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I covidioti

Covidiota è l’epiteto coniato dai covilluminati (di cui abbiamo visto qualche pittoresco esempio qui) per designare un nuovo ceppo umano scaturito dalla pandemia: quelli che vorrebbero uscirne, smettere di scorrere ogni giorno liste di malati e morti per tutti i gusti; possibilmente non morire di stenti nel frattempo. Ma il linguista – mano al Devánāgarī – non sta certo qui a smacchiare le regioni. Non vi sfuggirà come il neologismo covi-d- iota condivida il suffisso con la parola sanscrita *p (ap, paj, pū) – d – iota, riconducibile al ceppo del protoindoeuropeo sinistrato. Tutto lascia dunque supporre che il virus sia stato prodotto nei laboratori morfologici della sinistra estinta. Tesi avvalorata dalla subdola usanza di colorare di rosso le regioni dov’è consuetudine mangiare bambini e boicottare aperitivi.

Gli studiosi d’archeologia fenicio-punica sono invece del parere che il suffisso –iota sia da ricondursi a yōd (anche yodh, yod, yud, jodh, jod, jud o iod), decima lettera di molti alfabeti fenici. La tesi è altresì avvalorata dal celebre passo evangelico: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto” (Mt 5, 18). Test clinici dimostrano come il Covid sia stato isolato per la prima volta tra le rovine di un sinistro laboratorio dell’antica città di Cartagine – rasa al suolo in occasione della III Guerra Punica – per poi essere a lungo conservato nei ghiacciai groenlandesi, fino al momento in cui i cinesi li hanno fatti esplodere coi petardi su ordine del Vaticano, nell’intento di ripristinare l’Impero Romano e rovinare il cenone di Natale agli italiani. Ulteriore riprova apocrifa ne sarebbe il fatto che Gesù Cristo non è morto di Covid, ma con Covid, a seguito di sputi e stigmate pregresse. Se non ci credete andatevelo a googlare.

Ma gli studiosi di entomologia comparata applicata alla pragmatica degli idioletti in chiave antropologica sostengono che il neologismo covidiota sia soltanto una variante emergenziale del lemma utilizzato in tempo di pace per designare il cittadino che rispetta le norme implicite di convivenza, perfino quando non vi sia un plotone d’esecuzione in vista o una camionetta dell’esercito nei pressi: l’idiota. Quello degli idioti non è tanto servilismo, più voglia di non passare la vita a contemplarsi l’ombelico.

 

I covidioti acquisiti

Durante il lockdown, l’idiozia era diventata gloriosamente più contagiosa del Covid: gli italioti si erano riscoperti un po’ tutti covidioti. Tanto che – a distanza di tre mesi – ne eravamo quasi fuori, e in giro si mormorava che, una volta tanto, non fossimo i peggiori, ma ben più svizzeri degli svizzeri veri. Preoccupati dal primato inusitato, i covilluminati hanno moltiplicato gli inviti alla Libertà! Alla Vita! E ci siamo bruciati tutto il vantaggio, mentre il virus veleggiava dalle Alpi alle Piramidi a bordo degli asintomatici come un pirata nella stiva, e scivolava dal Manzanarre al Reno in funivia. È che alcuni erano stati idioti obtorto collo, impostori dell’ultima ora, senza competenza pregressa né convinzione inde/fessa. Lo erano solo per paura di morire, non per proteggere le persone care, né tantomeno per il bene comune.

Quando si sono moltiplicati i video motivazionali degli influenzer felici, che sbarellavano ballando col Covid e flirtando con le flebo, quando gli untori hanno cominciato a rivelare come a morire fossero soprattutto le donne senza figli, i single, gli artisti, gli anziani, i cinquantenni, i poeti, e altri soggetti inutili al processo pro- e/o riproduttivo, si sono dati tutti alla pazza gioia, come individui in catene, che hanno bisogno di restrizioni imposte per comportarsi da persone civili. Come quei poveri cani cittadini tenuti sempre al guinzaglio o dentro le borsette: quando sganci il moschettone o apri la fibbia, partono a razzo e corrono alla cieca senza direzione, per non dover mangiare più ogni giorno merdosi croccantini.

Di contro, i cani sciolti – che la libertà non sanno più dove mettersela – hanno festeggiato il Quattro Maggio all’insegna della continuità, senza isterie collettive, sebbene durante il lockdown si fossero registrati numerosi casi d’intemperanza tra le loro fila. Essendoci il consueto assembramento dalla parte del giusto, qualcuno di loro è stato tentato di sedersi da quella del torto, giusto per provare l’ebbrezza di fare il furbo – una volta tanto che stava al guinzaglio! C’è chi ha dato la scalata al Monte Bianco e chi ha portato l’iguana a passeggio nel parco; c’è chi si è messo a gareggiare coi poliziotti sul lungomare e chi ha svaligiato un intero canile. Le cose o non si fanno, o si fanno quando rischi il multone.

