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Vasko Popa

A cura di Vesna Andrejevic

Popa2Vasko Popa (1922 – 1991) è uno dei più illustri poeti serbi del Novecento. È considerato anche una delle più importanti figure della letteratura ex-jugoslava ed est-europea. Anche se ha origini romene, Popa ha cominciato fin da giovane a scrivere in lingua serba, diventando subito un vero maestro dei giochi sia poetici che lingustici. Dopo aver studiato Lingue e Letterature Romanze nelle Università di Belgrado, Vienna e Bucarest, ha dedicato tutta la vita alla letteratura, ovvero alla poesia, rivestendo la carica di direttore editoriale della casa editrice Nolit di Belgrado, a quei tempi una delle più rinomate case editrici dei Balcani. Nell’arco della sua lunga carriera, tra il 1953 e il 1984, ha pubblicato otto raccolte poetiche,  suscitando dapprima le perplessità e i giudizi negativi della critica letteraria, per poi riscuotere un successo clamoroso. Basti dire che è stato tradotto in una ventina di lingue straniere. Un poeta premiato ed elogiato nei Balcani, ma prima di tutto amato e molto letto. In due parole: innovativo e attuale.
L’uscita della sua prima raccolta poetica intitolata Scorza (1953) segna infatti un momento cruciale e di rinnovamento per la poesia serba contemporanea. Popa si è distinto subito per una identità artistica del tutto originale, proponendo un linguaggio poetico nuovo, insieme a nuovi temi e riflessioni poetici, che, seppur portando un’impronta del surrealismo, se ne distaccavano decisamente, allontanadosi da una maniera poetica onnipresente nella poesia serba dell’epoca. In seguito, con le nuove raccolte poetiche Nepočin polje (“Campo senza riposo”, 1956); Sporedno nebo (“Cielo secondario”, 1968); Uspravna zemlja (“Terra in verticale”, 1972); Vučja so (“Il sale del lupo”, 1976); Kuća nasred druma (“La casa in mezzo alla strada”, 1976); Rez (“Il taglio”, 1981) Popa conferma sempre di più la sua reputazione come uno dei maggiori poeti jugoslavi ed est-europei della poesia contemporanea del Novecento.
La sua era una simbiosi, magistralmente operata, tra  sperimentazioni linguistiche basate sulla tradizione folcloristica e  lessico urbano, tra insolite immagini poetiche e metafore, il tutto tratto dalla tradizione medievale e dalla mitologia slava. In sostanza una vera alternanza di vari registri espressivi, tra cui primeggiano il linguaggio umoristico e quello bambinesco. Per seguire questa via Popa ha dovuto prima distanziarsi dai canoni di un certo realismo, che costituivano l’elemento fondante della poesia serba all’epoca e poi formulare un nuovo linguaggio poetico tutto suo, che si caratterizza per un certo rigore sintattico e lessicale, determinato da frasi elittiche che non diminusicono affatto la ricchezza dell’esperienza poetica. Infatti, ogni poesia di Popa “narra” una certa storia ed è per questo che il poeta adopera come un’assoluta antitesi i componimenti brevi. Tra le sue figure retoriche principali è  quasi sempre presente anche l’enumerazione, con la quale a suo modo evoca la voce di un narratore popolare. Ecco perché nel leggere I suoi versi un lettore attento se ne sente da subito conquistato. La poesia di Popa entra nei pori, innescando dentro di noi le immagini archetipiche relative alla triste condizione umana, ovvero al senso della nostra esistenza.
Anche rispetto al suo vasto repertorio di temi e motivi, Popa si rivela innovativo: i temi tradizionali sono rivestiti di ironia, delle sue ricche metafore, ma prima di tutto di polisemia. I suoi sono versi sia metafisici che amorosi. Per indagare la paura e l’inquietudine dell’uomo contemporaneo, Popa si è messo alla ricerca della propria guida poetica nella contingenza e concretezza di cui è fatta la sua esperienza poetica del nostro mondo materiale. Un mondo che, stando al poeta, priva l’uomo dei suoi attributi principali, ovvero dell’umanità, facendolo precipitare nell’abiso dell’alienazione e dell’assurdo. Così nascono i suoi tanti cicli di liriche e altrettante metafore. Una di queste è la famosa metafora dei giochi con cui il poeta, rievocando la ritualità dei giochi da bambini, si ribella a una visione del mondo assai disumana, da cui l’uomo può difendersi solamente con la propria umanità. Insomma una rivolta poetica contro il dominio dell’assurdità, che oggi minaccia pericolosamente di sradicare dalla terra il concetto di bene: ”Si salta in alto in alto in alto / Fin sopra sé stessi / Da lì si cade col proprio peso / Per giorni si cade a fondo a fondo a fondo / Nel profondo del proprio abisso / Chi non si frantuma in mille pezzetti / Chi rimane intero e intero si alza / Questi gioca”.
