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Variazioni sul tema: Annelisa Alleva intervista Irina Mašinskaja

Irina, quando sei partita dalla Russia?

Sono partita subito dopo il putsch, alla fine di ottobre del 1991. A dicembre, come si sa, è caduta l’Unione Sovietica. Ora capisci perché me ne sono andata? E avevo, non ridere, 33 anni.

 Che cosa ti mancava di più, partendo?

Gli ultimi quattro anni li trascorremmo  in un villaggio vicino Mosca: quello fu un primo tentativo di emigrare. E proprio lì, poco tempo prima di passare l’ultima volta per Mosca, andammo, con mia figlia di quattro anni, a raccogliere le mele da una vecchietta che conoscevamo in una campagna vicina. Stavamo tornando sulla strada, al tramonto. La piccola Saša portava sulle spalle uno zaino, che ballonzolava insieme con le mele. Io mi voltai. La strada deserta saliva, e sopra c’era il cielo, ma che cielo! Dietro di noi avanzavano delle lunghe nuvole dai colori violenti, che ti straziavano il cuore. Dissi a Saša: guarda e ricordatelo – questa è la Russia. Questo mi mancò, subito, prima ancora di partire. E lei, incredibile, ricorda sempre quel paesaggio e quelle mie parole.

Che cosa ti manca di più oggi?

A volte provo un’acuta nostalgia per questo o quello dei miei amici che sono rimasti lì. E basta. Ricordo i paesaggi con amore, ma senza lacerazione: sono dentro di me. In me e nella musica: basta ascoltare il Secondo Concerto di Rachmaninov – contiene tutta la Russia, e ce n’è a sazietà per una vita intera, e oltre.

La velocità del ritmo della vita americana non cambia il tuo rapporto con la memoria e, di conseguenza, con la poesia?

No. La velocità della vita è quella che noi le diamo. Un giorno – e forse presto – partirò per posti dove il tempo scorre – e la gente parla – lentamente, diciamo come in Finlandia – e posti così si trovano molto vicino, anche nello stesso stato di New York. No, l’America ha acuito straordinariamente tutte le mie sensazioni, e in primo luogo la memoria.

Il poeta Iosif Brodskij diceva che parlare in inglese è un po’ come giocare a tennis, e parlare in russo, invece, somiglia al gioco degli scacchi. Sei d’accordo con questa definizione?

Sulle prime può sembrare un paragone gratuito e in qualche modo casuale, e invece è molto preciso. Ora, dopo aver scritto per due anni quasi esclusivamente in inglese, tornando al russo provo un piacere puramente fisico per quel cauto sfioramento, per la lenta inversione delle parole russe – assolutamente simili alle figure degli scacchi, al loro ponderato spostamento, ben lontano dall’essere sempre in avanti. È possibile che la riflessività e la molteplicità delle varianti si spieghino, almeno in parte, con la relativa libertà dell’ordine delle parole in russo. L’inglese, al contrario, è potente, preciso, un tiro con la racchetta dalle corde tese della sintassi – e la frase vola, senza spostarsi. E in più il materiale: l’elasticità delle consonanti inglesi. L’inglese è una lingua molto elastica.

Quindi non senti più l’inglese una lingua “estranea”, come l’hai chiamata in una poesia?

L’inglese mi è diventato molto familiare. Ma nei miei versi in inglese resta, probabilmente, quell’”alleggerimento” di cui parla Nabokov nella prefazione al libro Poems and Problems – proprio, secondo lui, delle sue poesie inglesi: la complessità insufficiente delle associazioni verbali (io direi: la vera complessità) e la mancanza di quello che lui ha definito in modo straordinario come constant worry of thought, la preoccupazione costante del pensiero di quello che abbiamo in sovrappiù quando scriviamo nella nostra lingua. La mia poesia “Il lupo”, per esempio, è costruita sulle sincopi e ricorda un po’ il bebop, Charlie Parker o Dizzy Gillespie. O il ritmo della marcia: mi venne in mente di notte, mentre camminavo lungo una strada deserta. Ma per me è una poesia pur sempre molto russa, anche un po’ folclorica. “Lungo lungo è il cammino / giù nel fondo del tuo petto” – è uno slittamento inesorabile giù per la montagna, e la montagna, per come la sento io, è totalmente russa.

