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Un amore felice

Tutto d’un tratto, lungo i viali serpeggianti, mentre le luci del centro cittadino andavano stagliandosi sempre più nette all’orizzonte, mentre scivolava nella notte nascente, cominciai a udire un canto alto e invadente, che credevo ormai dimenticato, un autentico inno sfrenato all’esistente.

Era un canto ammaliante, come una lieve, eppure intensa e trascinante eco di sirene, una melodia che mi riportava alla mente mille episodi della mia travagliata vita, mille volti, mille avventure, fughe e sventure.

Era un canto di gioia ed energia, una sinfonia polifonica che pareva risultato dell’accordo perfetto di una moltitudine d’ignoti, celestiali strumenti.

Era un canto ininterrotto, che mi precedeva per continuare all’infinito, perdersi in lontananza, e scivolare oltre la linea dell’orizzonte evanescente. Non riuscivo a distinguere con certezza le note di quella musica divina, a isolare le parole di quel grido d’angeli dalle frullanti ali infine liberate.

Non ero in grado di stabilire la provenienza di quell’ode alla libertà, che sormontava ogni roboante minaccia scaturita dall’incombente frastuono dell’invadente realtà urbana, dall’imprevedibile e inconsulto ondeggiare di miriadi di occhieggiami Bruchi Arancioni, e flottiglie di portarei cariche di danarosi pinguini grigi e solitari. Eppure quel canto parlava proprio a me, m’insinuava nelle orecchie inaudite parole suadenti d’amore.

Un amore ritrovato quando ormai pareva perduto per sempre, un amore che aveva lasciato dentro di me un baratro, oltre ogni illusorio tentativo di farmi una ragione della sua apparente, inesorabile fine.

Nell’udire quel canto altro, Inox mi si sciolse in petto come un panetto di burro tradotto all’Equatore nottetempo. Io mi sporsi in avanti, e notai che la Minuzza aveva riaperto l’occhio: una scia di luce si spalmava allegramente sull’asfalto dal centro esatto della sua fronte.

Dando gas allo stremo, scostai il velo dal mistero: dopo qualche giorno di convalescenza, in cui si era purgata dal venefico olio scadente del discount, nutrendosi della sua consueta miscela d’ambrosia e benzina, la Minuzza aveva ritrovato la propria angelica voce originaria, in tutta la sua inconfondibile veemenza, in tutto il suo indistruttibile vigore, in tutta la sua inesauribile valenza catartica, esplosa di botto nell’alto canto liberatorio che mi aveva blandito con tanta dolcezza le orecchie, colmando di sé la Città delle Mortadelle.

Fermandomi al semaforo, udii il canto sfumare con dolcezza in un sonoro bu-bu-burp di  somma e intensa soddisfazione. Per poi levarsi in un gorgheggiante acuto allo scattare del verde.

L’idillio fu spezzato al suo climax dall’irruzione di una becera voce brutale:

“Ehi stronza, ti levi dai coglioni  con quel rottame?”

Inox ebbe un sussulto in petto, e si pietrificò, come una panetto di burro bruscamente reimportato in Antartide nell’ora di punta degli orsi bianchi.

“Tutta invidia, Minu”, dissi alla mia compagna, che annuì con un festoso brum brum bru bru bruuuum d’approvazione. “Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire“, aggiunsi. Poi mi sporsi sul bianco scudo accecante per accarezzarle la fronte, di nuovo baciata dalla luce irriverente.

 

Chiara De LucaLa Mina (stra)vagante, Fara 2006.

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