La rivolta di Popa è totale, il poeta si serve di ogni genere di strumento, poetico e non, in quanto il suo unico scopo è quello di salvare l’uomo. Per questo i protagonisti della poesia di Vasko Popa non sono solamente esseri umani. Il suo palcoscenico lirico è occupato dalle forme cui l’uomo contemporaneo è stato ridotto dalla violenta disumanizzazione in corso. Perfino i frammenti dei corpi smembrati si ribellano: braccia, ossa, occhi, lingue, teste ecc. Così una testa senzatetto racconta la sua triste condizione: “Una testa tagliata / Fiore tra i denti / gira intorno alla Terra”, mentre due ossa dialogano su come vincere l’assurdità che pare l’unica certezza e l’unico esito dell’eterna ricerca dell’uomo di una vita felice e compiuta: Per noi ora è facile / Ci siamo liberati dalla carne / Ora faremo quel che faremo / Dimmi qualcosa / Vuoi essere la spina dorsale della folgore / Dimmi ancora qualcosa / Che vuoi che ti dica / Forse l’osso iliaco della burrasca / Dimmi qualcos’altro / Altro non so / Forse la costola dei cieli / Noi non siamo le ossa di nessuno / Dimmi qulacos’altro ancora”. In una delle sue poesie appare anche il pugnale degli occhi grigi ovvero un pugnale nudo e vivo / giace sulla Via Lattea”, che cerca disperatamente la mano che l’ha lanciato così lontano in quanto desidera fuggire dalla propria inutilità. Mentre il ciottolo, l’oggetto emblema della poesia di Popa, autentico simbolo del suo desolato paesaggio metafisico, e in quanto tale “mondo dei mondi” e protagonista di un intero ciclo di liriche, vive i suoi sogni e amori mirando in alto. Però alla fine comprende quanto è piccolo e insignificante rispetto all’ordine dell’assurdo esitenziale, diventando con il suo compagno “le lacrime di pietra” e nient’altro che “vittime di una beffa innocente / una beffa inspida senza beffatore”.
Però la metafora del ciottolo, come tutti gli altri simboli poetici di Popa, può essere letta anche in altro modo: essa rappresenta sia l’eterna persistenza che la resistenza alle dure prove del destino. Tale intepretazione proviene dal suo significato originale, tratto dalla mitologia slava. Al ciottolo si attribuiva da sempre un Popa1potere magico. Era considerato anche un talismano portafortuna assai potente e si usava perciò cucirlo dentro i pannollini di bambini. Inoltre rappresentava  la dimora delle anime dei defunti che aiutano a guarire i malati. Va detto che il ciottolo non è l’unica traccia archetipica della mitologia slava che si incontra nella poesia di Popa. C’e’ anche il lupo, specialmente il lupo zoppo, ossia la personificazione della principale divinità dei pantheon slavi. Una figura che simboleggia la vita e la morte, la forza e la debolezza. Ed è proprio per questo che è compreso in modo assai ambivalente nella poesia di Popa. Il poeta gli si rivolge con la speranza che ritornando al mito e ai primordi della storia nazionale si possa superare il sentimento della nullità e quindi anche dell’inutilità umana: “Muovi lo sguardo verso di me / Lupo zoppo / E ispirami col fuoco delle fauci / Perché io canto in tuo nome / nella lingua ancestrale dei tigli”.
È evidente che i simboli-archetipi sono mezzi molto potenti nella poesia di Popa, con cui il poeta combatte l’inquitudine e l’amarezza dell’uomo contemporaneo. Tuttavia, nonostante siano i temi seri a prevalere nella sua poesia, non mancano la magia e la bellezza dei temi e motivi più ricercati dai lettori. Infatti sono stati proprio i suoi versi amorosi a ricevere la migliore accoglienza da parte da un vasto pubblico letterario. Sebbene anch’essi non possano essere né letti né interpretati in chiave univoca e monosemantica, è ovvio che colpiscono in fondo al cuore con la propria musicalità, tanto evidente nella lingua materna del poeta. Nei Balcani intere generazioni sono cresciute con la poesia “Se non ci fossero gli occhi tuoi”. Tutto questo non perché si tratti di un testo scolastico e di lettura obbligatoria, ma perchè esso conquista il cuore da subito e a modo suo per non dire “entra sotto la pelle”. Ovvero ci fa essere di “scorza” tenera.
Insomma, un poeta mago…