Gli idioti neoarrivati, invece, essendo chiusi locali e ristoranti – la Libertà! La Vita! – non avrebbero saputo dove sedersi. Perciò sono rimasti sul divano, col telecomando in mano.

Riconoscere i furbi convertiti era facile: come tutti i neofiti, erano i più zelanti nei compiti a casa. Non avendo mai rispettato una regola in vita loro, volevano che il mondo sapesse quanto fossero ligi al dovere. Volevano essere i primi della classe. Se ne stavano sui balconi come cecchini, pronti a sparare ai trasgressori. Facevano anche i compitini spontanei per la vacanza, aprendo pagine social dedicate alla delazione e a deiezioni varie ed eventuali. I loro bersagli d’elezione erano i corridori e i proprietari di cani, perché correre è la libertà e i cani sono l’amore, tutte cose a loro ignote e perciò temute, sebbene siano le più utili a rafforzare le difese immunitarie.

Se gli idioti di lungo corso facessero la stessa cosa in tempi di pace, per i furbi sarebbe la fine. Ma davanti alla volgarità, gli idioti sono abituati ad abbozzare, per non passare la vita a litigare. Incazzarsi è così antiestetico. Loro lo fanno solo sulla carta. Uno sprezzante silenzio è molto più elegante.

Gli idioti di lungo corso non avevano bisogno del Covid per sapere cosa conta nella vita. In presenza di assembramenti di furbi, hanno sempre viaggiato a risparmio energetico, come i Weimaraner in assenza di uccelli; come i neuroni nel cervello di Lotito; come il virus nella saliva di Zuccatelli; come le mogli in assenza di soldi sulla carta di credito dei consorti. Gli idioti sono soliti osservare con sorriso zen chi ti taglia la strada con prepotenza; chi si fa largo ovunque con arroganza; chi passa col rosso all’alba; chi semina cacche di cane in giro, per poi darti dello scemo, perché raccogli pure quando non ti vede nessuno; chi ti passa davanti in fila perché ha scordato lo smartphone a casa o ha le luci di posizione accese; chi getta cartacce in giro perché non riesce a far centro nel cestino da lontano; chi si smacchia l’anima dentro le chiese; chi ti fa le scarpe perché ha santi in paradiso; chi evade e ti sfotte perché paghi le tasse; chi fotte e frega e se ne vanta; chi mente e inganna e la fa franca; chi chioccia, chiacchiera e calunnia, ecc., ecc., ecc.

 

La caduta dall’arcobaleno

Dopo avere maturato il sospetto che il loro ombelico non fosse il centro del mondo, gli idioti d’adozione ci avevano quasi preso gusto. Avevano riscoperto i veri valori (Netflix, l’estetista a distanza, il cibo d’asporto, il cielo in una stanza). In molti si erano ricordati di avere in casa un cane, perché veniva buono come scusa per uscire. Avevano scoperto che esiste Madre Natura, e che si stava riappropriando degli spazi urbani. Si lasciavano andare a emozioni contrastanti, un po’ come voi, quando vi fiondate qui in massa di nascosto non appena starnutisco un testo, ma vi fareste mozzare le dita a una a una, piuttosto che lasciare un segno di vita e finire nel mirino delle vedette della Repubblica delle Lettere, la sola vera Dittatura della paura, fondata sul plagio e la censura; come me, quando gli autori mi dicono che dovrei fare investimenti, ma io non ho un’auto, e farli con quella di qualcun altro non sarebbe onesto nei suoi confronti; come i caltagironi mancati, quando millantano relazioni con ignari tapini di cui non sanno nemmeno i colori, perché in rete hanno trovato solo foto in bianco e nero; come le scrittrici obbedienti e gli altri agelasti, quando vengono qui seriosi & tristi, intenzionati a fraintendere i miei gargarismi: manuale di scrittura alla mano, sugli occhi un velo, nei timpani dell’anima una cera di gelo, non si accorgono nemmeno che gioco con il suono e mi stono, prendendo per il culo me, la Kultura, e soprattutto loro, sebbene anch’io – con la moltitudine di stili che mi appartiene – saprei mettere benissimo insieme quei graziosi temini rolliani tutti uguali a prova di editori industriali – con le frasi mozze, i congiuntivi creativi, le parole piatte e la consecutio a cazzo – che appestano le librerie, ma non è in rete che si fa letteratura (è pieno di analfabeti funzionali: il 99% degli addetti ai lavori), semmai graziosi origami da scrittore di sistema, che noia; come gli intellettuali, sempre al servizio di Verità & Bellezza, tanto da essere disposti a credere che la Madonna sia apparsa nuda a Erode, che un cammello passi per la cruna di un ago, che Gesù Cristo ballasse in bichini con Barabba in balera, che un asino voli; come quelli che fingono stima o attenzione, ma senza mai chiamarti per nome, e sanno di essere – tra i turpi morti viventi – quelli che fanno più male, perché l’odio aperto è molto più leale; come i lettori languidi e le lettrici esangui – quelli feroci e forti li hanno estinti – criminali letterari più efferati degli scrittori, fruitori di libri che hanno visto in tivvu e sui giornali, da bere tuttodunfiato come aperitivi; come chi si fissa con un avatar visto dalla finestra dei social, ma se ci dovesse trascorrere un’ora insieme metterebbe mano al fucile. Infatti, non appena hanno riaperto le gabbie, gli umani hanno ripreso a pianificare genocidi animali e stragi vegetali, a foraggiare allevamenti intensivi, a giustiziare intere famiglie di cinghiali nei parchi giochi per bambini. Gli editori commerciali hanno preso a stampare scaltri librini animalari ed eco-solidali e i cani sono tornati a marcire sui divani o sotto i tavoli degli aperitivi. Ma noi restiamo umani. In fondo ancora c’indigniamo come bisce a digiuno se in Olanda decidono di sopprimere 17 milioni di visoni perché positivi a una mutazione del Covid. Peccato che ogni anno ne vengano sterminati 50 milioni per riscaldare un treno pieno di signori. Magari i virus fossero prodotti in laboratorio! Magari lo fosse l’inquinamento ambientale selvaggio che contribuisce al processo di devastazione ecologica e climatica in atto. Invece nascono dal quotidiano orrore di migliaia e migliaia di vite – ammassate, stipate, pressate, assembrate, schiacciate – negli allevamenti intensivi, per essere sterminate in nome di spreco, sperpero e sfregio alla miseria.

