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Ursula Krechel, Orthopädie des aufrechten Ganges/Ortopedia dell’andatura eretta Featured

Orthopädie des aufrechten Ganges

 

Schon über der Wiege ein Schild:
Eintritt verboten.
Eine mörderische Gewißheit
(daß man leben muß)
frißt vom ersten Tag das Leben auf.
Später ein anderes Schild
für die im Lesen Kundigen:
Du mußt dein Leben ändern.

Alles ist erlaubt, nichts ist gestattet.
Später besuchen Kinder eine Wanderausstellung:
Der Mensch.
Wegen mutwilliger Zerstörung
bleibt die Abteilung Fortpflanzung geschlossen.

Auf den Stelzen der Kindheit
das monströse Leben abgebrochener Riesen
die Menschen werden wollten
aber nicht wußten wie.
A vendre! A louer!
Der Wohlklang schreibts an die Wand.
So bleibt das Schild ein Menschenalter hängen.
Tragödien im Schuhkarton, ausklappbar
in den verblichenen Farben der Saison.
Die wahre Menschenliebe hat Sprechstunde
freitags zwischen zehn und zwölf.
Bitte nur nach Aufforderung eintreten.
Die auf den Wartebänken sitzen
mit Gesichtern, seehundartig geschnäuzt
die verkohlten ausgebrannten Geister
auch die in Körben geborgenen Vögel
mit ölverschmierten Flügeln
angeschwemmt von der Flut
die übergewichtigen Embryonen
übertragen übertragen wie nichts
eine augenlose Rasse mit verklebtem Hirn
der Katalog der Naturereignisse blättert sich auf
die Seiten wölben sich
Lebewesen lagern in der Asservatenkammer
bis man sie braucht zum längst abgeschlossenen Beweis.

Wie nah die Nordsee schon ist.
Wider Willen stürzte ich hinein
beim Verlassen der Straßenbahn.

Du mußt dein Leben andern, sagte das Huhn zum Ei.
Aber die allmächtige Klugheit
(der lange Schatten, der sich über das Gedicht warf)
verlor das ungelebte Leben in einem Fundbüro
und was dann von ihr blieb (war sie es wirklich?)
schob sich von selbst unter die Mikroskope.
Daß man leben muß.
Daß man gelebt haben muß, um vom Leben
mitzureden.
Eine winzige Lüge bleibt übrig
so winzig, daß sie sich selbst übersieht.
Zur Aussteuer gehörten ein Paar Krücken
viel Nachsicht, ein Fernrohr, ein Gewehr.
Eine Saison der höfischen Wilderer
die standesgemäß ihre Scheitel ziehen
an denen entlang sie jagen.

 
Jetzt im kalten Sommer flog ich
barfüßig über Küsten und erkannte die Fußstapfen
der Freunde nicht mehr. An Teer dachte ich
im Traum, aber ich sah keine Schwärze.
Waren die Fußstapfen gewachsen
war die Küste in ihren Schatten getaucht
schmiegte ich mich schon ins Zwergengelichter
in dem ich übersehen werden mußte, ich weiß
aß ich von Tellerchen, trank ich
sah in Gesichter so klein, daß ich so klein
sie auf der Stelle vergaß?
Die erhöhte Miniatur blähte sich auf
doch blieb sie besänftigend klein.

Ortopedia dell’andatura eretta

 

Già sulla culla un cartello:
accesso vietato.
Una micidiale certezza
(che bisogna vivere)
divora fin dal primo giorno la vita.
In seguito un altro cartello
per gli esperti della lettura:
devi cambiare vita.

Tutto è concesso, nulla è permesso.
In seguito i bimbi visitano una mostra itinerante:
l’essere umano.
In virtù della volontaria distruzione
resta chiuso il reparto riproduzione.

