la nada.

 

 

 

 

Antenati

Dove vanno?

Con loro me ne vado discendo dai miei figli

fino dove vogliano andare gli astri orbitanti

se l’ora della nascita stimarono ascendente

non l’abbandonano più.

Dal Mar Nero fino allo Stretto

si radicano in me da me provengono

ragazzi di un cognome scomposto

in viaggio per essere argentini

immigranti per vomitare in coperta

devastati ritornano da noi

come vinili graffiati dei beatles

dalla Russia fin qui

e da qui all’URSS che fu

padroni di un deserto che avanza

bisnonni del nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 

Exilio

Cuatro consonantes se pegan

al remitente pringoso

de una postal. Calcomanía

comprada en el mercado de San Ángel

el sobre que huele a maíz dice

Familia Kamenszain

y adentro los quiero, los extraño, me quedo

no visité sinagogas ni visité cementerios

me consta la catedral del Zócalo

desde el fondo mismo

de lo que sería creer

por Dios

no hace falta convertirse

para ver azteca

por el monitor del museo

se refractan nuestros cráneos dorados

contra los vidrios de Inmigración

“gente de la calle” buscando bares abiertos

hueros del D.F. los que allá éramos morochos

gringos de California los que allá

fuimos rubios.

México es lo que se dice

una postal

en la mirada muralista de cada parroquiano

un poema del primer Girondo

abriría los bares de Plaza Garibaldi

hasta los baños de puertas batientes

entraría el maestro su metáfora

Yo me quedo afuera

quiero creer que me mandaste mariachis

una serenata sin metáforas me pertenece

no hay palabras para el sonido metálico

a las cinco de la mañana

en la ventana dormida de casa.

Como vocales hebreas

consonantes cristianas

mi México es casi muda

se pronuncia

cruzando el desierto a los 40

comulgando matzá con la boca seca

restos de cal en el riñón

sedimento rolado de tortillas

en los dobleces de cada papiro

tacho Mar Muerto

pongo Océano Pacífico

me quedo más tranquila ensobro

y agrego al dorso

TKDF.

 

 

 

Esilio

Quattro consonanti si attaccano

al mittente untuoso

di una cartolina. Decalcomania

comprata al mercato di San Ángel

la busta che odora di mais dice

Famiglia Kamenszain

e dentro li amo, mi mancano, rimango

non ho visitato sinagoghe né cimiteri

conosco la cattedrale di Zócalo

dal fondo stesso

di quel che sarebbe credere

in Dio

non è necessario convertirsi

per vedere azteco

attraverso il monitor del museo

si riflettono i nostri crani dorati

contro i vetri di Immigrazione

“gente di strada” che cerca bar aperti

hueros[2] del D.F. noi che là eravamo mori

gringos[3] di California noi che là

eravamo stati biondi.

Il Messico è quel che si dice

una cartolina

nello sguardo moralista di ogni parrocchiano

una poesia del primo Girondo

aprirebbe i bar di Plaza Garibaldi

fino ai bagni dalle porte battenti

metterebbe il maestro la sua metafora

dalle buone intenzioni.

Io rimango fuori

voglio credere che mi ordinaste dei mariachi[4]

una serenata senza metafore è quel che mi si addice

non ci sono parole per il suono metallico

alle cinque del mattino

sulla finestra assopita della casa.

Come vocali ebree

consonanti cristiane

il mio Messico è quasi muto

si pronuncia

attraversando il deserto a quarant’anni

rendendo grazie al matzah[5] con la bocca secca

resti di calce nel rene

sedimento di tortilla[6] avvolto

nelle pieghe di ogni papiro

taccio il Mar Morto

metto Oceano Pacifico

mi tranquillizzo

e aggiungo sul dorso

TKDF.

 

 

 

 

 

 

 

Gentiles

La diferencia la anota dios

en el espejo del desorden genético

si me miro descuento mi doble

si te veo agrego tu mitad.

Diferencia idéntica

hace reír de tanto parecernos

área a la semita judea al ario

locos sueltos tapiados juntos

protegidos a la intemperie inalámbrica

como animales ante su propio entierro

por los restos del campo.

