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Valerio Grutt, Ti scrivo da questa notte

Ti scrivo da questa notte
di fine ottobre
con i vestiti di ghiaccio
e i bagliori dei lampioni
come se non avessi mai
scritto in vita mia.
Come se non conoscessi
parola o altro gesto
che richiami l’attenzione
in questo punto del mondo.
Ti chiedo, se è vero che ogni
richiesta del cuore viene accolta,
proteggi Beatrice e Niccolò
e i loro genitori nei giorni
e mia sorella e Claudio
e i cani, proteggi i ragazzi
catapulte e le famiglie
di padri sinceri che sbagliano
i regali e gli occhi
lucidi degli ingenui.
Proteggi questo giro pazzo
di vite e volteggiare di pianeti
pronti allo schianto, tienili
sul tuo fianco fino alla fine
e dona loro luce,
meraviglia di essere.

Siamo terra, corpi saliti dalla terra
come radici storte e possenti
e siamo luce, luce piovuta dal cielo
come fulmine in un giardino.

Ti scrivo dalla finestra umida
di una casa consumata
da grida e preghiere
e telefonate notturne
che crepano petto e tutto,
come se fossi l’unico uomo
sveglio in questa via o nel mondo.
Ti chiedo, se è vero
che sei in ascolto, proteggi
Elisa, i suoi occhi azzurri
e gli entusiasmi, i ricordi
e Mattia e Salvatore e le ore
esposte al buio, le madri
nascoste in cucine
con gli occhi luminosi
che sono porte per altre
dimensioni. Proteggi
gli slanci degli adolescenti
e le notti degli incoscienti.
Proteggi questi uomini
che girano in tondo e non capiscono
e si ammazzano e ripetono
lo stesso canto all’unisono
— da sempre e per sempre —
sappi che ti cercano,
anche quando non lo sanno
ti cercano e ridono e piangono
mentre provano a vivere, cercano
il bene, la tua luce,
lo stupore di esistere.

Siamo terra, corpi saliti dalla terra
come radici storte e possenti
e siamo luce, luce piovuta dal cielo
come fulmine in un giardino.

Ti scrivo come il canto
di un uccello perduto
in questa via di pizzerie
e megastore cinesi
come un ragazzo con la felpa
nera, un monaco che chiede
la voce di tutti i caduti
sotto le bombe del tempo
e vede il mondo
o la sua ombra salire dalla terra
con il rimpianto di chi voleva
dire e non l’ha fatto, voleva fare
e invece una casa, una storia,
lo hanno seppellito sotto il numero
dei giorni. Proteggi
i bambini che giocano
fino alla scudisciata del tramonto
e quelli che partono
per spogliarsi dall’insulto
e finiscono la sera a cercarsi
il respiro nelle tasche.
Proteggi quelli che sono andati
via da queste stanze
presi in braccio da un altro cielo.
Proteggi il pianeta e la sua pioggia
e i campi, i palazzi, le auto
in corsa verso l’inizio
per trovare nel vento, nella mente,
il coraggio di sfidare la morte.

Siamo terra, corpi saliti dalla terra
come radici storte e possenti
e siamo luce, luce piovuta dal cielo
come fulmine in un giardino.

inedito

Foto di Daniele Ferroni

Valerio Grutt è nato a Napoli nel 1983. Ha pubblicato Una città chiamata le sei di mattina (Edizioni della Meridiana, 2009), Qualcuno dica buonanotte (Alla chiara fonte editore, 2013), Andiamo (Edizioni Pulcinoelefante, 2013), Però qualcosa chiama – Poema del Cristo velato (Edizioni Alos, 2014). Alcune sue poesie sono state pubblicate nei volumi Poeti italiani underground (Ed. Il saggiatore, 2006) e Centrale di Transito (Perrone Editore, 2016).

Dal 2013 al 2016 è stato direttore del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna realizzando, tra le altre cose, l’iniziativa Le parole necessarie in collaborazione con il Policlinico Sant’Orsola. Dirige la Piccola collana di poesia Heket ed è tra i redattori del blog Interno Poesia. Vive tra Bologna, Napoli e Città del Messico. Crea performance e laboratori in collaborazione con musicisti, maghi e artisti visivi.

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