Tu scrivi, studi, insegni, e dirigi e collabori con diverse riviste russe pubblicate all’estero, come per esempio “Storony sveta” [in inglese si chiama “Cardinal points”], la rivista online rintracciabile sul sito: www.stosvet.net. Gli altri lavori sono d’impedimento a quello tuo creativo, o, al contrario, ti sono utili?

La rivista mi prende molto tempo e forze, ma non ho altra strada: sarebbe brutto che mi tirassi indietro. E poi, anche qui si tratta di composizione. È una possibilità di prendere in mano qualcosa, di permettere a gente a cui non è dato farlo di dire cose, che sono importanti anche per me. Di stabilire un livello e le proprie convinzioni estetiche: se non lo fai, perdi il diritto di criticare la situazione letteraria. Poi bisogna guadagnarsi da vivere… Non sta bene lamentarsi: la maggior parte dell’umanità vive così. Perché dovrei vivere in modo più facile? E poi ho i miei vantaggi: l’insegnamento della matematica, per esempio, sviluppa il cervello, è una ginnastica e una disciplina del pensiero. Ma a volte ho l’impressione che farei a meno di molte cose, se non ne avessi la necessità. E farei qualcosa di più: mi occuperei più seriamente di yoga coreano.

Che rapporto hai con la traduzione dei versi tuoi e altrui? Sono – originale e  traduzione, o due originali in forma diversa?

Certo, nel caso dei miei versi si tratta di due originali. Nel caso dei versi altrui – è una variazione sul tema, come nel jazz. Ed è una questione d’onore eseguire questa variazione bene e in modo preciso.

Quali sono i tuoi poeti contemporanei preferiti fra i russi e fra gli americani?

Fra i russi Gandel’sman, Ajzenberg, Vul’f, Gandlevskij, Kenžeev. Fra quelli scomparsi di recente – Boris Ryžij. Addentrandomi di più nel passato – Arsenij Tarkovskij, il dio onnipotente della mia infanzia. Gennadij Špalikov. Oltre ci sono gli dei, gli dei… Fra gli americani Gerald Stern, Maxine Kumin, Stanley Kunitz, Anthony Hecht, Carol Frost, C.K. William, Gary Snyder. Fra i poeti americani spesso mi sono vicini proprio gli emigranti: il poeta polacco-americano Czesław Miłosz e il serbo-americano Charles Simić. Non ne farei una regola, ma è così. Miłosz in particolare è il mio poeta americano preferito. Ma a onor del vero dovrei aggiungere che fra tutti i contemporanei che amo – cioè quelli che sento vicini e che adoro – ci sono quelli che, come i poeti russi, mi colpiscono il cuore: Shakespeare e G.M. Hopkins.

Fatti da sola una domanda alla quale ti piacerebbe rispondere.

Non è un concetto nuovo, diciamocelo, ma viene dimenticato sempre più spesso nella letteratura contemporanea:

-       Che cos’è una poesia?
-       Un mistero.

  traduzione dal russo di Annelisa Alleva

da Il viandante sogna, 2004

lupo tu sei lupo lupo
lupo solitario
tutto fatto di angoli
così grigio è il tuo ciuffo
così acuto il tuo raggio
leggero il tuo passo
resta di te stesso
reggimento di te stesso
chissà perché a te stesso scià
il lupo ovunque è scià

tu non sei spiga resta
forte osso storto
il giorno non ti si addice
ti si addice la notte
è severo il tuo statuto
fatto di cento centinaia di parole
dieci risme a cento raggi
e è aperto il pugno
non ti si rimargina
in petto la sutura cicatrice