 

Il Tubo di Williams

È che non abbiamo memoria, neanche la RAM. Stiamo ancora al Tubo di Williams. Tre mesi di lockdown sono stati dimenticati – e perciò vanificati – il Quattro Maggio stesso, quando i covilluminati si sono ritrovati smarriti: “E mo’ quando ci ricapita una pandemia fatta così bene?” S’interrogavano tra loro. “Se le capre tornano nell’inospitale mondo reale, chi segue le nostre dirette compulsive dalla Torre d’Avorio? Chi pastura il nostro ego ogni mezz’ora?”.

I covidioti acquisiti erano precipitati di fresco da peri, balconi e arcobaleni, con il Libro Cuore ancora nei pensieri, le bustine di lievito strette forte forte tra le mani, quando i Rivoluzionari al contrario hanno iniziato a cantare “Anche se i cimiteri / Sono già tutti pieni / E se negli ospedali / È già peggio di ieri / Se la paura d’infettare / vi fa metter mascherine / Se il virus vi ha lasciato / Solo i ragni nelle cantine / Accenderemo le nostre grancasse / E tutte le zone saranno rosse / Per quanto siate dei poveracci / avete ancora quattro stracci”. Non c’è da stupirsi, in questo mondo capovolto, dove Gramsci finisce sulle bacheche dei sovranisti e Harvey (per i nemici Weinstein) diventa in un libro uno di voi (vi ci mancava giusto lui).

Giorno dopo giorno, i covidioti acquisiti si sono rifatti furbi, ma in misura maggiore di prima. Come l’ex fumatore che ci ricade quando un tossico sul treno gli dice che un amico del cuggino ha fumato con convinzione fino a 90 anni senza essere intubato, per poi morire in monopattino sulla circonvallazione. Adesso sono i furbi di ritorno a insegnarci cosa conta nella vita, facendo la ronda attorno agli ospedali, per contare i posti letto rimasti liberi nei parcheggi e sui balconi, con l’intento di dimostrare come i covidioti siano dei visionari; i virologi degli impostori; i medici e gli infermieri attori hollywoodiani; le ambulanze modellini Polistil da testare. Vili. Tutti al soldo del nipote cinese di Bill Gates, nel turpe intento di boicottare gli aperitivi.

Dal canto loro, i covidioti talebani si sono rassegnati ad attendere che il virus se ne torni sua sponte a viaggiare nella stiva, all’alba della primavera 2021. A quel punto, prima che su di noi si abbatta la terza ondata sollevata da un novello svacco estivo collettivo, sarà sufficiente iniettare il vaccino dentro tutte le zuccheriere all’ora dell’aperitivo, per neutralizzare l’azione dei covidioti, che – rimasti ormai disoccupati – si saranno riciclati novax e complottisti pancini.

Dalle loro ville a prova di quarantena, con campo da tennis e piscina, avvolti in una dolce musica soffusa, i covidioti cerchiobottisti invitano gli estremisti alla calma, alla comprensione nei confronti dei Fratelli intemperanti: bisogna rispettare tutti coloro che la pensano diversamente – spiegano con gesto ecumenico e ampio – lasciare che ognuno segua la sua strada, riempiendole tutte con necrofilo ardore, come in un immane, eterno carnevale.

Mercoledì 4 – domenica 8 novembre 2020

Chiara De Luca

 

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