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Anatomia e compassione. Prima della luce di Marco Maraldi

Di Stefano Serri

Devo spingere ancora, o devo fermarmi?

Spalancare, o accostare?

Devo inseguire la perfezione, per quanto cruda e dolorosamente faticosa, frugando in cerca di  un’esattezza oltre ogni possibilità d’appello, raggiungendo l’aggettivo necessario, l’immagine che tutto esprime, la definizione cui nulla sfugge – o posso, invece, cedere, conciliare, accettare che intervengano il vago e l’incerto, trattenendo il bisturi dell’analisi, attenuando ogni penetrazione dell’intelletto nei fenomeni, accettando di andare a capo

anche se non è stato detto ancora tutto?

Continuiamo questa serie di opposizioni.

Devo molestarla, la frase, spremerla finché non mi abbia consegnato tutto il suo potenziale di senso, dal succo alla buccia? O posso accettare una tregua, tra la parola e l’espressione? Devo sempre tradurre in formule definitive, o posso credere al semplice suono, impreciso ma carico di fascino, gravido di quello che potrebbe essere significato altrimenti?

È così che mi sembra proceda il poeta, tra questi due laboratori:

in uno il poeta-scienziato, meticoloso, conoscitore di scale, misure e reazioni, compilatore di storie, assonanze e rimari, anatomista per eccellenza, lui che divide e analizza, che rintraccia la verità nei frammenti e ne guida il loro assemblaggio per il più perfetto dei funzionamenti;

nell’altro il poeta-che-cura, specialista del conforto, capace di lasciare da parte l’esattezza in vista di una parola più grande della verità, quella dell’humanitas, dell’etica, della scelta di stare dalla parte delle imperfettissime creature, pur conoscendo perfettamente quali siano i meccanismi che compongono e rendono inalterabili gli dei.

Sapersi costringere a esplorare fino in fondo, ma anche sapersi emozionare.

Il poeta si deve dividere, o meglio sdoppiare, in queste due direzioni; non può solamente scrutare, né solo perdonare; usa lenti d’ingrandimento e specchi, manovra vetrini da microscopio e obiettivi di telescopi, ma non si dimentica, ogni tanto, di buttare l’occhio dentro alla cornice delle foto di famiglia appese in casa. Procede, con la sua dissezione anatomica della vita, ma sa fermarsi: non per mancanza di fermezza o di coraggio, ma per il quotidiano assenso al vivere, che è sempre vivere cercando posto tra vite di altri.

Il poeta è capace di amputazioni e di abbracci.

Questa intuizione sulla natura anfibia del poeta è nata (delle intuizioni dobbiamo essere grati a noi stessi quanto a chi ce le procura, volontariamente o meno) dalla lettura di Prima della luce, esordio poetico di Marco Maraldi.

In particolare, la suggestione di questa contrapposizione è stata innescata da una poesia, Questa sera è spento il nastro del mondo, e ha trovato, nelle pagine successive, echi e conferme di questo sporgersi e ritrarsi continuo che impegna il poeta, tra necessità di manifestarsi e desiderio d’elusione.

Se parlo di una poesia in particolare non è perché credo un’unica poesia, fosse pure la più compiuta e perfetta,  possa riassumere un intero libro, fosse pure il più approssimativo e incerto (e non è certo questo il caso del testo di Maraldi). I libri di poesie, che siano cattedrali o erbari, non sono successioni immotivate di pagine di diario. Ma capita a volte, nell’esercizio arbitrario della lettura, che un intero volume prenda forma e fisionomia solo da un certo punto in poi, un punto che può essere il motore del testo, la sua ala, il suo fiato. La lettura, la scrittura, la poesia: non sono processi lineari, ma collane di momenti; sarà poi la rilettura, la riscrittura, a capire dove abbiamo, il libro e noi, motore, ala, fiato.

Ripercorrendo il libro di Maraldi alla luce della contrapposizione tra anatomia e compassione, ho visto alternarsi denunce acuminate del vuoto e dolci pause dall’implacabile, tavole periodiche dell’essere e mani sulle spalle.

Ho visto sprofondare e poi arretrare, e poi di nuovo (lasciarsi andare in basso, lasciarsi andare indietro) e poi di nuovo (riconoscere di avere un peso, riconoscere di avere un posto), alternando questi due movimenti che scandiscono il passo di danza del poeta.

Nelle poesie di Prima della luce ci si ferma talvolta alle soglie dell’esperire, mentre altre volte, come fossimo stati appena svegliati, ci troviamo nel cuore del già vissuto; veniamo guidati da teneri imperativi: oltrepassami, pulisciti. Il poeta imprime il dettaglio e accerta la circostanza, per poi accettare il vago di certi aggettivi, il dubbio di certe espressioni, strisce di grigio, piccoli tocchi di opaco, guidato da una consapevole ambizione alla medietà, la virtù etica del saper vivere tra estremi senza negarli, senza rinnegarsi.

A questa serena e combattuta moralità il poeta arriva dopo aver pernottato sui fondali, dopo aver vibrato per un istante almeno in una lucidissima altezza: non si può restare sempre né troppo in basso, né troppo in alto; allora si torna, per il momento, alla vita, al suo far convivere opposti.

Vi sembra rinuncia?

A me sembra conquista.

A me sembra poesia. Si smussano angosce, si salvano abissi, accettando di scrivere versi così, e si fa luce, si accendono le case, interamente, il vetro come il cemento.

Non è poco, l’equilibrio, sapersi muovere tra le millimetriche topografie della comunicazione e il goffo mappamondo delle emozioni; non è poco, sapersi trattenere e sapersi slanciare, non fare troppo male (anche a se stessi), sapersi avvicinare o fuggire, sapere quando spegnere la luce, sapere quando, finalmente, è il momento giusto

per andare a capo.

Stefano Serri

 

Nessuno ha mai sentito lo sguardo
rinunciare ai vivi
come questo, vedete
disgrega il calcolo serale
lo stesso tintinnio dell’anno precedente
che ritorna, e ancora ritorna e tu
ti aggomitoli nel tuo silenzio, mentre intorno
vince la carezza popolare
le sorelle, i capelli
cercano una geometria nella folla
una grazia comune ci disperde nel teorema, devi
ricostruire ogni passo
sono sfiniti da tutta la vita,
su questo tavolo
sono nati i frutti
“è questa casa tua? Io
non abito più qui”
non è dato spazio prima di riprendere
una presenza straniera
dominava in lei
Crollano neri i fiori sulle labbra, la ferita
rientra nella scorza e noi
ci raccontiamo non abbiamo, non abbiamo.
Potrei dirvi dove sono, certamente
ma non vi riconosco

Marco Maraldi, da Prima della luce
In uscita per Edizioni Kolibris

altre poesie qui

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