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TARDIF, Jean-Claude, I

Tardif_De_la_vie_lente“un niente ci prega d’essere al Mondo”

Su Della vita lenta di Jean-Claude Tardif

“Quanto è lenta la vita / e quanto violenta la speranza”: sono i bei versi che chiudono la poesia inaugurale di questo libro, riportata in corsivo, prima ancora del titolo, quasi a rappresentare il preludio, il vestibolo prima dell’ingresso, dove ci viene indicata la via di accesso, come da una piccola luce, una chiave di apertura/lettura. E sono gli stessi versi riportati in esergo, a incipit del viaggio, a indice puntato della direzione.

Ma cos’è la vita lenta che viene posta in dialogo e opposizione con la violenza della speranza? È la vita della poesia, dominata dai tempi infiniti di germinazione delle parole, nel susseguirsi caleidoscopico delle molteplici stagioni dell’anima. È la vita che si svolge nell’altrove di una presenza che vuole radicarsi nel mondo e racchiuderlo, senza rinchiuderlo, in parole “solide per fare tegole / e morti”; parole pesanti scavate dalle fondamenta dell’esperienza e poste contro il cielo a raccogliere la pioggia e il sole, a far scivolare l’acqua e la luce, a indurire nel gelo e sciogliersi coi primi caldi di un’implorata primavera. La vita lenta è il territorio senza inizio, né fine, né confine della poesia, dove i chiaroscuri s’inseguono e alternano, le ombre si allungano e ritraggono, dove il ritmo è dato dai versi al “tempo del cuore”, mentre l’anima sta sospesa, “semplicemente contesa / tra il desiderio delle parole / che la opprimono // e le bellezze del silenzio”. E la difficile convivenza di silenzio e rumore, di parola e tacere è architrave della poetica di Tardif, poggiata su versi ora concreti e radicati, ora abbandonati alla spaventosa libertà dello slancio nell’oltre. Il verso di Tardif si presenta infatti come parola (di) pietra in bilico sul ciglio del precipizio, tra la levità del volo e la gravità della caduta, tra abissi gravidi di silenzi e altitudini dove il grido si disperde riverberato all’infinito dall’eco. E allo stesso modo si centellina nei “piccoli rumori della vita”, verso i quali il poeta tende l’orecchio come quando era bambino, attento, teso, in bilico come le proprie stesse parole sospese a un rinunciato equilibrio. Perché “Lui è delle parole che danno da vivere; / con il loro gusto di timo, di miele; / di piogge a novembre”; è nelle parole come pane da spezzare e offrire, così come nella briciole del verso rimaste dal pasto consumato da una memoria vorace. Che non lascia scampo né pace al poeta, incline, come l’adolescente della sua poesia, a sognare “di non sognare più per abbandonarsi alla parola”. A sognare cioè di essere presente, incarnando un silenzio di ricordi e grida di futuro, per essere abbandono di parole, ovvero esistere in parole (abban)donate nel momento stesso in cui le si incarna, come quei “disastrosi viaggiatori” “che da tanto tempo / hanno smarrito carte e bussola / del ritorno”, eppure felicemente errano, a occhi aperti, ricettivi e pronti e attenti all’altro, all’oltre.

“Io non scrivo per dirmi / scrivo per tendermi / per leggere il rumore piccolo del gong / nel momento stesso in cui si vive”, scrive Tardif, poeta che non ama raccontarsi, bensì preferisce lasciarsi dire dai propri viaggi e dal proprio volontario esilio, dalle persone amate – vissute nel presente o rivissute nel ricordo. Tardif è infatti poeta che tende a riversarsi nello sguardo e ritrovarsi in ciò che esso gli (e ci) resituisce e racconta. È un poeta che si lascia guidare dai propri passi e ne ascolta l’andare sul terreno, che osserva i propri gesti e presta orecchio alle proprie parole, teso come una freccia eternamente in procinto di scoccare sul ponte di una comunicazione arcuata tra le due rive opposte, separate da un mare calmo di silenzio fertile in riflessi e rifrazioni.

“Nulla è cambiato // mentre una notte basterebbe alla memoria; / a spopolare le mie solitudini”, scrive Tradif, che se ne sta immobile e vigile tra i versi in un paradosso che ricorda la “solitudine abitata” del poeta ecuadoriano Jorge Carrera Andrade e l’“infinito senza solitudine” dell’“animale di luce” di Neruda, “braccato dai suoi errori e dal suo fogliame”. In un infinito popolato dai gesti e dai volti del quotidiano, dalle assenze e dalle ombre della propria storia di “gente che ama i fiori dei semplici”.

C’è in Tardif l’abbandono alla parola, lasciata pesare con tutta la sua gravità, e fluttuante al contempo nella levità e inconsistenza di ogni scrittura e descrizione, che deve talvolta lasciare spazio al sussurro o al chiasso del silenzio, al tempo indistinto e dilatato della vita lenta, dove memoria e presenza confluiscono ponendoci di fronte alla nostra stessa assenza nel centro: “Perché tanto strette / sulla stanza del cuore / le parole appena bastano a dirvi, / vi s’indovina talvolta / nell’incavo del silenzio”.

E forse, ritornando alla scintilla iniziale di questo scritto, è proprio nell’“incavo del silenzio” che si radicano le fondamenta di ogni discorso, da cui si levano le mura della comunicazione fino in alto alle tegole delle parole, robuste ad accogliere il verso, finché, proprio quando tutto sembra essere detto, e tutta la pioggia caduta e scivolata verso terra, di nuovo “restano soltanto il silenzio / e il rumore delle braci di pioggia sull’ardesia”. E anche noi smettiamo di parlare, “per ritornarci in musica”; tra “tutti questi silenzi di cui siamo uno solo”, tra tutti questi discorsi di cui non siamo nessuno.

Chiara De Luca

Prefazione a Della vita lenta di Jean-Claude Tardif, Kolibris 2010

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