Sui trampoli dell’infanzia
la mostruosa vita di enormi tronchi
che volevano diventare uomini
ma non sapevano come.
A vendre! A louer!
L’armonia scrivi sulla parete.
Così il cartello resta esposto per una generazione.
Tragedie in scatola da scarpe, ribaltabile
nei colori sbiaditi della stagione.
L’autentica filantropia ha orari di ricevimento
tutti i venerdì tra le dieci e le dodici.
Per favore entrare solo su invito.
Quelli sulle panche d’attesa siedono
con visi che ricordano il muso di una foca
sfiniti spiriti carbonizzati
anche le ceste di uccelli protetti
con le ali cosparse di petrolio
trasportati a riva dall’alta marea
gli embrioni sovrappeso
trasmisero trasmisero come niente
una razza senz’occhi con cervello incollato
il catalogo degli eventi naturali si spalanca
le pagine s’inarcano
esseri viventi sono stipati nell’archivio indiziario
finché non servono per una prova da tempo dismessa.

Com’è già vicino il Mar del Nord.
Controvoglia saltai dentro
abbandonando il tram.

Devi cambiare vita, disse all’uovo la gallina.
ma l’onnipotente intelligenza
(la lunga ombra che si gettò sulla poesia)
perse la vita non vissuta in un ufficio degli oggetti  smarriti
e cosa ne rimase poi (era lei per davvero?)
si spinse da sola sotto al microscopio.
Che si deve vivere.
Che si deve aver vissuto, per poter partecipare al
discorso sulla vita.
Resta una minuscola bugia
tanto minuscola da non vedere se stessa.
La dote comprendeva un paio di stampelle
molta indulgenza, un cannocchiale, un fucile.
Una stagione di bracconieri di corte
che per rango tracciano le righe
lungo le quali cacciano.

Ora nella fredda estate fuggii
scalza sulle coste e le orme degli amici
più non riconobbi. Al tè pensavo
in sogno, ma non ne vedevo il nero.
Erano forse cresciute le orme
affondata nella sua ombra la costa
già mi rannicchiavo nella marmaglia di nani
in cui dovevo passare inosservata, lo so
mangiai da piccoli piatti, bevetti
guardai volti così piccoli che così piccoli
li scordai sul posto?
La nobile miniatura si gonfiò
ma rimase piccola e rassicurante.

da Ursula Krechel, Corpi di parole. Poesie scelte 1979-2013, Edizioni Kolibris 2015.
Traduzione di Chiara De Luca

AVT_Ursula-Krechel_8331Ursula Krechel, è nata a Treviri nel 1947. Durante gli studi di Lingua e Letteratura tedesca, Teatro e Storia dell’arte, ha lavorato per giornali ed emittenti radiofoniche della Germania dell’Est. Durante il dottorato all’Università di Colonia, terminato nel 1972, ha lavorato come sceneggiatrice per il teatro di Dortmund e diretto diversi progetti teatrali per giovani detenuti. Due anni dopo è avvenuto il suo debutto a teatro con la pièce Erika (1974), che è stata tradotta in sei lingue. Nel 1977 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Nach Mainz, cui sono seguiti numerosi volumi di poesia, prosa, saggistica, scritture teatrali e radiofoniche. In Der Übergriff (2001), l’autrice ripercorre le tappe della propria storia, evidenziando le diverse sfaccettature della violenza, delle convenzioni acquisite e dell’auto censura, quella voce che grida incessantemente all’orecchio della donna, chiudendole con violenza la bocca. La stessa Krechel rimase a lungo in silenzio, viaggiò al di là dell’oceano, osservò e infine scrisse, per opporsi alla violenza di quella voce. Se l’orientamento delle prime opere della Krechel era essenzialmente femminista, i temi delle sue opere successive si ampliano e diversificano, la sua lingua poetica si fa più dinamica ed esplosiva. Con grande maestria linguistica e precisione formale, affronta il tema della violenza umana, che appare irrevocabilmente connessa con il desiderio erotico e l’ambizione economica. Ursula Krechel ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’International Eifel Literature Prize (1994) e il premio Martha Saalfeld (1994). Nel 1997 ha ricevuto il prestigioso premio Elisabeth Langgässer per l’insieme delle sue opere. Nel 2006, grazie a un premio della Fondazione Hermann Hesse, è stata writer in residence a Calw, Attualmente vive e scrive a Berlino, è membro del PEN tedesco e insegna come guest lecturer in numerose università.

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