il ghigno di rocce calcaree
in cima all’onda:
così bianco il tuo ghigno
così blu il tuo sguardo
molte estati inverni
tu in me sei intero
è intera la scheggia
non ho lupo
per te parole tremende
non è questo il punto
non sei amore tu
nel guscio duro
di un’acqua così nera
brillano scorie di ghiaccio
ecco lungo il viottolo bianco
illuminato dalla luna
dal pelo da tutta la cattiveria
riluci a cento candele
voglio venire da te –
contrae gli zigomi

mi sei tutto nel mantello
resta essenza
tenero perno della mia vita
troppo a lungo mascherati
siamo andati lupo
rasentando il pozzo
non sono la costola di nessuno
e poi è ora di tornare
lungo lungo è il cammino
giù nel fondo del tuo petto

da Poeti russi oggi (a cura di Annelisa Alleva, Milano, Libri Scheiwiller, 2008, Premio Lerici Pea).

Presentazione di Irina Mašinskaja per l’antologia Poeti russi oggi

“Sono nata all’inizio del disgelo, un anno dopo il Festival della Gioventù, organizzato durante l’estate del 1957, quando, stando ai ricordi dei miei genitori, Mosca era stata conquistata da persone aperte, allegre, altre: gli stranieri, che l’avevano riempita per la prima volta dopo decenni di cortina di ferro. E i film di quegli anni – ‘Pioggia di luglio’ di Chuciev, per esempio – sono tuttora fra i miei preferiti. Ma per il primo settembre, quando stavo in fila nel cortile della scuola, era già tutto cambiato, era già iniziata e ben avviata la grande glaciazione. La segreta felicità della solitudine domestica era finita già due anni prima, spezzata dall’incubo dell’asilo. Adesso iniziava una cosa del tutto nuova, enigmatica, terribile. La mamma del mio futuro amico e compagno di classe Miša Šefer mi annodò con grande abilità i capelli con un fiocco non arancione, ma insolitamente bianco.
La glaciazione andò avanti, avanti, e a un tratto s’interruppe. Allora, in quegli strani giorni del novembre 1982, quando le macchine suonavano smarrite e incattivite all’unisono, mentre il centro della città era surrealisticamente vuoto, io ero già dottoranda alla Facoltà di Geografia dell’Università di Mosca, che avevo finito poco tempo prima, e dividevo il mio tempo fra la Biblioteca Lenin e il cinema ‘Illusione’, che frequentavo con molto più zelo. Il gelo, una Mosca depressa, ci arrampichiamo su, lungo una collinetta, dalla Taganka, verso l’altura che si affaccia sulla riva Kotel’nikov – e eccoci in alto, di fronte ho l’amata Straniera (la Biblioteca della Letteratura Straniera), dove di Nabokov c’è, ahimé, solo il volume Gogol’ – e un po’ ci diamo spintoni, un po’ ci aggiriamo davanti all’ingresso del minuscolo ‘Illusione’, nella speranza di procurarci un quasi impossibile biglietto in più. C’era per la verità un altro posto dove davano bei film: il club ‘Il tessitore rosso’, dove sulla neve calpestata aleggiava un odore allegro di caramellato, che arrivava da una fabbrica di dolci lì nei pressi.
Nel momento in cui finii il dottorato, senza accertarmi fino in fondo se fosse o no veritiera la mia audace ricostruzione climatica dell’ultima interglaciazione olocenica, a Mosca iniziava un misterioso – disgelo, forse, o magari, nuove brine: una sequela di governanti con le facce meste, una serie di nomine e di funerali – e io, disoccupata, ero in possesso di una laurea universitaria ‘rossa’ del tutto inutile, che dava un’idea geografica  piuttosto solida della Terra, e di una certa quantità di versi, che avevo scritto, più o meno seriamente, dall’età di 14 anni. Scrivevo lentamente e raramente, spesso una poesia ogni qualche anno. Ero un po’ selvatica, e piuttosto insicura per tutto quel che non riguardava i versi, e se non fosse stato per la serietà con cui i miei genitori e gli amici leggevano le mie prime prove giovanili, tutto sarebbe stato per me molto più difficile.
L’emigrazione non mi ha tanto privato, quanto, in modo del tutto inaspettato, donato: Brodskij, Aleksandr Sumerkin, Natal’ja Gorbanevskaja, Manuk Žažojan. Tutti i miei meravigliosi amici, poeti e non-poeti, sono russi e americani. Un’incredibile quantità di musica vicina alla vita e di una natura non separata. Boschi, rocce e frammenti di lago… Un senso di casa e – per la prima volta, a parte il tentativo di colpo di stato alla vigilia della partenza – un sentimento per me inatteso di partecipazione al destino di tutti. L’oceano e una New York in perenne mutamento, ora nebbiosa, ora estremamente nitida. Negli Stati Uniti ho scritto parecchi versi, articoli e, nonostante la mia personale diffidenza nei confronti di esperimenti del genere, ho cominciato piano piano a tradurre. Negli Stati Uniti sono usciti i miei primi libri. A partire dal quarto, i libri escono in Russia, dove – incredibile – ancora esistono creature meravigliose, a me care: persone che leggono i versi.
I miei antenati, fra i quali c’erano molti artigiani, mi hanno trasmesso il rispetto per la cosa semplice ben fatta. Questo, per quel che riguarda la poesia, è forse il mio unico credo. Sul resto, come ci è stato tramandato, – il silenzio.”

