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Tristanzuoli & Semprelievi

In questi giorni un po’ mi manca l’esilarante amichevole che ogni anno andava in onda in rete nei dintorni di Natale tra le due nutrite squadre d’irriducibili avversari: quelli che facevano l’albero e iniziavano a comprare i regali a ottobre anche per gli ex compagni dell’asilo, per poi scoprire che erano finiti al cimitero nel Precambriano, e quelli che deploravano indignati cotanto zelo, soffrendo le pene dell’inferno a causa del tripudio di panettoni e luminarie fuori tempo; quelli che iniziavano a pensare al cenone due mesi prima e quelli che rinfacciavano loro i bambini che muoiono di fame in Argentina; quelli che impazzivano alla vigilia e quelli che venivano colti da infezione fungina. Tra Snob & Superficiali, insomma. Tristranzuoli & Semprelievi. Intellettuali & Normali. Tra Eletti e ‘Popolo Bue’. Quest’anno sono passati tutti al professionismo: il Natale è la palla al centro nella partita delle ideologie. Il Cenone è la Champions di chi combatte contro la fantomatica Dittatura Sanitaria e le oscure trame di Bill Gates. Sono certa che presto si leveranno alte dagli spalti le voci dei difensori del Presepe contro chi vuole regolamentarne il numero delle capre. Quando il gioco si fa duro e i duri iniziano a giocare, non c’è più gusto per noi spettatori sanguemisto, intellettuali inattuali e pure fieramente buoi. Perfino gli snob sembrano guariti, oppure contagiati a loro volta da frenesia d’acquisto, programmazione culinaria compulsiva e pianificazione festiva ossessiva, vittime inermi di una epidemia di edonismo e consumismo esasperato per cui non c’è rimedio, e nessuno ha intenzione di trovarlo. È vero che l’accumulo materiale è anche l’unico modo per esorcizzare la morte rimasto a disposizione di quella parte della società tanto viziata e insofferente, tanto dimentica del sacrificio, da perdere ogni strumento interiore necessario ad accettare la realtà e metabolizzare il dolore. È vero che se hai piena la panza è più facile negare l’evidenza. Ma il risultato è straniante. Gente che vive per contemplarsi l’ombelico ce n’è sempre stata. La novità è la cinica ostentazione d’egoismo, l’assenza di pudore e di rispetto nei confronti di chi ha perso persone care, di chi sta rischiando di morire, di chi sta cercando di curare, di chi ha ben altro a cui pensare. Si è dissolto anche quel residuo senso di vergogna indotta che un tempo spingeva i menefreghisti estremisti a fingere almeno un po’ di ritegno e moderazione di fronte alle tragedie collettive. Sembra impossibile, alieno. Non c’è più alcun freno. L’idea di condividere un comune destino non li sfiora nemmeno. Ma il dramma è che il sentire non s’impone. Consola sapere che c’è anche tutto un mondo altro. Solo che se ne sta in silenzio. Oppure la sua voce non ci raggiunge, come non ci raggiungeva quella dei migranti quando erano loro la palla al centro nella partita delle ideologie tra le opposte tifoserie dei diversi schieramenti politici. Oggi a essere sommersa è la voce delle persone che stanno veramente soffrendo – psicologicamente, materialmente, o entrambe le cose – a causa della pandemia. È la voce di chi non vedremo scendere in piazza né collegarsi sui social per sbraitare in diretta, perché troppo impegnato a salvare la buccia. È la voce afona dell’onestà e della dignità del dolore, che non ha spazio in rete, dove bisogna avere tutti vite perfette. A dire il vero, rischi che i nemici alzino la cresta. Gli avatar non piangono e non fanno mai la cacca. Al bagno vanno al massimo per farsi un selfie in perizoma. I follower sniffano la pista dei soldi e del potere, pieni d’ammirazione per chi ha costruito sul nulla un impero, mica per il padre di famiglia che ha sgobbato una vita intera per comprare un monolocale ai figli alla periferia di Formentera.

Forse anche quelli per cui scrivo non passeranno mai di qui, scambiandolo per un sito di letteratura, che oggi è un hobby di privilegiati che si rivolgono ad altri privilegiati, schiacciando con ferocia corporativa ogni altra alternativa.

