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Vladimir Levchev, “Amore in piazza”, Terra d’ulivi edizioni, 2016

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Vladimir Levchev, Amore in piazza, Terra d’ulivi edizioni, 2016. Trad. Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo

 Una lettura di Vladimir Levchev

di Sebastiano Gatto

Scrivo della poesia di Vladimir Levchev a partire un’immagine radicale: i disegni rupestri. Come vivessero i primi uomini lo sappiamo dall’antropologia, dagli scavi, dalla chimica, ma cosa sentissero, le loro paure, il loro pensiero lo capiamo in buona parte grazie a quei misteriosi, spesso complessi segni sui muri.

La letteratura bulgara manca dalla stragrande maggioranza delle biblioteche occidentali (io non faccio eccezione); i nomi di autori bulgari che si spendono in occasionali incontri letterari sono, a differenza di quanto accade con altri paesi dell’Europa dell’Est, pochissimi. A ricordarcelo è lo stesso Fabrizio Dall’Aglio, autore dell’utilissima postfazione ad Amore in piazza, uscito quest’anno per Terra d’ulivi.

Ma, proprio perché proveniente da un modo letterario così poco frequentato, la lettura di Levchev ci offre alcune rare opportunità. La prima, la più ovvia, è quella di poter conoscere un poeta di una letteratura poco nota oltre il confine bulgaro. La seconda è quella di conoscere, attraverso poche lettere su una pagina bianca, paure, sentimenti e pensieri di un popolo. Proprio come avviene con i disegni rupestri.

Le candele consumate in chiesa / dopo la Pasqua sono già fredde: questo dittico che troviamo in Fine delle anime suona come un proverbio, come qualcosa di antico. È chiaro come questi non siano solo versi, ma qualcosa di più: sono la voce che esce da un coro, da una saggezza atavica, profonda, probabilmente quella delle vittime dell’ultimo verso. Da solo, questo testo ha la forza a spalancare una finestra su un intero mondo. E ancora: Se vai per la strada a destra / tra vent’anni sarai un nonno / con due nipoti. / Se vai per la strada a sinistra / tra poco sarai travolto / dal cassone di un autocarro (da La teoria a corda). Ecco di nuovo altri brandelli di un’antica saggezza popolare.

Come si evince dai titoli delle sezioni Amore, In piazza, Dio, la poesia di Levchev ha a che fare tanto con l’occasionalità, quanto con la Storia e i pensieri ultimi. Scendendo al cuore delle pagine, ci si accorge tuttavia che in queste poesie aleggia c’è una presenza più grande, immane e silenziosa, una presenza che sta sopra (e sotto) le relazioni umane, la militanza, la religiosità: la terra. Ogni aspetto delle vite che ci racconta Levchev è condizionato dalla terra, è rappresentato da immagini che vengono dalla terra, una terra mai del tutto pacificata, mai completamente conciliante, irrequieta. Scorrendo i versi troviamo nevi nere che si ammassano sulla strada bianca, soli maturi come mele cotogne, un’aria che sa di pino e di neve; e poi, altrove, stelle fredde, terreni da cui germinano piante, alberi e fiori, ma anche astio, marciume, solitudine. Ne Lo stagno azzurro vicino a Berkovitsa, i corpi si mescolano alla terra, la strada ti arriva dentro, dolcezza e profumi si intrecciano a sensazioni di freddo, di vuoto, di buio, di nudità; in Immortalità la notte è senza luna e a spingere il vento sono vuote borse di plastica, fantasmi che non marciscono mai.

È anche, quella di Levchev (sia quella “politica” che quella “non politica”), la poesia dell’irrisolto. L’amore è intoccabile come il passato / dell’uomo senza un futuro, l’abbraccio è un gesto che si fa per non affogare, non si contemplano le stelle, ma i loro cataclismi. C’è sempre il senso che i conti non tornino, che non esista un luogo di pace, che ciò che rimane sono i resti di una polvere nemica.

Un excursus metalinguistico: già il fatto che la letteratura di un paese vicino come la Bulgaria sia ancora così poco conosciuta, è di per sé l’indice di questo anello mancante: una distanza si avverte maggiormente quando ciò che manca è vicinissimo, l’Altro, proprio perché prossimo, è sempre in qualche modo mancante. Lo stesso Levchev assegna a Dio e al diavolo l’incarico di governare le nostre distanze: Dio è la comunanza tra di noi. / Dio è ciò che non sappiamo, e, specularmente, il diavolo è la differenza tra di noi ed è il segreto / che ognuno sa per se stesso.

La poesia di Levchev ci impone dunque una domanda durissima: cosa fare in una terra in cui sempre nasceranno alberi marci, cosa fare in una terra in cui le distanze non saranno mai colmate?

Forte e chiare è la risposta di Levchev:

 

Non è l’uomo

Con le spalle al muro?

 

Lasciatelo cantare!

 

Venezia 11/03/2016

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