 

                                                                               Vesna Andrejevic

 

* Traduzione dei versi citati nel testo: Lorenzo Casson

 

 

Traduzioni di Vesna Andrejevic, Joyce Lussu

 

Očiju tvojih da nije

 

Očiju tvojih da nije
Ne bi bilo neba
U malom našem stanu.

Smeha tvoga da nema
Zidovi ne bi nikad
Iz očiju nestajali

Slavuja tvojih da nije
Vrbe ne bi nikad
Nežno preko praga prešle.

Ruku tvojih da nije
Sunce ne bi nikad
U snu našem prenoćilo

 

 

 

 

 

Se non ci fossero gli occhi tuoi

 

Se non ci fossero gli occhi tuoi
Non ci sarebbe  il paradiso
Nel nostro piccolo appartamento

Se non ci fossero le tue risate
I muri non si dissolverebbero
Dagli occhi

Se non ci fossero i tuoi usignoli
I salici soavi mai
Varcherebbero la soglia

Se non ci fossero le mani tue
Il sole non passerebbe mai la notte
Nel nostro sogno

 

trad. di Vesna Andrejevic
Vrati mi moje krpice

 

Vrati mi moje krpice
Moje krpice od čistoga sna
Od svilenog osmeha od prugaste slutnje
Od moga čipkastoga tkiva
Moje krpice od tačkaste nade
Od žežene želje od šarenih pogleda
Od kože s moga lica
Vrati mi moje krpice
Vrati kad ti lepo kažem

 

 

 

Riddami i miei brandelli

 

Ridammi i miei brandelli
I miei brandelli di mero sogno
Fatti col sorriso di seta del mio vergolato presagio
Fatti col mio tessuto trina
I miei brandelli di speranze punteggiate                              …
Fatte con il desiderio fervente degli sguardi variegati
Fatte della pelle del mio viso
Ridammi i miei brandelli
Ridammeli una volta per sempre

 

trad. di Vesna Andrejevic
Daleko u nama

 

17

 

U moru bih spavao
U zenice ti ronim

Na pločniku bih cvetao
U hodu ti leje crtam

Na nebu bih se budio
U smehu tvom ležaj spremam

Igrao bih nevidljiv
U srce ti se zatvaram

Tišini bih te oteo
U pesmu te oblačim

 

 

 

 

 

Lontano in noi

 

17

 

È il mare dove riposerei
Sono le pupille tue in cui mi sono immerso

È il selciato dove sboccerei
Sono le aiole nel tuo cammino dove le dipingo

È il cielo dove mi desterei
Sono le risa tue dove sto per coricarmi

È la danza muta che farei
È il cuore tuo dove mi rinchiudo

È il silenzio cui ti rapirei
Sono le rime di cui ti rivesto

 

 

 

29

 

Ovo su ti usne
Koje vraćam
Tvome vratu

Ovo mi je mesečina
Koju skidam
Sa ramena tvojih

Izgubili smo se
U nepreglednim šumama
Našega sastanka

U dlanovima mojim
Zalaze i sviću
Jabučice tvoje

U grlu tvome
Pale se i gase
Zvezde moje plahe

Pronašli smo se
Na zlatnoj visoravni
Daleko u nama

 

 

 

 

 

29

 

Ecco a te le labbra
Che restituisco
Al tuo collo

Ecco a me il chiaro di luna
Che raccolgo
Dalle tue spalle

Ci siamo smarriti
Nelle selve sconfinate
Del nostro incontro

Nei miei stessi palmi
Tramontano e spuntano
Le tue piccole mele

Nella tua stessa gola
S’illuminano e spengono
Le mie stelle tremolanti

Ecco che ci siamo ritrovati
In una cima dorata
Lontano in noi

 

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

Pre igre

Zažmuri se na jedno oko
Zaviri se u sebe u svaki ugao
Pogleda se da nema eksera da nema lopova
Da nema kukavičjih jaja

Zažmuri se i na drugo oko
Čučne se pa se skoči
Skoči se visoko visoko visoko
Do na vrh samog sebe

Odakle se padne svom težinom
Danima se pada duboko duboko duboko
Na dno svoga ponora

Ko se ne razbije u paramparčad
Ko ostane čitav i čitav ostane
Taj igra

 

 

 

 

I Giochi

Si socchiude un occhio
Ci si scruta da ogni lato
Ci si accerta che non vi siano chiodi

né furfanti né uova di cuculo

Si socchiude l’altro occhio
Ci si flette e poi si salta

Si salta in alto in alto in alto
Fin sopra sé stessi

Da lì si cade col proprio peso
Per giorni si cade a fondo a fondo a fondo
Nel profondo del proprio abisso

Chi non si frantuma in mille pezzetti
Chi rimane intero e intero si alza
Questi gioca

 

trad. di Joyce Lussu
U Zaboravu

 

Iz daleke tame
Isplazila se ravnica
Nezadrživa ravnica

Razliveni događaji
Rasute uvele reči
Izravnana lica

Ovde onde
Poneka ruka od dima

Uzdasi bez vesala
Misli bez krila
Beskućni pogledi

Ovde onde
Poneki cvet od magle

Rasedlane senke
Sve tiše kopaju
Vreli pepeo smeha

 

 

 

 

Nell’oblio

Dalle tenebre lontane
la piana allunga la lingua
piana inarrrestabile

incidenti versati
parole sparse appassite
visi livellati

qua e là
manciate di fumo

sospiri senza remi
pensieri senz’ali
sguardi senza focolare

qua e là
fiori di nebbia

ombre senza sella
scavano appena
la cenere calda del riso

 

trad. di Joyce Lussu

 

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