 Irina Mašinskaja è una poetessa conosciuta e molto stimata in Russia, anche se vive negli Stati Uniti. I poeti e i critici che hanno scritto di lei hanno sempre messo in risalto la musicalità dei suoi versi. Una musica capace di narrare, come Irina ha dimostrato con grazia e talento anche nella biografia che ha scritto per quest’antologia.
Nella sua poesia, fresca senza essere mai fredda, è presente la tradizione e il ritmo incalzante della grande città, con i suoi cinema d’essai, la musica del geniale cantautore Vladimir Vysockij  ormai scomparso da più di vent’anni, i grandi, anonimi caseggiati. Mi ha scritto in un appunto: “Le case con le finestre tutte uguali stranamente mi affascinavano, per un istante avrei voluto trasferirmi lì… dietro le tende (non gettare un’occhiata, ma proprio reincarnarmi in quella gente)”.
Tutta la poesia di questa poetessa nata il 9 aprile 1958 ruota intorno al tema della perdita, cioè dell’unicità dell’esperienza in contrasto con la riproducibilità che la nostra epoca ci propone costantemente. Unica è lei stessa, Irina, figlia unica. Fuori della finestra un mondo “čužoj”, cioè estraneo. Traumatico è l’impatto con l’asilo. Traumatici i neon dell’illuminazione a scuola. Tante, infinite le sembravano le porte della casa in coabitazione dove abitava a Mosca col marito, prima di emigrare negli Stati Uniti. Anche se in realtà non erano così tante. Tante sono le bambine che portano a Mosca il suo stesso nome, e che vengono chiamate su dal cortile la sera dalle proprie madri. Lei prova un sussulto ogni volta che viene pronunciato il suo nome, istintivamente solo suo. Sua e unica è la lingua materna, estranea comunque quella acquisita, che la rende muta come un pesce in un desolato paesaggio sottomarino, o come l’eroe di un film muto: “Non sapendo un’altra lingua – non so parlare la mia.” Tutto quel che è suo, e dunque unico, insostituibile, è irrimediabilmente perduto, cancellato dal nuovo. Ma resta l’illusione della ripetizione, per esempio il sovrapporsi delle impressioni in metropolitana, quella moscovita e quella newyorchese, così apparentemente simili. Irina, dal punto di vista dell’osservatore, si paragona a un fotografo dilettante, che sovrappone due immagini in una. Proprio quando si descrive nel vagone di coda di un treno, simbolo per eccellenza d’irreversibilità, scrive: “E’ ora di tornare all’inizio,/come in un romanzo ben congegnato.” In lei c’è un forte desiderio di fusione con il mondo, che diventa anche desiderio di fusione dell’esperienza poetica di diverse epoche e gusti, ma allo stesso tempo un più forte desiderio di autonomia (“non sono la costola di nessuno”), una calma consapevolezza del fatto che ogni cosa ha il proprio nome, e che il mondo ha un assetto museale, fatto di esemplari unici: “Forse la pioggerellina passerà per i cornicioni,/come in un film muto,/ per il mondo dei musei, dove le cose stanno ognuna – a sé.” Unica possibilità di sfuggire alla schedatura dei nomi è l’abbandono alla realtà naturale dell’amore, degli elementi, e allo stesso tempo la lucida, netta precisione che lava via dalle cose “la polverina della falsa affinità”.
Se lo stile di Svetlana Kekova, nella poesia dedicata a Brodskij, è mimetico, e quello di Losev – simile a un collage di citazioni dirette e più segrete, la poesia di Irina Mašinskaja dedicata al poeta parte da una metafora, presente nell’ultima poesia “Mi hanno rimproverato tutto, tranne il tempo”1, lì dove lui immagina di diventare dopo la morte “un tenente del cielo”. Tutta la poesia di Irina parte da questa metafora militare – dalla morte da soldato del poeta fino alla similitudine finale della stella tolta dalle spalline di un’uniforme immaginaria, perché brilli in cielo – che si espande come attraverso un telescopio, allo stesso modo in cui lo sguardo del poeta scomparso si solleva sulla foresta sempre più in alto.