En ese hogar descampado

en ese perímetro que nos concentraba

yo soy aquella que por vos morí

y por tu gentileza soy también

la que te dejó

morir.

Dios nos archivará distintos

en su libro de los parentescos

en el viejo yo vos en el nuevo

dos testamentos a la fosa común

y después

que nos identifiquen.

 

 

 

 

Gentili

La differenza se l’appunta dio

nello specchio del disordine genetico

se mi osservo sottraggo il mio doppio

se ti vedo aggiungo la metà di te.

Identica differenza

fa ridere di tanta somiglianza

area alla semita giudea all’ariano

pazzi sciolti da legare insieme

protetti dalle intemperie sconfinate

animali al cospetto della propria sepoltura

sotto i resti del campo.

In questo focolare scampato

in questo perimetro che ci concentrava

io sono quella che per voi morì

e per il tuo essere gentile sono

anche quella che ti lasciò

morire.

Dio ci archivierà distintamente

nel suo libro delle somiglianze

nel vecchio io e voi nel nuovo

due testamenti nella fossa comune

e poi

che c’identifichino pure.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Día del perdón

Arrastro a una viuda.

Cuando leemos juntas en arameo

no me reconozco.

Ascendemos por la sinagoga

dos almitas en pena

nuestras voces para un milagro

juntas no proliferan.

¿Qué pedimos?

No que él vuelva.

Sí que nos deje tranquilas

planchadas en su recuerdo ansiolítico

demoradas contra su destino

de padre y marido ido.

Que Dios perdone a una madre

por pedir tanto de mí.

 

 

 

 

Giorno del perdono

Trascino con me una vedova.

Quando leggiamo insieme in aramaico

non mi riconosco.

Saliamo alla sinagoga

come due anime in pena

le nostre voci per miracolo

insieme non figliano.

Cosa chiediamo?

Non che lui torni.

Ma che ci lasci tranquille

distese nel suo ricordo ansiolitico

in ritardo contro il suo destino

di padre e di marito andato.

Che dio perdoni una madre

di pretendere tanto da me.

 

 

 

 

 

 

 

 

Judíos

Somos los de la kombi “Corcovado”

portuñoles tirando de las faldas

de un guía

que a los pies macizos del redentor

pone los brazos en cruz como diciendo:

hasta aquí llegamos.

Algo de la altura nos marea

es una percusión que se eleva de los otros,

fantasias golpeando en redondo ellos avanzan

sobre su carnaval de todos una bandera

que dice escola nos desorienta más

porque al tam tam de las voces se suman

las nuestras también ya somos disfrazados

una fauna dejada de la mano de dios

los que bailan y los que ven bailar

inauguramos el mismo carnaval

2001 y todo es como siempre

al otro lado del Cristo el precipicio

y todos sin embargo marchamos

esta marcha de ciegos

sobre los pasos que le debemos a la música

loca fantasía de una escuela de vida

donde se aprende golpe a golpe

que los de arriba y los de abajo

que los de abajo con los de arriba son distintos

diferentes a costa de lo mismo

son al borde mismo de un idéntico abismo

el tamboril que adelanta si detiene

su tam tam para el santo y seña:

hasta aquí llegamos.

Pero hay más.

Nosotros

los de la kombi en éxtasis foráneo

vamos a dejar nuestros disfraces de hotel

vamos a colgar nuestra bermuda en estandarte

de una ventana abierta al morro

y que nos reconozcan.

Pueblito que baja y se pierde

ni raza ni nación ni religión

del argentino la parte en camiseta

(lo que transpira destiñe al Che)

hay una diáspora subida al Corcovado

parte por parte acudimos a esa cruz

sin raza sin nacionalidad sin religión

ya fuimos clavados pero aún no somos

tan portuñoles tan ladinos tan idishistas

no somos suicidas aquí no ha pasado nada

sólo se trata de lúmpenes peregrinaciones

de un día más por Río de Janeiro

visa de turista boleto de ida y vuelta

no empujen ya quedamos atrás

pasó de largo la parada del milenio

bájense ahora todos

precipiten

que hasta aquí llegamos.

