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TEMPESTA, Rossella

cover_impazienteE mai più bel giardino vide in sogno[1]

“Vivere per bere un poco d’acqua, mangiare per fame semplice / ringraziare dell’ombra il pino, di rinfrescarci il mare trasparente di fronte l’Albania.” È questo uno dei principali fili conduttori intessuti da una voce che è prima di tutto impaziente di cantare la vita, in tutte le sue sfaccettature, nelle sue maree e nei suoi inabissamenti, cambiando necessariamente di volta in volta tonalità, altezza, ritmi del suo movimento. Quella di Rossella Tempesta è una poesia pregna di odori, colori, profumi e sfumature, del paesaggio e dell’anima, o meglio delle anime della poetessa, dell’umano e di ciò che dell’Oltre è dato intravedere. È una poesia di esplorazione, un viaggio incessante mosso dalla fame di conoscere e tutto abbracciare, di colmare un vuoto, un’assenza che occhieggia tra le righe, inattesa eppure sempre temuta. Che si disegna in ombre sui muri, macchie sul sole, polvere dell’aria, che improvvisa si posa sugli occhi, a oscurare la pupilla, senza però mai riuscire a sottrarle la luce di quella sua ansia di vedere, scrutare, capire. Gli occhi della poetessa si muovono alla ricerca, tra squarci improvvisi su panorami intravisti e lunghe soste contemplative. Il suo è un passo che non sonda il terreno prima di posarsi, non calcola, non teme, o se pure teme, supera. Un passo che disegna l’andatura di chi trae energia dalla semplice constatazione del respiro, dell’essere al mondo per non esserci banalmente, bensì testimoniando della propria presenza d’amore.

 “Anche tu battezzi forza la mia pena / e splendore degli occhi / il chiarore del pianto”, scrive Rossella Tempesta, rivolgendosi a un tu onnipresente nelle sue poesie, eppure spesso distante nel tempo e/o nello spazio, e facendo appello al lettore stesso, forse, affinché guardi con più attenzione e comprenda. Ed è l’acuto di una voce che, pur vibrando spesso di gioia e di forza, grida per essere ri-conosciuta nella sua totalità, nella sua compresenza di toni, per appartenere. È il levarsi di una voce che conosce abissi profondi di solitudine repentina, in cui proprio dal dolore, della memoria e di ciò che nel presente non lo è, trae il proprio slancio. Questa voce non è acqua che sgorga felicemente dalla fonte, ma flusso che risale contro la corrente, talvolta stentando, mai cedendo, che continua a sperare di “trovare l’uscita”: verso il desiderio, la vita.

Questa poesia non offre certezze, non indica appigli o approdi in porti sicuri. Non mette mai la parola fine – ed è forse per questo che spesso manca il punto fermo al termine del verso finale di molte poesie, che restano così aperte al respiro.

È “l’incapacità di stare / ferma sui piedi uniti / a dire di qualcosa un mai.” Esortazione al tentativo, al rischio. Perché anche l’errore è commesso felicemente, da un’ansia d’amore come energia vitale che spezza ogni rimpianto: “di certe donne – / mai una passione stravolgente, mai sbagliata / la misura, la scelta, il modo di stare al mondo –“ “Io non così, io di me rinnego tutto / e tutto ancora”.

In questa raccolta Rossella Tempesta tratteggia e ci offre il suo destino di madre e moglie, di figlia e amica, senza però mai mettere a tacere la voce eternamente bambina che la abita e che albeggia nei versi. Una voce che forse a volte la poetessa tenta di tenere a freno, di zittire, attutire, come “una invereconda, tardiva, / adolescenza.” Ma che sempre ritorna, rivendicando il proprio spazio, il proprio diritto a “Vivere nel bisogno di sognare / di avere innumerevoli illusioni / e progettare cambi di scenario, / futuri differenti, con differenti snodi nel passato.” È quando questa “piccola” voce è lasciata a briglia sciolta che si alza il canto più bello, (pre)potente, senza più ombre né lacrime: “Ti avrei fatto vedere, con un po’ di coraggio, / iniziando dalla rincorsa a sbattere sbattere le braccia / a fendere l’aria e spiccare // un volo pazzesco”.

Credo sia per questa compresenza di voci e di piani temporali – passato, presente, della poetessa e della sua terra, delle persone amate e di quelle perdute – e di voci – quella bambina che (pre)tende e quella adulta che (con)tiene – a stupire continuamente il lettore, a spiazzarlo, spesso, trasportandolo all’improvviso da una luce accecante e gioiosa, quasi del tutto pura, a perfette oscurità circolari in cui sembra di doversi smarrire.