Irina MaÅ¡inskaja è cofondatrice e coeditrice della rivista “Cardinal Points” (che dalla fine del 2007 è uscita anche in forma cartacea, e che si può trovare sul sito www.stosvet.net mentre la pagina del sito dell’autrice si trova sotto http://www.stosvet.net/union/Mash). – che è anche, di fatto, un progetto letterario, include la versione russa della rivista Stosvet, la casa editrice Stosvet e il Compass Translation Award – e membro del comitato di redazione delle riviste letterarie The New Review (la più vecchia rivista russa dell’emigrazione) e di Vstreči, Slovo/Word e della rivista online Storony sveta Ha pubblicato le raccolte di versi: Potomu čto my zdes’ [Perché siamo qui], nella doppia versione inglese e russa, NYC, 1995, Posle epigrafa [Dopo l’epigrafe], N.Y., 1996), Prostye vremena [Tempi semplici], Tenafly, 2000), Stichotvorenija [Poesie], M., 2001, che riunisce, rielaborate, le due raccolte precedenti, Putniku snitsja [Il viandante sogna, M., 2004], Raznočinec pervyj sneg i drugie, Stosvet Press, N.Y. 2008, Volk. Izbrannye stichotvorenija [Il lupo. Poesie scelte], NLO, M., 2009, Ofelija i masterok [Ofelia e la cazzuola], Ailuros Publishing, N.Y., 2013.

È anche traduttrice dall’inglese. Sue poesie sono tradotte in inglese, svedese, serbo. Ha insegnato matematica in un liceo del New Jersey, dove vive. Ha conseguito una laurea magistrale in Poetica nell’Università del New England.

Le poesie di Irina Mašinskaja non erano mai state tradotte prima in italiano. Il suo sito in inglese è: http://www.stosvet.net/12/mashinski/info.html

1 La metafora “lejtenantom neba” appare nella poesia “Menja uprekali vo vsem, okromja pogody,” [Mi si è rimproverato di tutto, tranne del tempo,] del 1994, in I.B., Stichotvorenija i poemy [Poesie e poemi], vol.2, Izd. Puškinskogo goda, Spb, 2011, p. 227-228.

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