Ci chiediamo come abbia fatto la Cina a uscire dalla pandemia. C’è chi tira fuori qualche astrusa fantateoria. Qualcun altro fa timidamente notare che là fuori c’è una dittatura per davvero. Ma la Corea del Sud allora? È che la civiltà orientale vive una spiritualità più sentita e profonda di quella che fingiamo in Occidente, più attenta alla connessione dell’uno col tutto, più consapevole dei flussi di energie, più avvezza all’esercizio dell’attenzione e alla pratica della gentilezza. La spiritualità è qualcosa che prescinde dalla professione di un credo religioso e la trascende. Per questo ne costituisce il presupposto. In sua assenza, l’insieme di pratiche e rituali religiosi finisce per rappresentare un impedimento, piuttosto che un’esortazione al contatto intimo e intenso con il sé, perché in ogni culto è insito il rischio del suo contrappunto: la deriva dell’esteriorità che allontana dal centro.

Per me Natale sono tutti i Natali, soprattutto quelli dell’infanzia, quando andavamo a Roma dai nonni. C’era la casa di nonna Teresina e nonno Michele, povera, fredda, cadente, in Via Napoleone III, e quella di nonna Teresa, calda, elegante, accogliente, in Via Nomentana. Io volevo sempre dormire da Sisina e Miché, perché sentivo più intensamente il loro amore, e perché avevano un modo di dimostrarlo più vicino a quello di noi da bambini. Non c’erano popolosi, infiniti cenoni, perché la mia famiglia era tutta sparpagliata tra centro e sud Italia. Ma in qualche modo allora ci si ritrovava tutti anche in assenza e pur senza avere a disposizione i mezzi introdotti nell’era virtuale.

Non c’era il profluvio di costosi regali di cui tanti bambini sono sommersi oggi. Per fortuna. Perché i miei fratelli e io con uno solo di quei regali saremmo stati felici fino al Natale successivo. Senza neppure il bisogno che i nostri genitori ci schiaffassero tronfi sui social come uno dei tanti trofei da allineare giorno dopo giorno in bacheca. Oggi tanti bambini sbirciano i doni di sguincio, sollevando appena lo sguardo dal televisore portatile o dallo smartphone. Li maneggiano annoiati con indifferenza. Infine li mettono da parte, come faranno in futuro con le persone, gli affetti, gli ideali. Come fanno con gli animali comprati dai genitori per soddisfare un capriccio passeggero che si risolve nell’abbandono.

Da allora di regali – a parte mia madre – non me ne ha fatti più nessuno, neppure negli anni universitari a Pisa, epoca cui risalgono i miei ultimi amici veri. Eravamo tutti senza soldi e fuorisede. Natale tornavamo tutti a festeggiarlo in famiglia. Pazienza. Fare regali mi piace molto più che riceverli. Ne faccio pochi, a chi condivide con me il quotidiano, a chi lo farà in futuro. Se avessi soldi non farei più regali, ma più grandi, perché ho sempre avuto le mani bucate per i doni, come per i miei animali, per i quali ogni giorno è Natale.

Mi piacciono anche le luci che illuminano il centro, soprattutto quelle meno invadenti. E le decorazioni che s’inventano i privati, magari per ravvivare un triste angolo di strada, senza tornaconto, come un dono per gli sconosciuti passanti.

Cerco di aggirare la gara a chi arriva prima a Natale. Provo angoscia di fronte alla corsa disperata e vacua che tradisce il tentativo di colmare il vuoto con l’eccesso materiale. Non voglio comprare panettoni a novembre, anche se sono già scontati e costano meno del pane. Non voglio bruciarmi l’attesa: si perde il senso di quel che si attende, perché si consuma prima che avvenga.

Credo che questo non potrà che essere un Natale diverso. Non ho mai capito così bene la poesia di Ungaretti come quest’anno, che ho tanta stanchezza morale sulle spalle, non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade, e nemmeno di addobbare l’alberello cinese, figurati pensare al cenone. Ma niente di tutto questo mi pesa. Mi peserebbe il contrario. Mi manca solo non avere più il focolare che avevo in una delle mie precedenti case, attorno al quale radunare le persone care, le anime di quelle andate, l’amore degli amici lontani, le voci di quelli futuri. E poi qui siamo ancora tutti vivi, nonostante la pandemia, e tutto il resto. Soprattutto il resto. What else.

lunedì 16 – giovedì 19 novembre 2020

Chiara De Luca

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