 

 

 

 

Ebrei

Siamo quelli del minibus “Corcovado[7]”

portognoli[8] che tirano le gonne

di una guida

che ai piedi massicci del redentore

mette le braccia in croce come a dire:

fino a qui siamo arrivati.

Qualcosa dall’alto ci stordisce

è suono percussorio che si leva dagli altri,

colpendo fantasias[9] avanzano in tondo

sopra il carnevale di tutti una bandiera

che dice escola[10] ci disorienta ancor più

perché al tam tam delle voci si sommano

le nostre anche se siamo mascherati

una fauna abbandonata dalla mano di dio

quelli che ballano e quelli che guardano ballare

inauguriamo lo stesso carnevale

2001 e tutto è sempre uguale

dall’altro lato del Cristo il precipizio

e tutti comunque sfiliamo

in questa parata di ciechi

sui passi che dobbiamo alla musica

folle fantasia di una scuola di vita

dove s’impara colpo dopo colpo

chi sta sopra e chi sta sotto

che quelli sotto sono diversi da quelli sopra

differenti a dispetto della somiglianza

sono sullo stesso ciglio di un identico abisso

il tamburello che davanti a sé trattiene

il suo tam tam per il santo e segna:

fin qui siamo arrivati.

Però c’è di più.

Noi

quelli del minibus in estasi forestiera

stiamo per lasciare le maschere d’albergo

appendere i bermuda come stendardi

di una finestra aperta sul morro[11]

e che ci riconoscano.

Paese che scende e si perde

né razza né nazione né religione

dell’argentino la parte in maglietta

(quello che suda stinge il Che)

c’è una diaspora vivace a Corcovado

pezzo per pezzo accorriamo a questa croce

senza razza senza nazionalità senza religione

già fummo inchiodati però non siamo

tanto portognoli tanto ladini tanto yiddishisti

non siamo suicidi qui nulla è successo

sono solo peregrinazioni sottoproletarie

un giorno in più per Río de Janeiro

visto di turista biglietto andata e ritorno

non spingete siamo già rimasti indietro

è passata da tempo la fermata del millennio

scendere tutti

a precipizio noi

che fino a qui siamo arrivati.

[1]“Escribir supone necesariamente apelar a la lengua materna, al origen, al grado cero de la letra, allí donde habita la Torá, o para decirlo en plural, allí donde habitan Las Escrituras”. T. Kamenszain, in Toda escritura es feminina y judía, p. 132.

[2] Huero (guero) parola dello slang messicano utilizzata per indicare persone dalla pelle chiara e dai capelli biondi.

[3] Gringos: termine della lingua spagnola e di quella portoghese utilizzato in alcuni stati dell’America Latina per designare gli stranieri che hanno una diversa cultura, in particolare le persone provenienti dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Regno Unito e dall’Australia, ma anche da altri stati dell’America Latina.

[4] I mariachi sono canzoni popolari messicane, suonate dai tradizionali gruppi musicali omonimi (ciascuno formato da 6 violini, 1 guitarrón, 1 chitarra, una viella, 2 arpe e 3 trombe).

[5] Matzah è il nome dato al pane non lievitato (azzimo), preparato utilizzando acqua e farina, utilizzato come alimento rituale in occasione della Pesach, la Pasqua ebraica.

[6] Tipica focaccia a base di farina di frumento o di mais.

[7] Corcovado o Monte Cristo è una montagna alta 710 m, situata nel Parco nazionale della Tijuca, a Rio de Janeiro, Brasile. Sulla sua cima si trova la famosa statua del Cristo Redentore, meta di pellegrinaggi da tutto il mondo.

[8] Il portuñol (o portunhol), è un termine derivato dalla fusione dei termini português e español, coniato per indicare una lingua mista di spagnolo e portoghese, parlata in Sudamerica, nelle zone di confine fra il Brasile e i paesi ispanofoni (soprattutto Uruguay) e in Europa, nelle zone di confine tra Portogallo e Spagna.

[9] “Maschere”, “travestimenti” in portoghese.

[10] Qui si allude alle “Escolas do zamba” del carnevale di Rio.

[11] “Monte” in portoghese.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: