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Volo in verso

di Chiara De Luca

 

I

Ogni volta che qualche personaggio del mondo dello spettacolo editoriale lancia un nuovo gioco, all’inizio mi metto lì col kinder maxi, pronta a ghignarmi l’anima e distrarmi un po’ dal mondo reale. Poi però, a mano a mano che il ronzio cresce, mi stona sempre di più, finché la cioccolata mi va di traverso e il sorriso mi muore sulle labbra. È come quando gli altri bambini ti passavano le malattie esantematiche: anche se eri rimasto a casa a leggere Salgari, innamorato perso di Yanez de Gomera, mangiando la cioccolata dell’uovo di Pasqua rubata dalla credenza, a un certo punto ti ritrovavi con gli orecchioni e non ti vedevi più nello specchio. Perciò ho seguito l’esempio dei lettori: la fuga a gambe levate.

Sabato mattina mentre correvo ho visto una donna maltrattare un cane perché non voleva che posasse le zampe nell’erba. I cani si sporcano a uscire dal vialetto. Mi sono fermata e le ho detto: “Lo sa che è un essere vivente?”. “Chi?” Mi ha risposto lei. “Il cane. È un essere senziente”. Ho insistito, gentilmente. “Non sono cazzi tuoi”, mi ha detto. “Invece sì”, le ho risposto. Lei ha preso a insultarmi coi classici epiteti che le donne mutuano dagli uomini, la cui dote principale non è in genere la fantasia. Infine ha concluso, gridando sgraziata: “Tornatene a casa tua, troia. Voi avete tutto gratis. A me invece tocca lavorare!”.

Il fatto che non mi avesse presa per una ferrarese, nonostante il cappellino dell’adidas, mi ha riempita di orgoglio. Tanto che mentre quella snocciolava voce per voce il dizionario del turpiloquio, le sorridevo beata e gongolante. I ferraresi d.o.c. mi scambiano spesso per egiziana, o qualunque altra cosa che non sia italiana. Da piccola mi chiamavano terrona, perché i miei genitori sono di Roma e i miei parenti del sud Italia. Credo sia per questo che non ho mai preso l’accento ferrarese. Mi disturba l’orecchio estetico. Sono fuggita a 19 anni da Bruges-la-Morte per cercare casa nel cuore delle persone. Ci sono tornata dopo aver cambiato venti case di cemento, per essere nell’abbandono.

Perciò è impossibile inquadrarmi, cosa che la stragrande maggioranza delle persone cerca di fare non appena incontra un altro animale, umano o d’altra specie. Serve a illudersi di poterlo gestire, invece che fare la fatica di capire. Ma io li frego sempre e mi diverto. Sono invisibile! Provateci, è un gioco da ragazzi. I cani sono maestri anche in questo. Attori nati, paraculi a fin di bene del branco.

Un sacco di gente si racconta che il cane la ama incondizionatamente. Però lo tiene sempre attaccato a una corda. Dentro di sé sa che altrimenti prenderebbe il volo, ma non vuole che si sappia in giro. In giro si pensa che chi ha i cani al piede sia una persona migliore. Per questo molte persone si affannano tanto a dimostrare quanto sono amate, esponendo sui social i propri trofei: i regali degli amici del corso di uncinetto, la torta di compleanno dei colleghi in palestra, il buffetto sulla guancia di una conoscenza illustre, il bacino del criceto, ma anche tutto quello che hanno di più sacro. Sempre che oggi ci sia ancora qualcosa di sacro.

Il cane non è uno scemo. È una persona come le altre. Che ti ami o meno, le smancerie al padrone le fa comunque, specie se ha un biscotto in mano. E lui potrà fare la foto da mettere sui social con la didascalia: Ci si vuol tanto bene. Viva l’amore!

Il cane non ha scelta: non ha il pollice opponibile per aprire il frigo. Ma tu ce l’hai. Anche per tagliare la corda e camminare libero al fianco di chi ti pare. Io ho dato facoltà di scelta anche al cane. In questo caso mi è andata bene. Forse perché non scrive poesie.

 

II

Incidentalmente, la signora col cane è una profuga in Italia da molti anni. Me lo ha detto una donna che la conosce. Io non mi ero accorta di niente. Pensavo al cane, non penso mai alle provenienze. La signora riceve tutto dal comune, ma vorrebbe non dover lavorare, come molti in questo paese. Io che ho passato due inverni con 9 gradi in casa e a stento i soldi per mangiare, mi sentivo un po’ come straccio quando lo ciancica cencio. Avrei voluto rassicurarla che i cani sciolti sono molto orgogliosi e non rubano la ciotola a nessuno. Sono un pericolo solo per se stessi. Ma non glie l’ho detto. Mi aveva collocata nella sua costellazione mentale, era contenta così. Perché deluderla.

Io lascio sempre fare e sto a guardare. Provateci, invece di perdere tempo ed energie a spiegarvi. Tanto hanno già deciso. Rinunciare a tradursi e sottotitolarsi è come vivere una moltitudine di vite insieme. Leggere un libro della tua vita che non hai scritto tu. Magari la storia che ti ricamano addosso è pure più avvincente della tua. Tanto che la tua per un po’ te la scordi. Il che ha i suoi lati positivi.

È come essere un indovinello vivente che non azzecca nessuno. Un segreto di cui solo tu hai la soluzione, che nessuno sa e nessuno può tradire. Sei invulnerabile. Ridi.

Essere invisibile agli altri ti salva sempre: qualunque cosa stiano mirando in te, non sei tu. Quando ci prendi la mano è uno spasso. Stai solo attento ai proiettili vaganti e all’eventuale rimbalzo.

 

III

Tornando a casa di corsa ho pensato che la signora si è perfettamente inserita nel nostro paese, dalla parte giusta nella guerra tra poveri che lo dilania sotto gli occhi delle varie fazioni in gita scolastica sugli spalti virtuali.

Mi sono chiesta: non è che il prezzo dell’accoglienza è l’integrazione? Che brutta parola l’integrazione. Qual è il suo antonimo? La disintegrazione? Di solito sì. Se pensi con la tua testa e non fai parte di un gruppo sei spacciato. Me lo disse la guida marocchina quando presi a calci negli stinchi due ragazzi che stavano trascinando un bambino per il collo. La guida trascinò via me e mi disse “Chi pensa troppo finisce male”. Il suo sguardo fu una coltellata più a fondo delle sue parole. Un presagio.

Ne ho fatte tante di queste genialate nella vita, e tanti estranei ne hanno fatte per me, salvandomi la vita o l’anima più volte. Non è bontà, ma istinto dell’incoscienza, una residua umanità che emerge in noi quando non c’è tempo per pensare ai pro e ai contro che guidano ogni azione degli esseri umani. Diversamente la generosità e l’altruismo sono al servizio di una causa: la famiglia, il gruppo, gli amici, il partito, la compagnia, l’associazione di volontariato. Quindi sempre al servizio dell’Io ihoh ihoh. L’altro è la patacca da appuntarsi in petto. Non tutte le patacche sono uguali: ci vuole quella giusta che s’intoni col panciotto che si è scelto a monte. Al massimo ti puoi cambiare il panciotto se ti sta scomodo, e indossarne uno di un altro colore.

Non sopporto nessun genere di ingiustizia contro il vivente. Per questo non posso appartenere a niente. Sono ormai apolitica, apartitica, alfaprivativa. Felicemente disintegrata.

Ogni appartenenza tra simili o uguali presuppone un diverso da sé. L’essere umano, di qualunque colore, religione, estrazione sociale è costretto ad armarsi contro il pericolo che viene dall’esterno della sua cerchia. La sua stessa appartenenza per somiglianza lo impone. Tutto quel che è estraneo all’immobilità è nemico. Vittime e carnefici si alternano e bilanciano equamente. Per me non esiste il buono o il cattivo. L’uomo nero o il santino. Esiste soltanto la Persona. Bontà e cattiveria si contendono alla pari l’animo umano, che non ha colore. Spetta a noi scegliere da qualche parte di noi stessi stare.

Per fortuna non ho mai avuto scelta: non ho mai avuto posto da nessuna parte. Da giovane lo cerchi, poi capisci che si sta più comodi in ogni altrove.

Qualsiasi appartenenza limita la libertà di pensiero e lo indirizza. Qualsiasi gruppo assimila, uniforma e appiana le individualità. Integra. Altrimenti si creerebbero squilibri che ne minerebbero la sopravvivenza.

L’amicizia chiusa in se stessa manca di oggettività e onestà intellettuale. L’eccellenza difficilmente abita gruppi, cricche, cosche e confraternite, perché verrebbe spenta per mantenere l’equilibrio.

L’umano lo trovi sempre dove c’è un uomo solo, che, come diceva Faber (e pure Laborit, maestro nell’arte della fuga) non fa paura [alla poesia] come l’uomo organizzato.

Ma niente panico: ce ne sono tante di creature sole. Sono come gli uccelli, che volano in stormo anche quando se ne staccano. Non è facile vederle, perché la caccia è sempre aperta. Di solito non stanno sul palco sotto i riflettori, ma nemmeno sugli spalti a cercare con ogni mezzo d’intercettare il campo della telecamera. Li trovi dietro le quinte. Attento: usano ogni genere di travestimento, fino a fingersi morte. Ma le puoi sentire. Basta sintonizzarsi in volo, in verso.

Photo by Chiara De Luca

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2 comments

  1. Michele Nigro Reply

    Sottoscrivo anche le virgole… p.s.: l’aver citato Laborit poi, il top! For me! 😉

    1. irisnews Reply

      Grazie Michele! Laborit è un must 😀

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