C’è in questo libro un’insita, vitale contraddizione, un costante, propulsivo dualismo, che non è studiato né orchestrato, ma disegnato dal naturale svolgimento dei versi nel loro disegnare la vita come avviene. C’è un odio/amore per la città di Napoli, una ricerca del passato e uno spavento di fronte al riaffiorare del ricordo ancora troppo nitido e vero per chi profondamente sente e ne è segnato.

Più di tutto c’è uno stupore reverenziale di fronte alla grandezza incontenibile della natura fin nelle sue più piccole manifestazioni. “Niente vorrei toccare, vorrei abdicare. / Cederei l’arbitrio alla natura, / finalmente.” Scrive la poetessa. Perché la natura sa, la natura procede rispettando i propri ritmi, che solo l’opera dell’uomo riesce a spezzare ed alterare, eppure mai del tutto. Perché la natura, come la poetessa – che in essa si riflette riconoscendovi se stessa –  non si arrende, non si lascia mai addomesticare del tutto, continua a tendere verso la luce, verso la libertà: “Costringi e costringi ma le radici svelgono l’asfalto, / i giardini si sporgono dalle ringhiere / e le siepi oltrepassano i recinti. / La terra è nostra, dicono. È nostra anche la città.”

Quella di Rossella Tempesta è una poesia che soltanto brevemente si ripiega verso l’interno, per poi proiettarsi con forza, violenza, anche, all’esterno, tentando di abbracciare, conscia di non poter circoscrivere e contenere, stupita, a volte anche ferita da una bellezza che non salva, né salva se stessa, così come la magia del paradosso di Napoli, “città presepiale, / deserta di pastori e affollata / di case e lucine”, pregna dell’” odore pungente di pane sapido”, o sormontata da un “cielo indaco e sabbia”. Napoli, bellissima, e al contempo “piaga bagnata dal mare. / Terrazzatissima, tutto vano, inferno con panorama.” Città che “ mette tristezza, fa pena la sua gente assediata. / Dal traffico, dalla fatiscenza, dalle merde di cani domestici.”

Ma non è solo la constatazione del degrado ambientale e del mancato rispetto dovuto alla bellezza a segnare l’anima della poetessa, a incrinarne il canto e disegnare ombre nell’iride, bensì anche la compassione che deriva proprio da quello slancio verso l’esterno, da quel cercarsi fuori, per riconoscervi il proprio stesso buio invincibile: “io sento il petto sotto croci a migliaia / come uncini di tutti i dolori della terra e dei miei, / che pianto alberi solo nei tuoi occhi, / e per un niente che mi dica sì.”

È il senso di impotenza, di debolezza intrinseca oltre ogni sforzo di risalita, che nasce dalla consapevolezza “che non sappiamo mai / accompagnare nessuno, per la vergogna di essere vivi,”

La poetessa non si ferma e non ci ferma ad assaporare la gioia, ma spesso si lascia avvolgere dall’ombra, tutta tesa al conseguimento della propria totalità di persona fatta di passato e presente e proiezione futura. Allo stesso modo, sembra voler vedere di più, scrutare oltre la superficie. Non vuole lasciarsi ingannare dallo splendore che di primo acchito acceca, bensì vuole offrirci il chiaroscuro, il gioco di luci del reale: “Sotto la volta notturna resterei / ad osservare incredula la frenesia mortale / di strani uomini, piccoli, / divoratori di simili, adoratori di metalli e carte, / narcisi decadenti, che ignorano la putrescenza del riflesso.”

Tutto questo però non acceca l’occhio bambino, che vede oltre le forme, ricrea la realtà, potenziandone la vita, moltiplicandola: le aree di servizio appaiono come “slarghi sormontati da grandi vele bianche”; la via Emilia “sembra un mare dentro”; le pale eoliche ”paiono fusi che / riavvolgono rapidamente filo azzurro cielo, / o compassi spalancati a disegnare la perfezione del cerchio, all’infinito”; le imbarcazioni piccole dei pescatori “sembrano ferri da stiro sul mare così piatto, / ripiegano la notte / rendono così liscio questo mio nuovo giorno.” Quella di Rossella Tempesta è una poesia che non si arrende: né al lirismo di maniera, o a una certa tendenza “bucolica” di ritorno, né all’impoverimento della lingua poetica, che qui rivendica il suo diritto a riplasmare il reale, o riscoprirne le potenzialità infinitamente metamorfiche.

Eloquente e più che mai centrato è dunque il titolo di questo libro, animato dall’impazienza di dire la vita mentre avviene, senza pretesa di spiegare o di capire, perché “Tutto, si accorge, era da sempre nella medesima azione. / Inconoscibilità, appassionante mistero che è vivere”.


[1] Prefazione a ROSSELLA TEMPESTA, L’impaziente, Boopen, Napoli 2009.

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