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Vida Bardiyaz, Un tempio per il dio ignoto (anticipazione)

Il poeta ha patria ovunque e in nessun dove, ma può trovare sempre rifugio nella lingua del proprio canto. Così ha fatto Vida Bardiyaz, poeta di origini iraniane, da molti anni residente in Italia, eleggendo l’italiano come lingua della sua poesia e sua seconda patria, cui sente di appartenere quanto al suo Paese e alla sua lingua d’origine. Quella di scrivere in una lingua diversa dalla propria lingua madre è sempre una scelta coraggiosa, un gesto d’amore profondo, che ha spesso come esito una estrema cura e meticolosità nella selezione lessicale, e un’attenzione alla musicalità, al ritmo e alle armonie della lingua adottiva superiori a quelle di molti parlanti nativi. La riconoscenza per la lingua che ti ha accolto implica dedizione alla materia verbale, da plasmare con attenzione, nel rispetto di un legame forte con la tradizione di chi ha abitato prima di te la tua patria adottiva.
Il risultato in questo caso è un’opera dal respiro ventoso e dai toni epici, straordinariamente attuale, posta alla confluenza di diverse culture, come un fiume che raccoglie i rivoli delle lingue nell’esperanto della poesia, che ha messo le sue radici nell’aria. Quella di Bardiyaz è una spiritualità universale, frutto di una ricerca dell’assoluto votata alla libertà del sentire. Mai titolo è stato più adatto: il Libro si fa casa per il dio ignoro e per chi è alla sua ricerca, si fa tempio, per accogliere la riflessione e il raccoglimento interiore. La poesia di Bardiyaz è musicale, percorsa da rime, assonanze e consonanze interne. Il ritmo è trascinante, fluviale, regolare, tranne nei punti dove avviene la volontaria rottura, che isola nel bianco le parti centrali del discorso. Le scelte lessicali sono ponderate, a volte sorprendenti o spiazzanti, in ogni caso precise e accurate.
Un tempio per un dio ignoto. Manifesto per un dio liberato dalle religioni è una preghiera profana, un inno all’unica religione che tutte le legittima e contiene, senza annullare le peculiarità di ciascuna: la Libertà. Una libertà che non finisce dove comincia quella dell’altro, ma in essa confluisce, celebrando nell’abbraccio quanto di più alto può l’essere umano. Il libro è suddiviso in due momenti principali. Nella prima parte, quella più nostalgica ed evocativa, Bardiyaz ripercorre esperienze del passato, riporta alla luce volti perduti, sottratti alla cura dalla morte, oppure dalla distanza e da un difetto di attenzione. Nella seconda parte si apre il vero e proprio manifesto. La voce s’innalza in un andamento liturgico, rafforzato dall’epifora e dalla ripetizione, auspicando la liberazione della spiritualità e del sentire individuale dalle strumentalizzazioni che sono state di volta in volta fatte dei precetti delle Scritture, al fine di opprimere, soggiogare, umiliare altri popoli o controllare, indirizzare, manipolare singoli individui. Il dio di Bardiyaz non punisce e non s’infuria, non chiede pegni, sacrifici né guerre nel suo Nome. È il dio della donna oppressa e del cane abbandonato, del povero e dell’emarginato. È un dio che non fa differenze ed esige che facciamo altrettanto. È un dio che non vuole essere abbassato all’umano, ma che l’umano s’innalzi a lui. È un dio che non è buono né cattivo, ma giusto. E la giustizia è il Bene. Il peccato è non perseguirlo vivendo nel rispetto degli altri e di se stessi. Il dio ignoto non è, ma diventa nella somma di tutti noi, come in Simorgh, il mitologico uccello risultante dall’insieme delle trenta creature che volano all’unisono in lui.

Dalla prefazione di Chiara De Luca a
Un tempio per il dio ignoto. manifesto per un dio liberato dalle religioni,
opera prima di Vida Bardiyaz. In stampa per Edizioni Kolibris.

Vida cover

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